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ESCLUSIVA TA - Magrin: "Bergamo è casa mia. Il vivaio nerazzurro non ha fretta, cerca il talento e non il fisico"
Oggi alle 00:00Primo Piano
di Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com

ESCLUSIVA TA - Magrin: "Bergamo è casa mia. Il vivaio nerazzurro non ha fretta, cerca il talento e non il fisico"

Lo storico ex centrocampista: «Ai ragazzi dico di mollare la PlayStation e allenarsi contro il muro. Sabato tiferò Dea, la corsa Champions è ancora aperta»

Ancora oggi, quando si avvicina a un campo, i bambini gli si stringono attorno quasi d’istinto. C’è chi aspetta di vederlo calciare una punizione, chi vuole sentirlo raccontare un pezzo di calcio che a Bergamo non è mai passato davvero, chi semplicemente cerca un sorriso da uno di quelli che qui non hanno mai smesso di essere riconosciuti. Marino Magrin, per tutti, è ancora quello che tira la bomba. Un soprannome che non è rimasto agli anni Ottanta, ma che racconta ciò che a Bergamo ha lasciato: sei stagioni in nerazzurro, dal 1981 al 1987, 229 presenze e 46 gol, fino alla fascia da capitano e a un legame che non si è mai spezzato, perché se all’Atalanta ha dato tanto, Bergamo gli ha restituito tutto. Anche dopo il passaggio alla Juventus, nel 1987, chiamato a raccogliere l’eredità pesante di Michel Platini, il suo rapporto con i colori nerazzurri non si è mai interrotto. Oggi, da osservatore del settore giovanile, continua a vivere l’ambiente da dentro e alla vigilia della sfida tra le sue due ex squadre, da tifoso dichiarato, il suo sguardo torna inevitabilmente a un’appartenenza che il tempo non ha cambiato.

IL LEGAME CON BERGAMO E IL LAVORO NEL VIVAIO

Marino, cosa significa per lei l’Atalanta?
«Mi ha dato tanto – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. È stata una delle società che ha creduto in me e, ancora oggi, quando entro a Zingonia mi sembra di entrare a casa mia».

Lei oggi lavora ancora per la società?
«Sì, faccio l’osservatore per il settore giovanile. Ho questa fortuna da circa quattro anni. Dopo il Covid sono entrato a far parte di questa realtà e per me è una grande soddisfazione, perché vuol dire che anche a livello di vivaio la dirigenza ha avuto fiducia in me. Vado negli oratori e nei campetti per cercare di capire se c’è qualche profilo interessante».

E ci sono ancora dei profili interessanti?
«Ci sono ragazzini validi, ma, a differenza di altri club, non abbiamo quella fretta di portarli subito a Zingonia. Cerchiamo di farli crescere nel loro ambiente, nelle loro società locali, sempre monitorandoli, per poi portarli con noi al momento opportuno».

Secondo lei il vivaio nerazzurro ancora oggi è tra i primi a livello italiano nella valorizzazione dei giovani?
«Sì, è ancora un vivaio di primissimo piano. Ci sono ragazzi davvero interessanti e si sta lavorando molto bene».

LA TECNICA, I RIGORI E L'IMPORTANZA DEL SORRISO

Lei era un giocatore molto tecnico, di qualità. Pensa che oggi uno come lei troverebbe lo stesso spazio nel calcio moderno?
«Io penso di sì, perché la tecnica è sempre importante. In questi giorni si parla molto di tecnica e lavoro specifico. Io avevo questa qualità. Era nel mio DNA, ma da ragazzino mi sono esercitato tanto sulla tecnica da solo, con il pallone contro il muro. Lì la palla rimbalza male e devi adattarti, devi essere coordinato e impari a fare con i piedi quello che fai con le mani. Ti costruisci una sensibilità specifica per il gioco che poi ti porti dietro».

È un consiglio che darebbe ancora oggi ai ragazzi?
«Sì, assolutamente. Io dico sempre che, dopo l’allenamento con la squadra, quando hanno dieci minuti di tempo, invece di stare davanti alla playstation, se hanno passione e volontà, devono lavorare da soli sulla tecnica individuale».

Lei si fermava anche dopo gli allenamenti per allenarsi su calci piazzati e rigori?
«Da piccolo lo facevo a casa, ma una volta cresciuto, soprattutto il venerdì, mi fermavo venti minuti o anche oltre per lavorare con la barriera e perfezionare il tiro a effetto».

