Menu Serie ASerie BSerie CCalcio EsteroFormazioniCalendariScommessePronostici
Eventi LiveCalciomercato H24MobileNetworkRedazioneContatti
Canali Serie A atalantabolognacagliaricomocremonesefiorentinagenoahellas veronainterjuventuslazioleccemilannapoliparmapisaromasassuolotorinoudinese
Canali altre squadre ascoliavellinobaribeneventocasertanacesenafrosinonelatinalivornomonzanocerinapalermoperugiapescarapordenonepotenzaregginasalernitanasampdoriasassuolo
Altri canali mondialimondiale per clubserie bserie cchampions leaguefantacalciopodcaststatistiche
tmw / atalanta / Primo Piano
ESCLUSIVA TA - Rolando Bianchi: "A Bergamo sono in famiglia. Il mio destino era un altro, ma porto questi colori nel cuore"
Oggi alle 01:00Primo Piano
di Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com

ESCLUSIVA TA - Rolando Bianchi: "A Bergamo sono in famiglia. Il mio destino era un altro, ma porto questi colori nel cuore"

Il doppio ex di Atalanta e Cagliari: «Con i rossoblù non sarà una gara scontata. I nerazzurri pagano le energie spese per l'inizio di stagione con Juric»

Ha conosciuto l'Atalanta in ogni sua fase: da ragazzo del settore giovanile a calciatore della prima squadra, fino al ritorno da collaboratore tecnico. Rolando Bianchi ha attraversato epoche diverse del club nerazzurro, vedendolo trasformarsi dalla squadra che lottava per salvarsi a una realtà europea capace di conquistare l’Europa League. In mezzo, una carriera importante costruita lontano da Bergamo. L’ex attaccante non è stato profeta in patria, ma ha lasciato il segno, e che segno, altrove, entrando nella storia della Reggina e del Torino a suon di gol. Oggi, da doppio ex della Dea e del Cagliari, guarda alla sfida tra le due con un affetto particolare per entrambe le piazze, ma il cuore, lo dice chiaramente, resta nerazzurro, perché Bergamo e la sua squadra, per lui, sono rimasti famiglia.

IL LEGAME CON BERGAMO E LA CARRIERA LONTANO DA CASA

Rolando, se dovessi descrivere con una parola cosa significano questi colori per te, quale sarebbe?
«Famiglia – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. Questo è per me l’Atalanta. Sono cresciuto nel settore giovanile. Ci sono arrivato da piccolino. Giocavo ad Albano Sant’Alessandro e mi aveva notato l’osservatore Albino Brogni: una persona straordinaria, purtroppo venuta a mancare con il Covid, un grande conoscitore di calcio. Avevo fatto il provino al campo militare, dove c’era il maestro Bonifaccio. Mi vide, m'inserì nell’organico e da lì iniziò il mio percorso, dove ho incontrato tante figure centrali per la mia crescita, non solo professionale, ma soprattutto umana. Per questo dico famiglia: tutte le persone che ho avuto il piacere d’incontrare mi hanno dato tanto a livello umano e mi hanno aiutato a crescere sia come persona che come professionista».

Possiamo fare alcuni nomi?
«Ho avuto Bonaccorso, Perico, Fusi, Finardi: tantissimi allenatori straordinari. E poi Favini, responsabile del settore giovanile. Tutti mi hanno lasciato qualcosa d’importante nel mio percorso di crescita».

Avresti voluto fare qualcosa in più proprio a Bergamo, in prima squadra? È un rammarico o va bene così, visto quello che poi hai fatto altrove?
«Il detto “nemo propheta in patria” è vero. Bergamo per me significa tanto, ma, arrivato in prima squadra, ho fatto un percorso diverso e sono tornato verso fine carriera. Forse potevo fare qualcosa in più qui, ma il mio percorso mi ha insegnato che quello non era il destino scritto per me. Il mio destino era quello di andare a fare esperienze in giro per l’Italia e anche per l’Europa. Mi sono tolto belle soddisfazioni. Certo, sarebbe stato bello giocare e diventarne capocannoniere come ho fatto a Torino, segnare tantissimi gol e magari esserne una bandiera, però, probabilmente, il mio percorso doveva essere proprio un altro».

