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ESCLUSIVA TA - Emanuele Bani, l'Atalanta SLZ in Brasile: "Volevo fare qualcosa di concreto per questi bambini"

autore
Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com
Oggi alle 00:00Primo Piano
autore Claudia Esposito
27.10.2026 00:00Primo Piano
Emanuele Bani, da Ghisalba a São Luís, racconta la scuola calcio inclusiva che porta il nome della Dea, i ricordi da tifoso e il suo sguardo sull'Atalanta di Sarri

Un atalantino dall'altra parte dell'oceano, una passione nerazzurra che attraversa generazioni e un progetto capace di trasformare il calcio in uno strumento d'inclusione, educazione e speranza. È la storia di Emanuele Bani, originario di Ghisalba, che da anni vive a São Luís, in Brasile, dove ha fondato l'Associação Esportiva Atalanta SLZ, una scuola calcio dedicata ai bambini di una comunità particolarmente svantaggiata. Un'iniziativa nata dal desiderio di offrire opportunità a chi spesso non ne ha, con un'attenzione speciale ai bambini con disabilità e difficoltà del neurosviluppo. Un progetto che porta il nome del club orobico e che, grazie anche alla solidarietà degli amici bergamaschi e tifosi nerazzurri del gruppo Forever Atalanta, sta crescendo. Bani racconta in esclusiva a TuttoAtalanta.com la propria esperienza, il rapporto con i suoi ragazzi, i ricordi di una vita trascorsa a seguire la Dea e la sua visione dell'Atalanta di Maurizio Sarri, tra nostalgia, critiche, progetti e un sogno speciale: far conoscere Bergamo ai bambini della sua scuola calcio.

Emanuele, sei originario di Ghisalba, ma oggi vivi in Brasile. Com'è cominciata quest'avventura?
«Sono nato e cresciuto a Ghisalba. La prima volta sono venuto in Brasile all'età di 26 anni, per trovare mio zio, un frate missionario cappuccino impegnato in opere sociali a favore delle persone più bisognose. Ho trascorso circa un mese con lui e quell'esperienza mi è piaciuta moltissimo. Mi sono detto che, una volta terminati gli studi universitari di Geografia a Milano, sarei tornato per vedere come sarebbe andata. All'inizio facevo avanti e indietro tra Italia e Brasile, poi nel 2010 mi sono trasferito definitivamente».

Di cosa ti occupi in Brasile?
«Sono insegnante di Geografia in una scuola superiore pubblica, dove lavoro di ruolo con ragazzi dai 15 ai 18 anni. Ho ottenuto anche la doppia cittadinanza. La scuola è il mio lavoro, ma accanto a questo porto avanti un progetto di volontariato, l'Associação Esportiva Atalanta SLZ (Associazione Sportiva Atalanta, ndr), rivolto a bambini e ragazzini dai cinque ai quattordici anni. Ci dedico moltissimo tempo e per me ha un significato particolare».

Come nasce quest'associazione?
«È un progetto che ho ideato personalmente e che unisce sport ed educazione. Lavorando nella scuola pubblica, ho conosciuto tanti bambini e ragazzi che vivono situazioni davvero difficili. Alcuni non hanno nemmeno da mangiare a sufficienza. Piano piano ho cominciato a conoscere le loro storie, le loro famiglie e le condizioni in cui vivono. Da lì è nata, quasi spontaneamente, l'idea di creare una scuola calcio. Da una parte era qualcosa che avevo sempre desiderato realizzare, dall'altra sentivo il bisogno di dare alla mia vita un significato che andasse oltre le attività quotidiane. Volevo fare qualcosa di concreto per questi bambini. E in Brasile il calcio è praticamente una cosa sacra, fa parte della vita di tutti».