E c’è riuscito…
«Sì, mi sono divertito e qualche gol l’ho fatto, anche bellissimo. Ancora oggi, quando vado per lavoro nelle società gemellate o negli oratori, ci sono tifosi di una certa età, ma anche più giovani, che si ricordano delle mie reti su punizione o su calcio d’angolo. È una grande soddisfazione. Le prime volte mi ha fatto davvero effetto. Mi sono venuti anche i brividi».

Che effetto le fa essere travolto ogni volta da tutto quest'affetto?
«All’inizio non pensavo che i bergamaschi mi volessero così bene. Significa che ho fatto qualcosa di buono, non solo come giocatore, ma anche come persona. Io cerco sempre di avere il sorriso sulle labbra e anche ai ragazzi dico di scendere in campo sorridendo, per divertirsi. Il calcio è un gioco. Devono esserci fantasia e creatività. Poi per qualcuno arriverà anche il momento delle responsabilità e, magari, delle grandi soddisfazioni, ma da piccoli bisogna giocare con il sorriso. Ho avuto la fortuna di stringere la mano a grandi campioni come Platini, Maradona, Zico, Cabrini, Scirea, Maldini. Tutti avevano una cosa in comune: prima di entrare in campo avevano personalità e voglia di divertirsi. Ed è quello che oggi cerco di trasmettere ai ragazzi».

È vero che nel valutare un ragazzino oggi si tende a guardare più la struttura fisica, a volerlo già pronto atleticamente, per lavorare sulla tecnica in un momento successivo?
«A Zingonia abbiamo giocatori di grande talento. Nei primi calci non guardiamo sicuramente al fisico. Personalmente, io nei più piccoli cerco talento, corsa, volontà e divertimento. Il fisico non è determinante, perché ognuno ha una crescita diversa. C’è chi si struttura a 12 anni, chi a 14, 16 o 18. L’ho vissuto sulla mia pelle. Fino ai 17 o 18 anni mi dicevano che ero bravino, ma che purtroppo non avevo il fisico che mi permetteva di fare qualche contrasto. Sono cresciuto con questa mentalità, ma poi ho dimostrato che si sbagliavano. Ho avuto le mie soddisfazioni e ho segnato gol anche contro quelle squadre i cui dirigenti all’inizio non avevano creduto in me, come quelli del Padova o di alcune realtà locali. Sono belle rivincite».

Lei era uno specialista di rigori e calci piazzati. Anche alla luce dell’eliminazione della Nazionale ai rigori, crede che oggi ci sia ancora la stessa attenzione per questi fondamentali?
«Prima di me i rigoristi erano spesso gli attaccanti. A Mantova c’era Frutti, a Bergamo Mutti. Io ero il secondo, ma a me piaceva, anche perché sono cresciuto con Gianni Rivera come riferimento. Lui tirava rigori, punizioni, faceva assist e gol: tutto. Così quando Mutti non ha più voluto calciarli, li ho tirati io. Bisogna concentrarsi solo su pallone e porta e calciare. Se calci male, ma il pallone entra, allora sei bravo. Se calci bene, ma il portiere para, hai fallito. Rigori e punizioni sono gesti tecnici che vanno lavorati e perfezionati sempre di più. E comunque è capitato anche a me di sbagliare a tirarli».

Solo tre in tutta la carriera…
«Uno lo ricorderò sempre, quello a San Siro contro l’Inter. Eravamo sotto di un gol e a 10 minuti della fine ho calciato il rigore del possibile pareggio. In porta c’era Zenga. Me lo parò e perdemmo 1-0».

Zenga, però, non era un portiere qualunque.
«Lui era bravissimo. La mia fortuna è quella di essere passato attraverso tutte le categorie, dal vivaio alle prime squadre. Trovarsi a San Siro mi ha spiazzato e mi sono emozionato, ma sono tutte esperienze che servono».