A Reggio Calabria, infatti, sei diventato cittadino onorario…
«Abbiamo fatto un’impresa. Ci siamo salvati dopo essere partiti con una penalizzazione di 15 punti. Con Amoruso avevo formato la coppia gol più prolifica a livello europeo uguagliando Ronaldinho e Messi: 35 gol noi due proprio come loro. Fu una stagione straordinaria. Venivo dalla rottura di un crociato, da un infortunio molto grave. Riuscire a recuperare e segnare tutti quei gol fu bellissimo. Tuttora sono l’attaccante più prolifico in Serie A della Reggina, così come a Torino sono entrato nella storia. Sono state tante belle soddisfazioni, in giro per altre squadre. Sarebbe stato bello togliermene anche a Bergamo, ma forse doveva andare diversamente».

GLI ESORDI, IL CAGLIARI E IL RITORNO A ZINGONIA

Con la maglia orobica avevi segnato subito all’esordio.
«Sì, in Coppa Italia, a Torino contro la Juventus nel giugno 2001. Fu un’esperienza di vita. Ero un ragazzino. Venni convocato quasi per caso in prima squadra perché si era fatto male un giocatore. Poi se ne fece male un altro. Andai a scaldarmi e Vavassori, che per me è stata una figura fondamentale, mi mise in campo a 10 minuti dalla fine. Segnai poco dopo, marcato da Thuram, uno dei difensori più forti nella storia del calcio mondiale. È stata una bellissima parentesi».

Contro i bergamaschi ne hai segnati diversi. Hai sempre esultato?
«Sì, ho sempre esultato contro tutti, anche le mie ex squadre, Reggina compresa. Ho sempre detto che chi fa gol deve esultare. Poi è ovvio che magari non fai capriole o gesti esagerati, però l’esultanza è fondamentale. Anche a Bergamo ho esultato. Con il Torino, facendo doppietta nel 5-1 contro i nerazzurri, entrai nei primi dieci cannonieri della storia del club granata: per me era una grande soddisfazione. Non ho mai esultato contro qualcuno. Anzi, l’ho sempre fatto per rispetto verso i miei tifosi, verso chi pagava il biglietto per venire a vedermi e anche verso l’avversario. Per me questi aspetti sono fondamentali e lo sono sempre stati».

Dopo la stagione dell’esordio, ce ne sono state altre due in cui hai fatto la spola tra Primavera e prima squadra.
«Ero un ragazzino. Giocavo, non giocavo, cercavo di ritagliarmi spazio e poi, nel gennaio 2004, sono andato al Cagliari, dove ho vissuto un anno e mezzo bellissimo, sia dal punto di vista calcistico sia umano. Un’esperienza di vita. Ho conosciuto persone straordinarie e ancora oggi ho rapporti bellissimi con tanti ex compagni».

Quella sarda è un’esperienza di cui parli sempre con molto affetto. È stata decisiva per la tua carriera?
«È stata decisiva sotto tanti punti di vista. Ho vissuto un’isola davvero fantastica. Il mio percorso è stato tortuoso. Quando arrivai a Cagliari, avevo davanti giocatori importanti come Suazo, Langella, Esposito e quindi non era semplice trovare spazio, però trovai uno spogliatoio molto unito, che mi ha permesso di vivere quell’anno e mezzo in maniera completa, crescendo molto. Ancora oggi conservo un rapporto speciale con Roberto Maltagliati. Per me è come un fratello maggiore. Lui era quasi a fine carriera e io all’inizio del mio percorso. Mi dava consigli, mi suggeriva come comportarmi, m’indicava la strada. Anche il presidente Massimo Cellino stravedeva per me e credeva molto in me. Avrebbe voluto vedermi giocare sempre. E poi c’erano l’isola, il mare, il sole. Io amo quel tipo di vita, quindi per me fu davvero un’esperienza bellissima».

