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Eugenio Lamanna e quell'istinto innato nel parare i rigoriTUTTO mercato WEB
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Oggi alle 19:00Storie di Calcio
di TMWRadio Redazione

Eugenio Lamanna e quell'istinto innato nel parare i rigori

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Il mestiere del portiere è difficile. Ogni suo intervento in una partita può essere decisivo. E cosa ci sono di più decisivi dei calci di rigore? Per un portiere una sfida ancor più dura ma, in realtà, c'è chi ha una dote rara nel pararli. Come Eugenio Lamanna, protagonista di Storie Di Calcio su TMW Radio. Inizia la carriera in Serie D nel 2007 col Como. Dopo 23 presenze, l'allora portiere diciannovenne viene notato dallo staff del Genoa che lo porta in Serie A nel 2008 come terzo estremo difensore in rosa di prima squadra. Poi viene prestato al Gubbio in Serie C2, dove conquista subito la promozione in Serie C1 e l'anno dopo in Serie B. Dopo due stagioni in Umbria rientra al Genoa. Nel 2011 passa al Bari, con cui milita fino al 2013, disputando due campionati di Serie B, poi nel 2013 il passaggio al Siena, prima della nuova esperienza al Genoa. E nel suo primo campionato si rende protagonista, visto che para ben 3 rigori: a Ljajic della Roma, a Tevez della Juventus e a Simone Zaza del Sassuolo, guadagnandosi l'appellativo di Para-rigori. Nella stagione 2016-2017 contribuisce alla salvezza del Genoa parando un rigore ad Antonio Candreva e consentendo al Genoa di vincere per 1-0 una gara fondamentale contro l'Inter. Poi, il 12 luglio 2018, si trasferisce a titolo definitivo allo Spezia, prima di passare al Monza, dove rimane 4 anni e mezzo. Infine le esperienze con Lecco e Sudtirol.  "La spinta più importante a diventare portiere me l'ha data mio fratello, quando eravamo piccoli lui in porta non ci voleva mai andare, io ero più piccolo e ci andavo io - ha confessato Lamanna -. Poi è venuta fuori la mia passione e la voglia di tuffarmi. Poi quando ho avuto l'età utile per giocare, sono subito andato a giocare in porta. Ho avuto tanti esempi da seguire. Adoravo Buffon e Toldo, mi piaceva tanto Peruzzi, poi crescendo ho visto Dida, Julio Cesar, ma anche Caballero, portiere argentino che guardavo molto. E ho avuto una sua maglietta da Burdisso. Ho sempre cercato di rubare qualcosa a ognuno di questi per poterli emulare, perché cercare di guardare è fondamentale per migliorare. Di sicuro Buffon è quello che ho osservato di più, ma da ognuno ho cercato di prendere qualcosa". Su di lui poi ha detto: "Come portiere nasco a cavallo di un'epoca in cui il portiere era solo in porta e quella in cui deve giocare con i piedi. Come portiere ho sempre cercato di fare la posizione la mia forza, perché credo faccia la differenza in una parata. E a livello caratteriale cerco di trasmettere tranquillità a tutti". Parlando dei suoi esordi al Como, ha ammesso: "Ho fatto prima categoria vicino Como, poi a 17 anni inizio con la junioners dei lariani e l'anno dopo era in prima squadra in Serie D. Fino a novembre non ho giocato, poi il mister a un certo punto, complice dell'infortunio dell'altro portiere, mi ha messo dentro e non sono più uscito dalla porta. Tra gli allenatori dei portieri c'era Simone Braglia, che appena mi ha visto mi ha dato subito fiducia e mi ha dato un'impronta importante nel mio stile di gioco. Ma poi ringrazio Vincenzo Torrente, che mi ha voluto a Gubbio. Così come Gasperini". C'è però un momento della sua carriera che ricorda con grande emozione: "Sono contento di quello che ho fatto, negli ultimi anni mi dispiace non aver raccolto molto ma aver fatto la Serie A è qualcosa di incredibile. Ricordo l'esordio con la Roma, quando sono entrato e ho parato il rigore, il derby di Genova vinto, le sfide contro l'Inter. Sono ricordi indelebili. Quando a Lecco ho avuto l'infortunio mi ha fatto male, giocavo con la fiducia di tutti e mi dispiace non aver ripagato tutti per questo. Anche a Monza mi dispiace, come quello che è accaduto ad Alessandria". E proprio su quell'episodio, quando fu aggredito in una partita col Gubbio, ha aggiunto: "La cosa che più fa male è che c'erano i miei genitori. Io avevo chiesto di rimanere lì perché ero vicino casa e volevamo festeggiare il compleanno di mio padre. Nei pressi dello stadio c'era un bar aperto, passando nel viale si sono avvicinate delle persone e nel nulla mi è arrivato un pugno. Mi hanno soccorso i compagni, che passavano di lì. Ho dovuto saltare delle partite e ho subito un'operazione, ma per fortuna appena avuto l'ok sono tornato in campo, grazie a mister Torrente che ha capito la situazione e mi ha dato una grande mano". Poi ha svelato il momento che vorrebbe rivivere: "Alcune partite dove hai talmente tanta fiducia che sai che potresti fare una grande partita. Quella con l'Inter quando ero al Genoa, ma anche il derby, sono partite dove ero in una situazione mentale perfetta. La fiducia per un calciatore è fondamentale. Ho giocato con Gasperini, ma c'era Perin davanti a me ma sapevo e sentivo sempre di avere la fiducia del mister e questo è stato fondamentale". Mentre sui rigori parati, la sua specialità: "E' l'istinto che mi guida. Forse il più difficile parato è quello di Biglia, che era alto ma centrale, sono rimasto in piedi fino all'ultimo perché sapevo come li tirava. Poi come importanza quello all'ultimo minuto con l'Inter parato a Candreva. Lì c'era Cataldi che mi indicava l'angolo, perché conosceva Candreva".  Infine un pensiero su Silvio Berlusconi: "Mi viene in mente il carisma incredibile e impareggiabile. Con la sua sola presenza metteva tutto in ordine e ti dava quella tranquillità che serviva".