Menu Serie ASerie BSerie CCalcio EsteroFormazioniCalendariScommessePronostici
Eventi LiveCalciomercato H24MobileNetworkRedazioneContatti
Canali Serie A atalantabolognacagliaricomocremonesefiorentinagenoahellas veronainterjuventuslazioleccemilannapoliparmapisaromasassuolotorinoudinese
Canali altre squadre ascoliavellinobaribeneventocasertanacesenafrosinonelatinalivornomonzanocerinapalermoperugiapescarapordenonepotenzaregginasalernitanasampdoriasassuoloturris
Altri canali mondialimondiale per clubserie bserie cchampions leaguefantacalciopodcaststatistiche
tmw / atalanta / Primo Piano
ESCLUSIVA TA - Gianbattista Piacentini: "Carnesecchi è il miglior portiere in Italia. A Bergamo trovammo uno spogliatoio devastato"
Oggi alle 00:00Primo Piano
di Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com

ESCLUSIVA TA - Gianbattista Piacentini: "Carnesecchi è il miglior portiere in Italia. A Bergamo trovammo uno spogliatoio devastato"

L'ex preparatore dei portieri nerazzurri: «Mutti ha pagato in carriera la sua onestà. Palladino? Ha fatto una grande rimonta, la squadra se la gioca con tutte»

Ex portiere della Virescit, Giambattista Piacentini è diventato negli anni preparatore dei portieri, lavorando a lungo al fianco di Bortolo Mutti, di cui è stato uno dei collaboratori più fidati. Nel suo percorso diverse esperienze tra i professionisti, tra cui Palermo e Atalanta, nella stagione 2009-2010, dove è entrato nello staff a gennaio, dopo l’esonero di Antonio Conte. Nell’intervista esclusiva concessa in esclusiva a TuttoAtalanta.com, Piacentini ripercorre proprio quella parentesi a Bergamo. Si sofferma sulla gestione dei portieri in un contesto difficile, ma anche sull’attualità, con un passaggio su Marco Carnesecchi, indicato come il miglior portiere italiano del momento, e una riflessione più ampia tra chi sceglie di rimettersi in gioco per trovare spazio e chi, invece, privilegia continuità e stabilità all’interno di un grande club.

L'ESPERIENZA A BERGAMO E LA GESTIONE DEI PORTIERI

Gianbattista, parliamo della sua esperienza all’Atalanta, nella stagione 2009-10. Lei arrivò a gennaio, insieme a Bortolo Mutti, chiamato a sostituire in panchina Antonio Conte. Fu una stagione complicata, con tanti cambiamenti.
«È stato un anno difficile – come riferisce in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Era l’ultimo anno della gestione Ruggeri, prima dell’arrivo di Antonio Percassi. Il campionato si chiuse con la retrocessione in Serie B, ma noi arrivammo in una situazione già complicata».

Quando siete arrivati a Bergamo sapevate che sarebbe stata dura?
«Sì, lo sapevamo. Dopo la parentesi di Conte, trovammo uno spogliatoio devastato, ma la squadra non era male. C’erano diversi buoni giocatori, vedi Doni e Tiribocchi. Abbiamo fatto anche qualche risultato positivo. Poi, nel finale di campionato, in una partita in casa contro una diretta concorrente, dopo dieci minuti espulsero Pellegrino, il nostro centrale, e da lì si è complicato tutto».

Credevate nella salvezza quando eravate subentrati?
«Sì, assolutamente. C’erano le condizioni per provarci fino alla fine».

È stato tutto negativo o ha anche bei ricordi di quell’esperienza?
«A livello umano è stata un’esperienza bellissima. Bergamo è un ambiente speciale. Io, pur essendo milanese, ho sempre vissuto più lì che a Milano. Abitavo a pochi chilometri da Zingonia e ho giocato anche tre stagioni a Bergamo, nei migliori anni della Virescit. Per me è quasi una seconda casa. Mi sento più bergamasco che milanese. Quindi quella all’Atalanta resta una delle mie esperienze più significative. Al di là di com’è finita, è stato bellissimo. Fu anche l’anno della stagione del lancio di Andrea Consigli. Il secondo portiere era Ferdinando Coppola. E il terzo Francesco Rossi, che ancora oggi all’Atalanta ricopre questo ruolo».