Che cosa rende particolare la tua scuola calcio?
«Non è una scuola calcio tradizionale. Il nostro è un progetto sportivo ed educativo gestito da volontari, al quale collaborano insegnanti, psicologi e persone con competenze specifiche. Organizziamo anche attività di doposcuola e ci occupiamo di bambini con disabilità, disturbi del neurosviluppo e deficit dell'attenzione. La caratteristica più importante è che non facciamo distinzioni: giocano insieme bambini con abilità differenti, con e senza disabilità. Abbiamo anche una figura laureata in Educazione fisica, specializzata in questo tipo di attività. È un'esperienza d'inclusione vera, alla quale tutti possono partecipare e sentirsi parte dello stesso gruppo. I bambini si trovano molto bene, imparano a conoscersi e a stare insieme. Non è un lavoro facile, perché le difficoltà sono tante, ma le soddisfazioni sono enormi».

In Brasile il calcio si vive ancora un po' come lo vivevamo noi tanti anni fa, quando i bambini giocavano per strada, nei cortili o in qualsiasi spazio disponibile?
«Qui il calcio si vive ancora in quel modo, è una passione che fa parte della vita quotidiana. Nella comunità in cui lavoro, per esempio, c'era un campetto di sabbia che veniva utilizzato anche per scaricare rifiuti. Eppure i bambini giocavano proprio lì, perché non avevano altri spazi a disposizione. È un po' il calcio di una volta, quello che abbiamo conosciuto anche noi da piccoli».

Da quel campetto di sabbia siete riusciti a realizzare un vero campo da calcio. Com'è stato possibile?
«Erano circa tre anni che lavoravamo a questo progetto quando un mio amico bergamasco ha ricevuto un'eredità dalla madre, circa ventimila euro. Un giorno mi ha detto che voleva mettere quella somma a disposizione della nostra iniziativa, per aiutarci a realizzare il campo da calcio. È proprio grazie alla sua generosità che siamo riusciti a costruirlo. È stato qualcosa di straordinario, soprattutto per la comunità in cui ci troviamo. Non soltanto i bambini, ma anche i loro genitori, soprattutto le mamme, sono venuti a ringraziarci. In questa zona, dove le condizioni di vita sono molto difficili, mancano luoghi di aggregazione e opportunità per i ragazzi. Avere finalmente uno spazio dove incontrarsi, giocare e stare insieme ha rappresentato davvero tanto per tutti».

Che cosa rappresenta per te vedere questi bambini sul campo?
«È una soddisfazione difficile da descrivere. Quando conosci le loro storie, capisci quanto possa essere importante anche una cosa che a noi sembra normale, come giocare a calcio. Alcuni affrontano problemi familiari, economici e situazioni di violenza davvero pesanti. Ci sono bambini che, a dodici anni, non frequentano ancora la scuola e non sanno leggere o scrivere. Sono realtà che fanno riflettere. Vederli felici, anche soltanto per il tempo di un allenamento, ripaga di tutte le difficoltà. È proprio per loro che voglio continuare a far crescere questo progetto».

Che cosa sognano questi ragazzi?
«Praticamente tutti sognano di diventare calciatori professionisti! Se chiedi a dieci bambini che cosa vogliono fare da grandi, tutti e dieci ti rispondono che vogliono diventare calciatori. È il sogno che li accomuna».

Chi sono i loro idoli?
«I più piccoli seguono soprattutto i calciatori protagonisti oggi, per esempio Lamine Yamal. È cambiato parecchio, invece, il rapporto con i grandi campioni brasiliani. Il Brasile non vince un Mondiale da oltre vent'anni e questa cosa pesa sulla percezione del calcio da parte dei ragazzi. Mentre quando comincia una Coppa del Mondo, gli adulti continuano a sentirsi i più forti, perché sono cresciuti con una Nazionale che dominava il calcio mondiale, i bambini non vivono questo sentimento nello stesso modo, perché non hanno conosciuto quei successi. Secondo me il calcio brasiliano ha perso un po' del fascino che aveva un tempo. Dopo Neymar non è più emerso un giocatore capace di diventare un idolo come i grandi campioni del passato. Oggi i più piccoli guardano molto al calcio europeo ed è difficile trovare un calciatore brasiliano che rappresenti per loro un punto di riferimento assoluto».