Con i compagni del settore giovanile sei rimasto in contatto?
«Sì, con tutti. Abbiamo un gruppo WhatsApp che si chiama “La squadra dei sogni”. Ci scriviamo spesso e ogni tanto organizziamo cene o occasioni per rivederci. Ci sono tanti ragazzi che magari non sono arrivati in Serie A. Hanno fatto percorsi diversi, ma è rimasto il rapporto d’amicizia. Alcuni nomi forse oggi non vengono ricordati, ma il legame è rimasto fortissimo. Eravamo una squadra molto forte. Questo è il bello della Dea: essere una famiglia dove il rapporto umano e l’affetto restano nel tempo».

I ricordi più belli risalgono proprio al settore giovanile?
«Abbiamo vinto una Coppa Italia ed è un ricordo bellissimo, ma quello che porto davvero dentro è l’unione che c’era. Si cercava sempre di diventare più bravi, che è quello che manca un po’ ai settori giovanili di oggi. Eravamo una squadra forte e per giocare dovevi meritartelo ogni giorno, dare qualcosa in più, altrimenti restavi in panchina perché c’era quello più bravo di te o quello che in quel momento faceva meglio di te. Questa competizione sana ha stimolato tutti. Tanti ragazzi di quel gruppo sono arrivati a giocare ad alti livelli proprio perché quel contesto di crescita ti obbligava a migliorarti sempre, a non accontentarti mai, anche andando oltre i propri limiti».

Quando sei tornato, nel 2014, invece che esperienza è stata?
«Un’esperienza particolare. Sono tornato in punta di piedi. Ho trovato un bel gruppo e un ambiente che conoscevo bene. Ho avuto una piccola problematica durante il percorso, che poi si è risolta. È stato bello tornare, però col senno di poi, forse non era la scelta più giusta. Probabilmente sarei dovuto andare in altre realtà perché da bergamasco vivevo tutto in maniera molto intensa, forse troppo. Probabilmente avrei dovuto optare per un percorso diverso. Tornare era qualcosa che sentivo dentro, perché volevo bene a quella maglia, ma forse in quel momento della mia carriera avevo bisogno di altro. In qualche modo mi sono “accontentato” di fare la panchina, ma sarebbe stato meglio andare in una squadra dove avrei potuto sentirmi davvero importante e giocare con continuità».

Quando a fine stagione te ne sei andato è stato solo un arrivederci, perché più avanti sei tornato come collaboratore del settore giovanile, anche nell’Under 23 di mister Modesto, dove sei stato allenatore di reparto per gli attaccanti.
«Non sono mai andato via per contrasti o problemi. Sono sempre rimasto in ottimi rapporti con tutti e mi è stata data la possibilità di fare un percorso bellissimo, che mi ha permesso di crescere anche dal punto di vista tecnico, iniziando a vedere il calcio da allenatore».

IL DNA BERGAMASCO E IL GIUDIZIO SULLA SQUADRA

Praticamente possiamo dire che hai davvero vissuto l'ambiente a ogni livello: da ragazzino nel settore giovanile, da calciatore professionista e da collaboratore tecnico.
«Sì, e ne ho visto tutto il percorso di crescita, dalla squadra che lottava per salvarsi fino a quella che, quando ero collaboratore, ha vinto l’Europa League. Ho vissuto la società della famiglia Ruggeri, che ha fatto un ottimo lavoro, e poi quella della famiglia Percassi, che ha dato un’ulteriore spinta portando il club a diventare una realtà internazionale. Oggi è una società di altissimo livello, con strutture moderne, un centro sportivo importante, uno stadio straordinario e una dimensione europea consolidata. È il racconto di una realtà piccola per dimensioni, ma con un DNA fortissimo. Una città che ha sempre avuto carattere, identità, personalità e spirito di sacrificio».

