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Il ritiro non cura una squadra fragile

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Redazione TuttoAtalanta.com
per Tuttoatalanta.com
Oggi alle 00:15Primo Piano
autore Redazione TuttoAtalanta.com
06.11.2026 00:15Primo Piano
Sesta partita senza vittorie, Conference in salita e domenica Monza: Sarri contro Jurić, un anno dopo

Il ritiro è una medicina antica del calcio italiano, e all’Atalanta non la si prescriveva da nove anni: porte chiuse, cene insieme, e la speranza che basti. Che dentro quelle mura, lontano dai telefoni e dai fischi, nasca quel che in campo non si vede da settimane: un’idea condivisa, una reazione, un filo di coraggio. Il Kairat Almaty – diciassette partite nelle fasi finali delle coppe europee senza mai una vittoria, e la serie continua – ha restituito all’Atalanta di Maurizio Sarri la diagnosi più scomoda: la medicina, da sola, non cura. L’1-1 della New Balance Arena allunga a sei la striscia di partite senza vittorie e lascia la squadra esattamente dov’era prima di chiudersi a Zingonia. Anzi, un passo più indietro.

Kairat come il Parma di Gilardino: il blocco basso e la chiave sbagliata

Il tecnico del Kairat deve aver studiato con attenzione la partita di lunedì, perché il copione è stato identico: 5-3-2 rannicchiato davanti all’area, linee strette, ripartenze. Esattamente quel che aveva fatto il Parma di Alberto Gilardino tre giorni prima. E l’Atalanta, davanti a quella porta chiusa, si è comportata come chi rientra a casa e continua a infilare la stessa chiave nella serratura sbagliata: gira, insiste, si innervosisce, ma la porta non si apre. Palla orizzontale, nessuno che attacchi la profondità, Kamaldeen Sulemana mai capace di dare ampiezza e sostituito all’intervallo, intese da costruire in corsa con un undici ancora una volta ridisegnato dall’infermeria. L’unica vera occasione del primo tempo nasce quando Gianluca Scamacca si abbassa a giocare con i compagni e Mario Pašalić calcia di poco a lato.

Poi, al 53’, la fragilità presenta il conto: un pallone perso a centrocampo, due passaggi, il centravanti spagnolo del Kairat che resiste al rientro del difensore e supera Marco Carnesecchi. Il pareggio di Nikola Krstović – settimo gol stagionale, il primo in Conference – arriva all’82’ su un calcio d’angolo e una respinta sbagliata del portiere: un episodio cercato, certo, ma più con la rabbia che con le idee, e dopo che gli ospiti avevano sprecato due ripartenze capaci di chiudere la partita. Dice: eh, ma almeno non si è perso. Vero. Ma contro un avversario che alla vigilia si diceva pronto ad accontentarsi di un punto, il pareggio in casa somiglia parecchio a una sconfitta travestita. E in Conference il conto è presto fatto: 4 punti in tre partite, e per arrivare a quota 13 – la soglia indicata dallo stesso Sarri per gli ottavi diretti – adesso servirà vincere tutte e tre le gare che restano.

La fragilità che Sarri non si aspettava e che Zingonia non ha sciolto

La parola, del resto, l’aveva già pronunciata lui dopo il Parma: «Quello che non mi aspettavo è tutta questa fragilità emotiva». Ed è lì che l’1-1 con il Kairat fa più male, più ancora che in classifica. Perché il ritiro, il primo da nove anni a questa parte, era nato proprio per questo: compattarsi, stringere i rapporti, ritrovare una spina dorsale prima ancora che uno schema. Sul piano umano, magari, qualcosa avrà lasciato, e sarebbe ingeneroso escluderlo. Ma in campo si è rivista la stessa squadra piatta finché il risultato resta in equilibrio e impaurita appena l’avversario si affaccia nella sua metà campo. Nove infortunati e una formazione stravolta per l’ennesima volta – dentro anche un ragazzo dell’Under 23 come Javison Idele – spiegano le intese che non ci sono. Non spiegano la paura.

Il pubblico, invece, la sua parte l’ha fatta. Diciottomila persone hanno spinto per novanta minuti, riservando i fischi a chi usciva e al triplice fischio, senza mai far mancare la voce mentre si giocava. È la stessa gente che aveva lasciato appeso a Zingonia uno striscione chiarissimo, «Pretendiamo grinta e responsabilità», e che non chiede di vincere sempre, ma di riconoscersi in chi indossa quella maglia. Lo abbiamo scritto più volte: a Bergamo si è sempre perdonato quasi tutto, tranne la rassegnazione.

Monza, Jurić e un anno dopo: una partita che pesa più di tre punti

Domenica si va in Brianza, e la classifica spiega da sola perché non sarà una trasferta come le altre: l’Atalanta è a 11 punti, il Monza a 7, in piena zona retrocessione, quattro lunghezze più sotto. Sulla sua panchina siede Ivan Jurić, esonerato dall’Atalanta un anno fa, più o meno in questi stessi giorni: il calcio, quando vuole, ha un senso dell’ironia piuttosto crudele. La società fin qui ha scelto la continuità, e con il ritiro ha voluto ribadire che vittorie e sconfitte si condividono. Ma è chiaro a tutti che quei novanta minuti, alla vigilia della sosta, peseranno ben oltre la classifica: sul morale, sulle certezze, sulle settimane di riflessione che verranno dopo.

Servirebbe vincere giocando bene, ma a questo punto basterebbe vincere giocando da Atalanta: con fame, con coraggio, con la voglia di prendersi un rischio invece di aspettare che sia l’avversario a sbagliare. Sarri ha detto di sentirsi in debito con la società e di voler tirare fuori la squadra da questo momento. Il debito più grande, però, ce l’ha chi va in campo.

Non tocca a noi chiedere teste. Tocca alla squadra, domenica, dimostrare di averne una.

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per Tuttoatalanta.com

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