Quali sono i progetti futuri?
«Lo scorso anno abbiamo preso parte a un piccolo campionato locale. Per i nostri bambini era la prima esperienza in una competizione organizzata ed è stato molto bello, anche perché hanno potuto confrontarsi con altre squadre. Abbiamo anche affittato una piccola casa che utilizziamo per ospitare i volontari provenienti dall'Italia e mi piacerebbe ampliare ulteriormente le attività educative e riuscire a fare ancora di più. Uno dei miei desideri più grandi sarebbe quello di avviare una collaborazione con l'Atalanta. Ho già avuto modo di parlare con Umberto Marino, direttore generale del club, che mi ha fatto i complimenti per l'iniziativa. Sono rimasto in contatto anche con la segreteria e mi è stato spiegato che l'Atalanta sta lavorando a un progetto per sostenere iniziative in diverse parti del mondo. Per me poter sviluppare una collaborazione con il club sarebbe bellissimo, un sogno».

La tua passione per l'Atalanta, invece, dove nasce?
«Me l'ha trasmessa mio padre. Avevo circa sei anni quando ha cominciato a portarmi allo stadio. Avevamo l'abbonamento e andavamo insieme in Tribuna Rinascimento. A quindici anni ho iniziato invece a frequentare la Curva Nord. Ho vissuto anche l'esperienza del tifo organizzato, facendo parte di un gruppo storico della Nord insieme ai miei amici di Ghisalba. Alcuni di loro fanno parte del gruppo "Forever Atalanta", che oggi si trova in Curva Sud. Nonostante io viva dall'altra parte dell'oceano, siamo rimasti molto legati. La distanza non ha cambiato la nostra amicizia. Tra l'altro, i Forever contribuiscono anche alla mia iniziativa in Brasile. Ogni anno organizzano un torneo per ricordare gli amici che purtroppo non ci sono più e mi mandano parte del ricavato per aiutarmi a portare avanti il progetto. È un gesto dal valore enorme».

In Brasile conoscono l'Atalanta?
«Oggi praticamente tutti, ma quando mi sono trasferito definitivamente, nel 2010, la situazione era completamente diversa. Allora pochissimi la conoscevano. Dovevo spiegare che era una squadra italiana, che giocava in Serie A, ma che in quegli anni alternava stagioni nella massima serie ad altre in Serie B. Negli ultimi dieci anni, invece, è cambiato tutto. Con Gasperini, le partecipazioni alla Champions League, le partite europee contro squadre blasonate come il Real Madrid e soprattutto la vittoria dell'Europa League, l'Atalanta è diventata una squadra conosciuta a livello internazionale. Per me è motivo di grandissimo orgoglio. Prima dovevo spiegare chi fosse l'Atalanta, adesso basta pronunciare il suo nome e tutti sanno di quale squadra sto parlando. È stato un cambiamento epocale».

E come viene visto oggi il campionato italiano in Brasile?
«Anni fa il campionato italiano era considerato il centro del mondo calcistico. I calciatori più forti volevano venire in Italia, perché la Serie A era il punto di riferimento. Oggi la Premier League e la Liga hanno superato il nostro campionato per interesse e prestigio internazionale. Il calcio italiano viene ancora seguito, ma meno rispetto al passato. Prima il sogno di tanti calciatori era giocare in Italia, oggi puntano alla Premier League. Basta guardare dove vanno i giocatori più forti per capire quanto sia cambiata la situazione».

Qual è il tuo primo ricordo legato all'Atalanta?
«Uno dei primi ricordi che ho è quello di una partita contro la Fiorentina, nel gennaio del 1987. Doveva essere giocata di domenica, ma venne rinviata per la neve e recuperata il giorno successivo. Ricordo benissimo che ero a scuola e mio padre venne a chiedere il permesso di farmi uscire per portarmi allo stadio. Di quell'Atalanta ricordo che ci giocava l'inglese Trevor Francis. Non so perché. Sono le cose che ti restano in mente da bambino. Vincemmo 2-0 e lui segnò il primo gol».

