Conference il vero senso di questa stagione e unica degna di essere semmai festeggiata. Kean marca visita
Mentre l’essere umano nella missione spaziale sulla Luna in corso ha raggiunto il punto più lontano dalla Terra mai raggiunto, così la Fiorentina, dopo la fortunosa — ma per questo ancor più preziosa — vittoria col Verona e i risultati a suo favore delle altre, si gode il maggior distacco dalla quota che segna il confine tra retrocessione e salvezza. Eppure, come è d’uso per i casi viola, non mancano le domande da porsi: su tutte, la più pressante riguarda il futuro della squadra, le sue reali mire, il vero grado di ambizione che la anima, usando una parola abusata ad inizio stagione e divenuta man mano una parolaccia.
Del futuro, infatti, non è abilitato che Giusppe Commisso a parlare, il presidente della Fiorentina, ma lui non lo fa; anzi, a ben guardare, non l’ha mai fatto.
È piuttosto strano, ma a parte l’uscita in Duomo a Firenze per commemorare il padre defunto, il presidente non si è praticamente mai sentito, tanto meno parlare del futuro che immagina per la Fiorentina: non un’intervista, non un monologo che fosse anche appena strutturato per comunicare un progetto, un suo sogno calcistico, un obiettivo — che è normale ogni imprenditore abbia per la sua azienda. Niente: non poco o tanto, semplicemente niente. Le veline narrano, col loro stile vagamente consolatorio, che egli chiami spesso il dg Ferrari e che sia genericamente “vicino alla squadra”; insomma, si rinnova quello stile di comunicazione criptico che la Fiorentina aveva adottato quando era in carica Rocco Commisso, il quale si esprimeva con comprensibile difficoltà perché anziano e malato. Adesso, invece, si fa fatica a comprendere il perché di tanta riservatezza.
Per fortuna che nel calcio il campo sopravanza ogni dissertazione ed è infatti il campo, con l’aspetto della Conference che chiama a rapporto la Fiorentina: l’avversario stavolta è il Crystal Palace, squadra inglese di fama che, alla grossa, potrebbe anche equivalere la Fiorentina, ma che, venendo dal campionato più prestigioso del continente, si porta dietro un’aura di maggiore temibilità. Peccato, inoltre, che a questo snodo decisivo per la stagione la Fiorentina non giunga coi suoi uomini migliori al massimo della forma: si pensi che Kean non è neppure partito per Londra (e nell’ambiente monta l’interrogativo sulla reale condizione dell’attaccante, dovuta pare al solito infortunio alla tibia, e sul suo grado di dedizione alla causa). Fatto sta che Vanoli ha ben poche alternative in panchina, se avesse bisogno di cambiare la partita. Comunque, avversario a parte, è la Conference a rivelarsi decisiva per i viola.
Proprio la competizione europea cosiddetta minore, che taluni ancora qualche settimana fa consideravano un intralcio, un fastidioso impegno che si è costretti a onorare, ma che adesso — che la questione salvezza sembra sempre seria, ma meno grave —, giocando con la massima di Flaiano, rischia di essere diventata il vero senso della stagione. In tanti non lo avrebbero mai creduto se lo avessimo detto ad inizio anno: la Conference finirà per essere il vero senso della stagione viola. A quei tempi eravamo un po’ tutti rincitrulliti dalla propaganda del club, che trova sempre i suoi bravi e grigi replicanti: erano quelli, difatti, i tempi di Pioli uomo della provvidenza e del mercato faraonico che, assicuravano, si diceva, un’annata di soddisfazioni. Ma così non è stato, forse per i limiti di Pioli, forse perché nel pallone “faraonico” non è sinonimo di riuscito.
Ed ora, giunti ad aprile, la Fiorentina non ha altro che la via di coppa da percorrere. Anzi, diciamo di più: anche quando la salvezza sarà un fatto acquisito (speriamo presto), la Conference rimarrà l’unico sogno che, se realizzato, meriterà di essere festeggiato; lo meriterà quale trofeo che manca da ormai trent’anni nella bacheca viola. Viceversa, la salvezza, per una squadra come la Fiorentina, è solo il minimo sindacale da esigere da questo club e da questi giocatori.
Perciò, se la Conference sarà davvero viola, meriterà grandi feste, con tutto il corollario di clacson per le vie cittadine, tripudi al Piazzale Michelangelo, attese dell’aereo a Peretola e riti vari che, dopo così tanto tempo che non si praticano, quasi si fatica a ricordare. Ma prima di pensare a future vittorie c’è il presente, che si chiama Crystal Palace, come detto, e la Fiorentina lo affronta oggi in condizioni non perfette e senza il suo giocatore di maggiore peso, che marca visita nella sfida di coppa che costituisce il crocevia decisivo per salvare almeno in parte una stagione negativa.
In tal senso, a fine anno, in quella che viene già preannunciata come la rivoluzione societaria di Paratici, sarà necessario riesaminare l’efficacia del lavoro dello staff medico e la capacità di comunicare del club viola, che per tutta la settimana aveva fatto filtrare ottimismo sul recupero degli infortunati; senza contare che Kean, pur indisponibile, poteva anche partire coi compagni per supportarli in questa sfida importante e dare di sé l’immagine di uomo spogliatoio. Il ciclismo, come la campagna, pretende una totale e incondizionata dedizione, disse il grande campione Francesco Moser.
Sull’assenza totale di Kean e la gestione degli infortunati, la comunicazione viene invece lasciata a Vanoli, che in conferenza stampa alla vigilia sembra anche un po’ a disagio e se ne esce con un: “Mi sarebbe piaciuto arrivare a una gara come questa con tutti a disposizione; comunque do fiducia totale a chi entrerà in campo”, frase evergreen che va bene per ogni stagione e commenta senza commentare.