I RICORDI NERAZZURRI E L'ESPERIENZA ALLA JUVENTUS

Contro i nerazzurri milanesi ha anche esordito in Serie A.
«C’erano 44.000 persone allo stadio. Ci fu un record di presenze. È stato bellissimo e lo ricordo benissimo, come ogni istante vissuto in maglia nerazzurra, fin dal primo momento. Quando arrivai a Bergamo per le visite mediche, la prima persona che incontrai fu il signor Franco Previtali, una persona eccezionale. La sede era in via Giulio Cesare. Arrivai con mio fratello. Previtali si presentò e prima di andare in sede mi fece vedere lo stadio. Poi mi disse una cosa che non ho mai dimenticato: “Se ti abbiamo preso è perché vogliamo vincere il campionato”. Eravamo in C e dovevamo andare in B. Inizialmente rimasi un po’ spiazzato, ma io ho sempre cercato di essere confermato a fine anno e ho sempre dato il meglio, non solo a livello tecnico, ma anche in termini di corsa, impegno e sacrifici. Volevo dimostrare di meritarmi la maglia, qui e in ogni squadra in cui ho giocato. Quell’anno, con mister Ottavio Bianchi, feci 34 partite. Non ne saltai nessuna. Abbiamo vinto il campionato e non solo mi sentii partecipe di quel traguardo, ma anche uno di famiglia. E devo dire che i Bortolotti mi volevano davvero bene».

Tra l’altro lei nelle sue sei stagioni a Bergamo è sempre stato tra quelli con il maggior numero di presenze.
«La mia soddisfazione è stata anche quella d’indossare la fascia di capitano. Ringrazio Mimmo Gentile e i giocatori che avevano più anni di me per avermela ceduta nella mia ultima stagione qui. Scendere in campo con quella fascia era davvero speciale».

È vero che oggi vive vicino a un campo da calcio?
«Sì, è vero. Io mi affaccio sempre su un rettangolo di gioco. Grazie al responsabile del settore giovanile nerazzurro, Roberto Samaden, ogni settimana vado nelle Academy della società. Ai ragazzi mostro il pallone e dico loro che ancora adesso è il mio gioco preferito. Sono sempre stato innamorato di quella sfera».

Dopo sei stagioni, lasciò Bergamo, retrocessa in B, per andare alla Juventus, in A. Lei sarebbe voluto restare comunque?
«Retrocedemmo all’ultima giornata, a Firenze, a quattro o cinque minuti dalla fine. Pioveva e calciai una bella punizione, ma presi il palo interno. Il pallone non entrò e negli ultimi minuti, mentre eravamo sbilanciati in avanti per cercare il risultato, prendemmo un contropiede e perdemmo 1-0. Retrocedemmo, ma io volevo restare, volevo essere ancora protagonista con questi colori. Però erano altri tempi: la dirigenza, la famiglia Bortolotti, mi disse chiaramente che sarei andato dove avrebbero deciso loro. A quei tempi c’era un legame forte con i bianconeri. Cercai in tutti i modi di restare, anche perché avevo una certa età e mi sentivo parte della realtà cittadina. Ma è andata com’è andata. A Torino ho conosciuto altre prospettive e ho avuto la possibilità di giocare con campioni del mondo, con giocatori importanti. È stata un’esperienza che mi ha arricchito molto».

Quindi ha un bel ricordo dell’esperienza piemontese?
«Tante belle soddisfazioni».

Anche se non ha indossato la maglia numero 10 di Michel Platini, di cui era stato chiamato a raccogliere l’eredità?
«Quando andai a firmare il contratto, Boniperti mi disse che avrei avuto la maglia numero 8 e non la 10. Quella di Platini l’avrebbero data a De Agostini. Non chiesi nemmeno la motivazione. Mi disse semplicemente che non voleva darmi il peso di quella maglia, anche se i tifosi avrebbero voluto l’indossassi io. A me l’8 era sempre piaciuto perché era quello di Marco Tardelli, che per me era sempre stato il centrocampista juventino più carismatico. Già in Serie C, in un'amichevole precampionato con la Juve, gli avevo chiesto di poter fare una foto insieme, senza pensare nemmeno che poi sarei arrivato a certi livelli. Ho ancora quella foto, senza sponsor sulla maglia. Quindi ricevere la numero 8, quella della mezzala destra, era un onore».

Alla Juventus tirava i rigori?
«Ero il primo rigorista. Nella prima partita di campionato contro il Como feci subito gol su rigore. Alle mie spalle c’era Antonio Cabrini, che era il secondo. Aveva fiducia in me, mi lasciava battere e io mi prendevo questa responsabilità».

LA SFIDA DI SABATO E L'ATTUALITÀ

Venendo all’attualità. In classifica oggi la Juventus è sopra l’Atalanta. Rispecchia i valori in campo?
«La squadra piemontese gioca in modo alterno. Magari fa un tempo molto bello e poi ha venti minuti in cui cala un po’. Però, per me le due formazioni si somigliano: come valori, come giocatori e, anche guardando le statistiche, tra gol fatti e subiti siamo più o meno lì. Quindi credo che quella di sabato sera sarà una partita bella e importante».