Ci sono altre partite storiche dell'Atalanta che ricordi in modo particolare?
«Una è sicuramente Atalanta-Cagliari di Coppa Italia, nel dicembre del 1995, giocata sotto una nevicata incredibile. Il campo era completamente coperto di neve e noi tifosi entrammo addirittura sul terreno di gioco per aiutare a spalare e permettere che la partita si disputasse. Fu un momento particolare, di quelli che oggi sembrano quasi impossibili da immaginare. L'Atalanta vinse 4-2, con doppietta di Tovalieri e gol di Morfeo e Pisani. Sono ricordi che raccontano un calcio e un rapporto tra squadra e tifosi molto diversi da quelli di oggi. Un'altra partita che porto nel cuore è naturalmente la semifinale di Coppa delle Coppe contro il Malines, nel 1988. Avevo dodici anni e lo stadio era pienissimo. Arrivai tardi perché mio padre era al lavoro e ricordo una quantità impressionante di gente. Era qualcosa di straordinario: l'Atalanta giocava in Serie B ed era arrivata fino alla semifinale di una competizione europea. Passammo in vantaggio con Garlini e per un momento sembrò davvero possibile raggiungere la finale. Poi il Malines segnò e fummo eliminati. Fu una delusione enorme, ma poi quella stagione ci regalò la gioia della promozione in Serie A. Quando sei bambino vivi tutto in maniera molto intensa. Una sconfitta può sembrarti una tragedia, ma poi basta una grande gioia per farti dimenticare tutto».

Per te quali sono stati i giocatori più rappresentativi dell'Atalanta?
«Il primo nome che mi viene in mente è Glenn Stromberg. È stato un giocatore straordinario e un simbolo dell'Atalanta. Poi penso a Gianpaolo Bellini, soprattutto per il comportamento e la professionalità che ha sempre dimostrato. È un esempio di attaccamento alla maglia e di serietà. Invece de Roon…».

De Roon cosa?
«Sono rimasto molto deluso, ma voglio spiegare bene il motivo. Non sono deluso perché ha deciso di lasciare l'Atalanta. Un calciatore è libero di fare le proprie scelte professionali e di andare a giocare dove preferisce. Il problema, per me, è che ha scelto la Roma. Da tifoso atalantino questa cosa pesa. Dopo tutto quello che ha rappresentato per Bergamo, avrebbe potuto scegliere qualsiasi altra destinazione, ma non la Roma. È stata una delusione».

Anche Gasperini è andato a Roma…
«Per me è diverso. Nei confronti di Gasperini non provo alcun rancore. Secondo me ha scelto una piazza adatta a lui, nella quale può provare a fare un ulteriore salto di qualità. Un allenatore fa valutazioni professionali diverse da quelle di un calciatore e io riesco a comprendere la sua scelta. Credo che abbia fatto bene a scegliere una realtà nella quale pensa di poter raggiungere nuovi obiettivi. Per de Roon, invece, la considero anche una questione umana, non soltanto professionale. Credo che abbia fatto un errore scegliendo proprio la Roma. Questo non significa che non possa tornare a Bergamo o che io provi rancore nei suoi confronti. Assolutamente no. Resta un giocatore che ha dato tantissimo all'Atalanta, ma personalmente quella scelta non l'ho condivisa».

Riesci a seguire le partite dell'Atalanta anche dal Brasile?
«Fortunatamente molte partite vengono trasmesse in chiaro da un canale brasiliano e riesco a seguirle. Naturalmente non è la stessa cosa che essere allo stadio. Quando guardi una partita in televisione hai una percezione diversa».