In un contesto così difficile e delicato, che lavoro aveva fatto sui portieri?
«Inizialmente ci siamo ritrovati in una situazione complicata. Quando siamo arrivati, Conte aveva da poco sostituito Consigli con Coppola. Cambiare nuovamente il portiere rischiava di creare ulteriori problemi. Siamo stati messi un po’ sulla graticola, perché inizialmente giocava Coppola e non Consigli, ma in quel momento non si poteva stravolgere tutto. Dovevamo leggere bene la situazione. Dopo alcune partite e dopo la gara di Genova, persa 1-0, abbiamo rimesso Consigli in porta».

Consigli dava più garanzie?
«Era un giovane di buone prospettive, ma la situazione non era di facile gestione e ci furono anche pressioni esterne che ci convinsero ad anticipare il cambio in porta. Io avrei concesso ancora qualche partita a Coppola prima di lanciare definitivamente Consigli. Si vedeva che aveva qualità, ma in quel momento non era ancora sufficientemente maturo tanto che l’anno dopo, in Serie B, commise qualche errore, com’è normale sia per un giovane. Poi è cresciuto ed è diventato il portiere che conosciamo».

Francesco Rossi, che oggi è ancora nel gruppo, che portiere era allora?
«Anche lui era un giovane di prospettiva, strutturalmente e non solo. Rossi aveva tutto per fare una buona carriera. Ha avuto esperienze in Serie C e mi aspettavo qualcosa in più da lui. Io a Padova, in Serie B, ho allenato Simone Colombi, sempre del settore giovanile nerazzurro. Mi arrabbiavo con lui perché quando cercavo di dargli consigli, mi rispondeva che era abituato in un certo modo. Ecco perché quando, poi, c’era da richiamare qualcuno indietro, in prima squadra, si cercavano, per esempio, Sportiello, Carpi e lo stesso Rossi, e gli altri venivano lasciati a farsi le ossa in altre squadre. Peccato che Rossi si sia da tempo ritagliato questo ruolo di terzo portiere in Serie A all’Atalanta».

Cosa spinge un portiere giovane a fare questo tipo di scelta?
«Io non conosco le motivazioni personali di Rossi. È da anni dentro lo spogliatoio. Sarà diventato importante per gli equilibri del gruppo. Non so se sia riuscito o meno a fare il salto di qualità. Spesso entrano in gioco tanti fattori. Ho avuto Pinsoglio a Livorno, in Serie B. Lui si è ritagliato un ruolo alla Juventus come uomo spogliatoio. È il terzo portiere, ma era uno che poteva stare benissimo in Serie B. Qualcuno riconosce i propri limiti, altri, invece fanno scelte economiche: non gioco, ma guadagno. Ho un ruolo che non mi permette di giocare, ma mi dà stabilità. Faccio l’esempio di Radu, che ho avuto modo di allenare. Scoperto alla Pergolettese, poi fu venduto all’Inter. A Milano era il secondo portiere. Avevo un ottimo rapporto con la sua famiglia, a cui dicevo sempre di staccarsi un po’ dalla squadra milanese per andare a giocare con continuità, eventualmente anche in Serie B. Però lui era tifoso dell’Inter ed era rimasto, pur giocando poco. Quando è stato chiamato in causa, nella gara di campionato persa con il Bologna per 1-2, ha fatto anche un errore pesante, che si è rivelato decisivo sia ai fini del risultato che dell'esito del campionato, vinto poi dal Milan. Ora è al Celta Vigo e sta facendo benissimo. È ripartito da piazze meno prestigiose. A volte serve il coraggio di uscire, ma non tutti sono disposti a farlo, soprattutto se restando in un grande club hanno comunque delle garanzie. Bisogna tagliarsi lo stipendio se si vuole rimettersi in gioco per provare a fare la propria carriera».

Che tipo di lavoro c’è dietro la gestione di tre portieri, soprattutto quando uno deve farsi trovare pronto pur giocando poco?
«Bisogna sempre tenersi allenati e pronti, senza mollare mai in allenamento. Per un portiere non è facile, né per il terzo, né per il secondo. Chi gioca in altri ruoli, bene o male riesce a ritagliarsi qualche minuto. Il portiere no. Faccio un esempio. Sabato nel Modena si è fatto male il titolare e il dodicesimo, che non aveva praticamente mai giocato, è entrato e ha fatto bene. Il problema non è tanto la prima partita, che spesso è la più facile, ma dare continuità alle prestazioni. Lì si capisce se il portiere si è sempre allenato bene e ha lavorato nel modo giusto anche quando non veniva chiamato in causa».