Lei per chi tiferà?
«Per la formazione bergamasca. Dovesse vincere, sarebbe estremamente importante per la classifica. Sono fiducioso, perché con il dodicesimo uomo in campo facciamo sempre buone prestazioni in casa».

Che partita si aspetta?
«Quando giochi contro squadre così importanti entri in campo con una motivazione diversa, sebbene i ragazzi abbiano dimostrato di averla anche recentemente, ad esempio andando a vincere in casa del Lecce, dove non è mai facile portare a casa risultati. In casa, spinti dal pubblico, possiamo fare ancora meglio. Servirà anche un pizzico di fortuna, magari una palla che colpisce il palo può entrare invece di uscire. Speriamo di portare a casa i tre punti».

Secondo lei una delle due riuscirà a qualificarsi in Champions?
«È difficile, perché davanti non molla nessuno, ma, anche alla luce delle difficoltà iniziali, adesso i nerazzurri stanno correndo bene. La squadra gioca con il sorriso, entra in campo serena e consapevole delle proprie qualità».

Entrambi gli allenatori sono arrivati in corsa. Tra Palladino e Spalletti, chi ha fatto più la differenza?
«Per me la differenza l’hanno fatta i giocatori. L’allenatore dà tanto ed entrambi sono stati bravi, soprattutto a lavorare sull’aspetto psicologico, sulla testa dei ragazzi. Però poi sono i calciatori che, ritrovando fiducia, hanno fatto scattare la scintilla».

A proposito di sorriso. La sensazione è che il suo gruppo fosse il più unito di sempre e che lo sia ancora oggi.
«Noi abbiamo giocato in un periodo in cui c’erano tanti italiani. La maggior parte di noi, poi, è rimasta a vivere in città e questo ha fatto la differenza. Si condivide anche la vita fuori dal campo, si resta qui, si crea qualcosa di diverso. Oggi tanti, scaduto il contratto, tornano nei rispettivi Paesi e diventa più difficile mantenere quel tipo di legame. Noi ci troviamo ancora oggi, ci vediamo spesso ed è sempre un piacere. Inevitabilmente si finisce a ricordare, a scherzare sui momenti vissuti in campo. Il dispiacere, invece, è per la recente scomparsa di Beppe Savoldi. Per me, ancor prima di arrivare qui, è sempre stato un leader. Quando giocavo a Mantova, lui era osservatore del Bologna ed era venuto a vedermi e quando l’ho conosciuto a Bergamo è stato speciale: un campione sotto l’aspetto sportivo, ma anche una persona vera, un amico».

Che ricordo le ha lasciato?
«Il suo sorriso».

Marino, questo è l’anno buono per la Coppa Italia?
«Tutti si aspettano sempre qualcosa in più. Ogni squadra e ogni giocatore entra in campo per vincere, ma ci sono anche gli avversari. Io mi auguro che, dopo la grande soddisfazione dell’Europa League, sia arrivato il momento di avere anche un po’ di fortuna e portare a casa questo trofeo. Sarà importante arrivare al momento giusto con l’entusiasmo giusto e con i giocatori in condizione. Le partite vanno giocate, come sempre, ma possiamo farcela, a partire da domenica. Non dobbiamo avere paura di nessuno. Negli ultimi anni la dirigenza, insieme allo staff, ha fatto un lavoro straordinario. Ci ha fatto divertire e ci ha fatto crescere tantissimo. E continua a entusiasmarci anche quest’anno».

Rispetto ai suoi tempi, quindi, è cambiato più il club bergamasco o quello torinese?
«I bianconeri hanno sempre partecipato alle Coppe. Negli anni Ottanta le protagoniste assolute in Italia erano loro, assieme alle due milanesi. Oggi, invece, questa società si è costruita un percorso che l’ha portata a competere ad altissimi livelli, contro i grandi club europei. Ai miei tempi era impensabile. Ci ha fatto gioire tanto e speriamo continui ancora».

L’esperienza orobica per Magrin non è solo una tappa della carriera, ma un luogo che continua a riconoscerlo e ad appartenergli. I gol, le punizioni e il soprannome rimasto nella memoria sono una parte della storia. E l’affetto che ancora oggi lo circonda è la prova che quella storia, a Bergamo, non si è mai chiusa.

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© foto di TuttoAtalanta.com
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