Domenica, in occasione di Atalanta-Frosinone, sei tornato allo stadio dopo oltre vent'anni. Che impressione ti ha fatto la nuova New Balance Arena?
«Dal punto di vista estetico è straordinaria. È uno stadio bellissimo, moderno, un vero salotto nel quale si vede la partita molto bene, ma devo ammettere che ho provato anche un po' di saudade, come si dice qui in Brasile, cioè nostalgia. Ero molto affezionato al vecchio stadio. Non si tratta di una questione estetica, perché quello nuovo è sicuramente più bello, ma di ricordi e di emozioni. Quando entri in un luogo nel quale hai trascorso una parte importante della tua vita e lo ritrovi diverso, è inevitabile che ti manchi qualcosa. Il nuovo stadio è bellissimo da vedere, ma io continuo ad avere nel cuore quello di prima».

E che Atalanta hai visto dal vivo? Hai avuto le stesse impressioni che ricavi guardando le partite dal Brasile?
«Ho ritrovato la stessa Atalanta che vedo in televisione, ma dal vivo certe differenze si notano ancora di più. Mi ha colpito soprattutto il fatto che la squadra giochi molto bassa. È una cosa che si vede anche in televisione, ma allo stadio l'effetto è ancora più evidente. Con Gasperini eravamo abituati a una squadra che giocava molto più alta, con maggiore aggressività e coraggio».

Che cosa pensi dell'Atalanta di Sarri?
«Bisogna avere ancora un po' di pazienza. Dal punto di vista calcistico non esiste una formula giusta in assoluto. Ogni allenatore ha le proprie idee e ciascuno di noi ha le proprie preferenze. Personalmente, ho la sensazione che nel calcio moderno il gioco uomo contro uomo funzioni meglio, almeno in Italia. È una mia impressione, naturalmente, perché ci sono tanti esempi che possono dimostrare anche il contrario. La Spagna ha vinto Mondiali giocando in maniera diversa e anche il Paris Saint-Germain non utilizza una marcatura a uomo totale. Magari i dati dicono qualcosa di diverso rispetto alla mia sensazione, ma io continuo a pensare che il modo di giocare di Gasperini sia particolarmente efficace. Lui ha aperto una strada. Basta guardare il Frosinone che abbiamo affrontato ieri. Ho visto molte cose che ricordano il suo calcio: uomo contro uomo, anche in difesa, aggressività, intensità e coraggio. Lo stesso Alvini, quando aveva già allenato in Serie A alcuni anni fa, proponeva un calcio diverso. Adesso è tornato con questo modo di giocare e sembra funzionare».

Pensi che l'Atalanta debba continuare con Sarri oppure un eventuale esonero potrebbe essere la soluzione?
«Non so se continuare con Sarri sia la scelta giusta, ma allo stesso tempo non sono convinto che mandarlo via risolverebbe tutti i problemi. Mi sembra una brava persona, un allenatore che conosce molto bene il calcio. Bisogna anche considerare che l'Atalanta ha avuto tantissimi infortuni e questo ha complicato ulteriormente il suo lavoro. Sono tutte cose che mi fanno pensare che forse sarebbe meglio aspettare ancora un po'. Non so quanto siano disposti ad aspettare gli altri. La mia sensazione è che, tra i tifosi, la maggioranza oggi sarebbe favorevole al suo esonero».

Ma la squadra non ha delle responsabilità?
«Secondo me ha più colpe la squadra che Sarri. È una cosa sulla quale so che molti tifosi non sono d'accordo con me. La voglia, la fame, la grinta sono cose che non si possono allenare. O le hai dentro oppure non le hai. E secondo me il problema principale dell'Atalanta in questo momento è proprio questo. Molti sostengono che Sarri faccia giocare alcuni calciatori in posizioni sbagliate e può anche essere vero, ma io vedo soprattutto giocatori che non riescono a esprimersi come dovrebbero, che sembrano meno aggressivi, meno intensi, che a volte non corrono abbastanza. Può darsi che sia una situazione anche involontaria, che alcuni non riescano a rendere perché non si trovano bene nel nuovo sistema, ma la mia impressione è che le responsabilità della squadra siano molto importanti».