CARNESECCHI E I MODELLI EUROPEI

Ci sono portieri italiani giovani che le piacciono particolarmente?
«Sì, uno su tutti: Marco Carnesecchi. Attualmente è il miglior portiere italiano. Donnarumma resta un portiere di livello altissimo, però Carnesecchi ha avuto una crescita impressionante. Vicario, invece, quest’anno non sta facendo benissimo. Non basta giocare. Bisogna crescere anche a livello tecnico e tattico. Donnarumma con i piedi non è mai migliorato e non ne capisco il motivo. Carnesecchi, invece, ha avuto una crescita esponenziale: tra i pali, con i piedi e per come attacca bene la palla in avanti. Ultimamente si è reso protagonista di due o tre uscite rasoterra in modo molto positivo».

Secondo lei dove ha ancora margine di miglioramenti?
«Forse ancora un po’ con i piedi, anche se è già migliorato tantissimo, e nelle uscite sulle palle alte. Le palle rasoterra in area sa attaccarle bene. A ogni modo sta davvero raggiungendo un livello da top player e potrebbe anche soffiare il posto a Donnarumma in Nazionale: resta un riferimento, anche per struttura fisica e presenza, però ultimamente ha mostrato anche qualche limite. Se Carnesecchi continua così, può davvero insidiarlo».

È più importante per un portiere avere una difesa che dà garanzie o per una difesa avere un portiere che dà sicurezza?
«Io penso sia più importante avere un portiere che dia sicurezza, perché, di conseguenza, poi gioca meglio anche la difesa. Se invece sai che dietro hai uno che prima o poi può commettere l’errore, sei sempre un po’ titubante negli anticipi, nelle uscite, nelle letture. Un difensore, se si fida, può anche permettersi di rischiare di più, accorciare, stare più alto. Se invece non ha fiducia, tende a proteggersi e la squadra si abbassa. Quello che manca oggi sono un po’ i portieri che giocano fuori dalla linea di porta. Carnesecchi lo può fare».

A livello europeo invece chi sono i modelli di riferimento?
«Uno dei migliori portieri stranieri gioca in Italia ed è Maignan del Milan. Sembra stia facendo bene anche Safonov al Paris Saint Germain, dopo che Chevalier si è rivelato un flop».

Del portiere della Lazio, Edoardo Motta, classe 2005, che l’Atalanta affronterà nella semifinale di Coppa Italia, cosa ne pensa?
«Ha fatto bene e, in alcune situazioni, ha anche salvato la squadra, ma io l’avevo visto dal vivo, a Reggio Emilia contro il Modena, e guardandolo dal campo, in certi movimenti e in alcune letture mi ha lasciato qualche dubbio. Sicuramente ha personalità e gioca con naturalezza, con la tranquillità di un veterano, però mi sembra ancora un po’ al limite in alcune situazioni, soprattutto sulle palle alte».

BORTOLO MUTTI E I RICORDI IN PANCHINA

C’è un portiere a cui lei è rimasto più legato o che le ha dato più soddisfazioni?
«A parte Radu, con cui ho ancora un bel rapporto, quello che mi ha dato più soddisfazioni è stato Marco Storari. L’ho avuto tre anni a Messina con Mutti. Quando siamo arrivati, eravamo ultimi in classifica. Abbiamo vinto il campionato e siamo andati in Serie A. Ricordo ancora la prima partita ad Avellino, contro la squadra di Zeman. I nostri tifosi facevano cori contro Storari. Lo presi in giro e, invece, poi lui fu l’artefice della promozione. L’anno dopo rimase con noi in Serie A e poi è andato al Milan e alla Juventus. È stato quello che mi ha dato maggiori soddisfazioni».

Ha allenato anche Giorgio Frezzolini, attuale preparatore dei portieri dell’Under 23 nerazzurra.
«A Modena. Abbiamo avuto subito uno scontro forte legato a questioni di campo prima di un allenamento. Arrivai al punto di dirgli di andarsene se non voleva allenarsi e lui lasciò il campo. Da quel momento il nostro rapporto è cresciuto. Ci stimiamo reciprocamente. Dirsi le cose in faccia, quando si è tra persone intelligenti, aiuta sempre».