In questo gruppo c’è ancora qualcosa di quello che hai vissuto da ragazzino nel settore giovanile?
«È diversa, inevitabilmente. Quando ero un ragazzino era davvero una famiglia nel senso più stretto del termine. C’era Mino Favini e l’allenatore era un punto di riferimento totale. Oggi c’è un’organizzazione molto più ampia e moderna. L’aspetto centrale della famiglia resta perché i Percassi tendono molto a creare unità, ma oggi è un’azienda di alto livello, dove bisogna puntare al massimo del rendimento».

Tu sei un tifoso di questi colori?
«Lo sono da sempre. Mio nonno lo era, mio padre anche e sono cresciuto con questi colori. Il bergamasco è tifoso e nel nostro DNA c’è un certo tipo di mentalità: non mollare mai, lottare, lavorare. È qualcosa che rimane dentro anche se giri il mondo. Provo affetto anche per Torino e Reggina, dove ho costruito pezzi importanti della mia carriera e della mia vita e ci sono legami forti, ma qui mi hanno cullato, cresciuto, formato e portato a diventare il giocatore che sono stato».

Quindi tra le due formazioni il cuore dove va?
«Tifo nerazzurro, ma spero sempre che il Cagliari si salvi, perché è una realtà a cui sono legato e dove sono stato benissimo. A noi servono punti per raggiungere la qualificazione in Europa e ci sono tutte le potenzialità per farlo. Si è persa la semifinale con la Lazio, ma si è stati anche sfortunati».

Da attaccante, il risultato della lotteria dei rigori è tutto merito di Motta, il portiere laziale, o non si è calciato benissimo?
«Bisogna trovarsi in quelle situazioni per capire davvero cosa si prova. Il portiere, in quei momenti, ha tutto da guadagnare e niente da perdere. È avvantaggiato, mentre l’attaccante sente molto più il peso del momento. I rigori non sono stati battuti benissimo, ma il portiere è stato bravo nell’intuire gli angoli e, anche in partita, aveva già fatto una grande parata su Scamacca. Parare quattro rigori in una semifinale e portare la squadra in finale è qualcosa di grande. Si è preso una soddisfazione importante».

Secondo te l’attacco è stato un po’ il problema di quest’anno: creare tanto e segnare poco?
«No, secondo me l’attacco c’è ed è forte. Ovviamente l’anno scorso c’era un giocatore che appena toccava una palla, faceva gol, mentre quest’anno è stato un po’ diverso, ma a me piacciono sia Scamacca che Krstovic. C’è anche De Ketelaere. Ci sono tanti giocatori forti, con grandi qualità. Poi ci sono stagioni in cui riesci a sfruttare tutte le occasioni create e altre in cui fai più fatica a concretizzare. L’attaccante vive anche di questi momenti, però le qualità per far bene ci sono tutte».

Sei d’accordo con chi definisce la Dea come l’eterna incompiuta di questa stagione?
«C'è una rosa forte, una rosa da prime tre del campionato. Forse l’errore iniziale è stato perdere tempo e punti fondamentali con una scelta tecnica sbagliata, che ha condizionato il cammino verso l’obiettivo Europa. Adesso mi sembra si sia trovato l’equilibrio giusto, però quando sei sempre costretto a rincorrere, prima o poi le energie vengono meno. Con la Lazio si sono visti alcuni giocatori arrivare con la spia della benzina al minimo. Quando sei sempre costretto a rincorrere, non riesci mai a rifiatare e può capitare di avere dei momenti di calo, ma non la definirei un’eterna incompiuta. È una squadra forte, con grande potenziale, ma i punti persi all’inizio pesano sul finale di stagione».

La sconfitta di Coppa Italia può condizionare le prossime partite?
«Abbiamo perso ai rigori. La partita è stata giocata forse con meno intensità rispetto ad altre volte, contro una Lazio inferiore a livello qualitativo, ma molto organizzata. La Lazio ha avuto tante difficoltà in stagione. Ha vinto la semifinale ai calci di rigore grazie al portiere che ha fatto la differenza. La sconfitta può togliere entusiasmo all’ambiente, perché si sperava nella finale, ma non credo possa determinare il resto del campionato. Bisogna anche avere equilibrio nei giudizi. Fino a pochi anni fa si lottava per la salvezza. Oggi siamo abituati a vederla sempre al top e pensiamo quasi che si debba sempre vincere o stare nelle Coppe, però ci sono anche le altre squadre, che lavorano, crescono e hanno forze economiche importanti. Il livello si alza».