Ti riferisci a qualche giocatore in particolare?
«Scamacca è il nome che fanno tutti, ma io non mi riferisco soltanto a lui. Secondo me il problema più grande è a centrocampo. Ederson, per esempio, è la seconda stagione che non garantisce quello che ci si aspetta da lui. E non è l'unico. Il problema non è tanto il modo di giocare, quanto il rendimento e la qualità che i centrocampisti riescono a esprimere».

E se fosse necessario concedere all'Atalanta una stagione di ricostruzione? Potrebbe starci?
«Assolutamente sì. Anzi, io avrei fatto una scelta ancora più radicale. Avrei rivoluzionato maggiormente la squadra, puntando su un gruppo molto più giovane e dichiarando apertamente che l'obiettivo era quello di ricostruire. Avrei puntato su qualche ragazzo dell'Under 23 e avrei cercato di ripartire da zero, con un progetto basato sui giovani, anche a costo di ritrovarmi a metà classifica per una stagione. Naturalmente sarebbe stata una scelta difficile, perché i tifosi probabilmente non l'avrebbero accettata subito e per la società non sarebbe stato semplice, però mi sembra che l'Atalanta abbia investito parecchi soldi sul mercato e questo significa che vuole continuare a rimanere nelle posizioni alte della classifica. Io personalmente avrei preferito una ricostruzione più profonda, con obiettivi diversi e dichiarati fin dall'inizio».

Dove può arrivare quest'Atalanta in campionato?
«Dipende molto da quello che succederà tra l'allenatore e i calciatori. Se i giocatori riusciranno ad adeguarsi al nuovo sistema e a ritrovare il loro rendimento, credo che l'Atalanta possa arrivare tra le prime otto. Se invece continuerà a esserci questa distanza tra quello che vuole l'allenatore e quello che riescono a fare i giocatori, rischiamo di rimanere a metà classifica».

Pensi che la Conference League sia un trofeo alla portata dell'Atalanta?
«La Conference League è un'incognita, ma secondo me possiamo fare benissimo. Quando giocavamo in Europa League avevo detto che avremmo potuto vincerla e poi è successo davvero. Anche questa volta voglio sbilanciarmi: secondo me l'Atalanta può vincere la Conference League. Ci sono alcune cose da sistemare e naturalmente dipenderà da tanti fattori, ma perché non dovremmo riuscirci? Credo che possiamo fare un bel percorso europeo».

Secondo te il tifoso atalantino deve ridimensionare le proprie aspettative?
«Il problema più grande della piazza, secondo me, sono proprio le aspettative. Quando ti abitui a vedere un certo tipo di calcio, a divertirti in un certo modo e a ottenere determinati risultati, poi diventa difficile accettare qualcosa di diverso. È un po' come un bambino che ha avuto un giocattolo bellissimo e poi ne riceve uno meno divertente. Inevitabilmente rimane deluso. Oggi i tifosi dell'Atalanta hanno aspettative molto alte, soprattutto quelli più giovani, che hanno conosciuto principalmente gli anni dei grandi successi. Io ho seguito l'Atalanta anche in Serie B, ero abituato a situazioni molto più difficili. Per questo, per esempio, ieri mi sono comunque divertito a vedere il 4-4 con il Frosinone. Siamo arrivati a vivere serate straordinarie, come il 3-0 a Liverpool, e vittorie con risultati incredibili, 6-1, 7-0. Oggi storciamo il naso davanti a un 4-4 con il Frosinone. È comprensibile, perché ci siamo abituati a un livello altissimo, ma è proprio questo che rende più difficile accettare una stagione diversa. Per questo penso che se la società avesse dichiarato fin dall'inizio di voler rifondare la squadra, ripartendo da un progetto nuovo, avrebbe aiutato anche l'ambiente. I bergamaschi, quando hanno davanti persone sincere, sanno capire. Se dici chiaramente che vuoi ricostruire, che servirà tempo e che magari per un anno non potrai lottare per certi obiettivi, i tifosi possono accettarlo. I bergamaschi apprezzano la sincerità. L'importante è avere le idee chiare e dirle subito».

