Scamacca e Krstovic reggono l'urto, ma la Dea paga a caro prezzo la difesa ballerina
L'Atalanta torna dalla disastrosa trasferta isolana con le ossa rotte e una pesante valigia carica di interrogativi. Davanti agli encomiabili quattrocento tifosi giunti all'Unipol Domus di Cagliari, la formazione guidata da Raffaele Palladino ha offerto una prestazione disarmante, fallendo il tanto atteso scatto d'orgoglio dopo l'atroce eliminazione in Coppa Italia. Ora restano quattro finali di fuoco per difendere un settimo posto che potrebbe valere l'Europa, ma è il momento di un'analisi profonda per capire quale sarà il vero volto tecnico e tattico della Dea di domani.
L'ASSOLUZIONE DEI BOMBER E IL CONFRONTO NAZIONALE - Nei momenti di crisi è fin troppo facile puntare il dito contro il terminale offensivo, ma i freddi numeri raccontano una verità diametralmente opposta. Raggiungendo l'ambita doppia cifra stagionale, sia Gianluca Scamacca che Nikola Krstovic hanno zittito le perplessità degli scettici. Il tandem orobico vanta venti centri complessivi, un bottino che in Serie A è inferiore solamente all'inarrivabile coppia interista formata da Lautaro Martinez e Marcus Thuram, e alla sorprendente premiata ditta lariana composta da Anastasios Douvikas e Nicolas Paz. Lasciandosi alle spalle i blasonati reparti avanzati di Napoli, Roma, Milan e Juventus, risulta palese che il vero deficit della squadra non risieda affatto nella finalizzazione delle sue prime punte.
IL REBUS TATTICO E IL FANTASMA SERBO - Le lacune più evidenti emergono prepotentemente nello sviluppo della manovra. A Cagliari si è assistito a uno sterile e snervante possesso palla, un logorante girocollo orizzontale privo degli strappi necessari per scardinare il fortino avversario. In questo contesto opaco, l'impiego di Giacomo Raspadori rischia di tramutarsi in un clamoroso equivoco: l'attaccante azzurro ha macinato chilometri, risultando il più stakanovista in campo, ma è stato costretto a giostrare a siderale distanza dalla porta, venendo totalmente depotenziato. Fa altrettanto discutere la misteriosa gestione di Lazar Samardzic. Scomparso dalle rotazioni per un mese intero, il talento balcanico ha dimostrato nel concitato finale di avere i colpi per accendere la luce, recapitando in area palloni velenosissimi. Un'arma del genere a gara in corso avrebbe fatto indubbiamente comodo anche nelle recenti e sfortunate notti da dentro o fuori vissute contro Lazio e Juventus.
IL COLABRODO ARRETRATO E L'ASSENZA FATALE - Il vero, sanguinoso nervo scoperto della compagine nerazzurra è però un assetto difensivo divenuto improvvisamente friabile. Attaccare spingendo in avanti anche i braccetti è un manifesto calcistico coraggioso, ma senza un'intensità feroce nei recuperi si trasforma in un suicidio. I letali contropiedi concessi ai sardi, culminati con il sigillo di Gennaro Borrelli e le galoppate di Alessandro Deiola e Andrea Belotti, testimoniano uno squilibrio strutturale gravissimo. In questo senso, l'iniziale rinuncia al dinamismo di Ederson ha pesato come un macigno sull'equilibrio generale. – come analizza L'Eco di Bergamo – a questa drammatica vulnerabilità a campo aperto si aggiunge l'ormai cronica maledizione dei calci piazzati: il secondo gol subìto in Sardegna da calcio d'angolo è l'ennesima fotocopia delle mortifere amnesie già costate carissime contro il Sassuolo e in coppa nazionale.
IL BILANCIO E L'ORIZZONTE EUROPEO - Nonostante la comprensibile delusione per questo blackout primaverile, etichettare l'annata come un fallimento sarebbe un abbaglio storico. La dimensione del club è ormai saldamente consolidata nei salotti buoni del calcio italiano. Conservare la settima piazza potrebbe regalare il pass per la Conference League, vincolando le speranze al trionfo dell'Inter nel trofeo tricolore. Il gruppo ha il dovere morale di sputare sangue in questo vibrante finale di stagione, ricompattando l'ambiente per trasformare nuovamente la magica New Balance Arena in un fortino inespugnabile.
Il tempo degli esperimenti e degli alibi è terminato: servono attributi e cinismo per blindare l'Europa e porre le basi inossidabili dell'Atalanta che verrà.
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