LA SFIDA AL CAGLIARI E IL FUTURO DEI GIOVANI

Da ex giocatore e da allenatore, come si riparte dopo una delusione così?
«Siamo bergamaschi: si riparte con il lavoro. Ci si rimboccano le maniche, si analizza quello che non è andato e si cerca di capire da chi ripartire per la stagione successiva. Bisogna stabilire che investimenti si faranno e chi verrà ceduto; valutare i giocatori che hanno finito un ciclo e quelli che, magari, devono ancora iniziarlo. Ci sono tanti aspetti da considerare, ma la base resta importante. Con imprenditori come i Percassi, da questo punto di vista, l’equilibrio non manca mai. Le valutazioni verranno fatte nel modo migliore per dare continuità a tutto quanto di straordinario è stato costruito finora».

Marco Palestra è uno da cui ripartire?
«L’ho avuto come giocatore quando ero in Under 23 e per me era già pronto per poter giocare in prima squadra. Ora ha fatto il suo percorso e bisognerà capire se resterà qui o se andrà a fare esperienza altrove, in base alle situazioni e alle richieste. È un giocatore con un potenziale incredibile, qualità straordinarie e ha disputato un grande campionato a Cagliari, con valori da top player. Ma ce ne sono tanti altri. Penso a Manzoni, trequartista di grande qualità che a me piace tantissimo; Vavassori; Cassa è un esterno molto forte; Misitano, Obric, Panada. C’è anche Henry nella Primavera. Ci sono tanti ragazzi forti nel settore giovanile, con grande potenziale. Servono equilibrio e tempo. Bisogna farli lavorare, dare loro la possibilità di crescere e sperare che esplodano. Devono poter sbagliare, fare esperienza e completare il loro percorso. Però le qualità ci sono. La società ha la fortuna di saper lavorare bene con i giovani e di poterli accompagnare verso un futuro importante».

Che partita ti aspetti con il Cagliari?
«Mi aspetto un Cagliari che ha bisogno di fare punti per chiudere il discorso salvezza, mentre noi dobbiamo reagire a una sconfitta che fa male, ma può aiutare a crescere ancora».

Quindi non una partita dal risultato scontato?
«Assolutamente no. All’andata era stata una partita bruttina. Il Cagliari non aveva fatto bene. Meglio noi, che eravamo riusciti a vincere con la doppietta di Scamacca. Stavolta mi aspetto maggiore pressione da parte dei sardi, che hanno l’urgenza del risultato per provare a salvarsi».

Per chiudere, tu oggi di cosa ti occupi?
«Lavoro per Radio Tv Serie A e adesso inizierò una nuova esperienza importante, di cui saprete a breve. Per me sarà un’opportunità bellissima. Ho fatto tutti i corsi: da allenatore e da direttore sportivo. Ho studiato tanto. Sono cresciuto e posso affrontare questa nuova importante esperienza».

Tra i gol segnati lontano da Bergamo e una carriera costruita altrove, Rolando Bianchi non nasconde quello che questo club continua a rappresentare per lui. Non il rimpianto di ciò che poteva essere, ma il luogo dove tutto è cominciato e dove è tornato anche dopo il calcio giocato. Da doppio ex, guarda alla sfida con rispetto per entrambe le piazze, ma senza dubbi sulla parte da cui stare. Perché se la carriera l'ha portato a diventare simbolo in Calabria e in Piemonte, questi colori restano per lui, ancora oggi, quella squadra che chiama famiglia.

© Riproduzione Riservata

© foto di Federico De Luca
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
© foto di TuttoAtalanta.com