Le prossime due partite contro Fiorentina e Parma possono rappresentare uno spartiacque per l'Atalanta e per Sarri?
«Secondo me la partita di Firenze non sarà ancora decisiva. È troppo vicina e si tratta comunque di una trasferta contro una squadra che, al di là del momento difficile che sta attraversando, rimane un avversario ostico, con un nome e una tradizione importanti. Anche in caso di sconfitta bisognerebbe valutare come è maturata. Il vero problema, secondo me, potrebbe essere la partita successiva contro il Parma. Il Frosinone, per esempio, gioca bene e lo abbiamo visto. Il Parma, invece, è una squadra diversa. Quella è la classica partita che, se la perdi, può farti entrare davvero in crisi. Per questo penso che possa diventare uno spartiacque. È soprattutto dopo quella gara che Sarri potrebbe essere messo seriamente in discussione».

Che cosa ti aspetti da queste due partite?
«Prima di tutto mi aspetto di vedere giocatori che seguono l'allenatore. È questa la cosa che mi piacerebbe vedere, al di là del risultato. Nel calcio si può vincere o perdere, ma voglio vedere una squadra convinta di quello che sta facendo, che lotta e che segue le indicazioni del proprio tecnico. Per quanto riguarda i risultati, penso che potremmo fare quattro punti: uno a Firenze e tre contro il Parma. Sarebbero quattro punti molto importanti, che in questo momento darebbero tanto alla squadra e all'ambiente».

Ora quando tornerai a Bergamo a vedere l'Atalanta?
«È difficile dirlo. Potrebbe essere tra un anno, tra due oppure anche tra cinque. Vivendo in Brasile non è semplice organizzare questi viaggi, ma Bergamo rimane sempre casa mia».

Sogni un giorno di poter tornare a Bergamo insieme ai bambini della tua scuola calcio?
«Sarebbe bellissimo. È uno dei miei sogni più grandi. Mi piacerebbe tantissimo riuscire a portare questi ragazzi a Bergamo, far conoscere loro la città, lo stadio e permettere loro di vivere un'esperienza che per molti sarebbe davvero straordinaria. Pensare di poterli vedere felici, magari davanti allo stadio dell'Atalanta, sarebbe una soddisfazione immensa».

Racconterai loro che sei tornato a Bergamo e che hai visto giocare l'Atalanta?
«Sicuramente glielo racconterò. Per il momento lo sanno soltanto i miei volontari, ma lo dirò anche ai bambini. In fondo loro conoscono l'Atalanta soprattutto attraverso di me, attraverso i miei occhi e i miei racconti. Mi piacerebbe che un giorno potessero conoscere personalmente tutto quello che oggi posso soltanto raccontare loro. Sarebbe bellissimo riuscire a condividere con questi bambini non soltanto la mia passione per l'Atalanta, ma anche un pezzo della mia storia».

Da Ghisalba a São Luís, dalla Curva Nord a un campo di calcio costruito dove prima c'erano soltanto sabbia e rifiuti. La storia di Emanuele Bani racconta come una passione possa attraversare l'oceano e trasformarsi in un'opportunità per chi ne ha più bisogno. L'Atalanta che un tempo seguiva allo stadio insieme al padre oggi vive anche nei sorrisi dei bambini brasiliani, nelle loro partite, nei loro sogni e in quella scuola calcio che porta il nome della Dea. Anche se il traguardo più bello deve ancora arrivare: vedere un giorno quei ragazzi entrare nella New Balance Arena, scoprendo finalmente con i propri occhi la squadra che hanno imparato ad amare attraverso i suoi racconti.

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per Tuttoatalanta.com

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