A proposito, lei ha lavorato a lungo con Bortolo Mutti: cosa le ha lasciato dal punto di vista umano e professionale?
«La serietà e la genuinità che negli allenatori di oggi non trovi più. Qualità che, a volte, gli sono costate qualcosa in carriera».

In che senso?
«Per esempio, dopo aver vinto il campionato con il Messina, il Palermo di Zamparini lo voleva fortemente. Lo avrebbe ricoperto d’oro, ma lui per riconoscenza verso il presidente Franza, decise di restare. E a cinque giornate dalla fine, ci esonerarono. A livello di carriera ha pagato questa sua lealtà, ma questo fa capire che tipo di persona è».

L'ATTUALITÀ E IL PRESENTE

Che idea si è fatto dell’Atalanta di quest’anno?
«La squadra paga l’handicap iniziale. Ha inciso tanto, perché quando parti male sei costretto a rincorrere. Palladino ha fatto una grande rimonta e poi c’è stata una flessione. È normale: quando corri tanto per recuperare, arriva un momento in cui tiri un po’ il fiato. Adesso, però, la vedo di nuovo in ripresa e secondo me ha tutte le potenzialità per stare nel giro delle Coppe».

Quindi se non si fossero persi quei due mesi iniziali, la classifica sarebbe stata diversa?
«Sicuramente sì. Per me l’Atalanta è alla pari delle altre squadre di alta classifica, fatta eccezione per Inter e Napoli, che sono a un livello superiore. Per il resto, l’Atalanta se la gioca con tutte: Roma, Milan, Juventus».

Anche con il Como?
«Il Como è sempre un’incognita. Non si sa mai come prenderlo».

Che partita si aspetta contro la Roma?
«Mi aspetto una bella partita, perché entrambe le squadre hanno allenatori propositivi. L’Atalanta arriva bene alla gara. L’ho vista contro la Juventus e secondo me non meritava di perdere, anzi anche il pareggio le sarebbe stato stretto. Se riesce ad arginare Malen, l’Atalanta può portare a casa il risultato».

Del portiere della Roma, Svilar, cosa ne pensa?
«Mile Svilar è un altro buon profilo. È uno che, come Carnesecchi, attacca la palla in avanti. Oggi tanti portieri fanno la cosiddetta “croce” nella parata, anche quando non serve, e rischiano di scoprire la porta. Lui invece, quando può, aggredisce la palla e così ruba tempo all’avversario».

Ha dei punti deboli su cui l’Atalanta può lavorare?
«Nel girone d’andata ha fatto molto bene e ha trascinato la Roma. Nel ritorno, però, ha avuto una flessione. Ha commesso qualche errore e la squadra ne ha risentito. Non ha punti deboli evidenti, ma non è imbattibile come sembrava all’inizio e quindi si può colpire. Di certo sarà un confronto tra due portieri di livello top».

Lei, invece, oggi di cosa si occupa?
«Ho smesso di allenare quest’anno. Era da un po’ che ci pensavo. Già dal 2018 avevo iniziato a rallentare. Negli ultimi anni avevo lavorato con la Pergolettese. Ero partito proprio da lì come calciatore e lì ho chiuso il cerchio. Nella mia carriera ho girato tanto: avevo bisogno di fermarmi e di stare un po’ a casa. Quest’anno, invece, ho deciso che era il momento giusto per smettere definitivamente».

Non le manca?
«All’inizio tantissimo, ma ora mi tengo impegnato in altri modi: seguo molto la Serie B, soprattutto il Modena, dove gioca il ragazzo di mia figlia. Insomma, qualcosa da fare c’è sempre».

Dal racconto di una stagione complicata all’Atalanta fino alle riflessioni sui percorsi dei portieri, Piacentini mette al centro un tema chiaro: non sempre la carriera segue una linea diretta. C’è chi sceglie di mettersi in gioco per trovare spazio e chi, invece, preferisce restare. Uno sguardo, il suo, che parte dall’esperienza vissuta e arriva all’attualità, con la consapevolezza che, anche tra i pali, contano le scelte oltre alle qualità.

© Riproduzione Riservata