Ranking su, ambizioni giù: il paradosso europeo della Fiorentina. Ora un anno sabbatico da sfruttare
Europa amara, ancora una volta. Non è più un episodio, non è più nemmeno una coincidenza: è una fotografia nitida della dimensione internazionale della Fiorentina. Il netto ko contro il Crystal Palace, nell’andata dei quarti di Conference League, ha il sapore già noto delle notti sbagliate, quelle che si ripetono con inquietante regolarità e che, negli ultimi quattro anni, hanno visto i viola fermarsi sempre un passo prima - o, stavolta, molto prima - di poter davvero competere per alzare il trofeo. Perché il copione è sempre lo stesso. Era accaduto contro il West Ham, poi contro l’Olympiacos e ancora contro il Real Betis: squadre magari non irraggiungibili, ma sufficientemente più solide o banalmente solo più ciniche per evidenziare i limiti della Fiorentina. Limiti che sono sempre emersi puntuali ogni volta che il livello si è alzato, come se esistesse una soglia invisibile (che travalica lo spazio-tempo) oltre la quale i viola smarriscono le proprie certezze.
Ranking migliorato e milioni incassati
La differenza, stavolta, è anche temporale: niente finale, niente (molto probabilmente) semifinale. La realtà ha bussato con violenza già ai quarti, anzi all’andata dei quarti, lasciando intravedere un’eliminazione che avrebbe il peso di una bocciatura anticipata. Certo, i numeri raccontano anche un’altra faccia della medaglia: in quattro anni europei, la Fiorentina ha infatti ricostruito la propria immagine: oggi è 24ª nel ranking UEFA per club, quarta italiana dietro Inter, Roma e Atalanta, davanti persino alla Juventus. Un salto enorme rispetto al 2022, quando navigava oltre il centesimo posto. E anche sul piano economico, la Conference ha garantito risorse: oltre 60 milioni di euro complessivi tra premi e introiti UEFA, di cui 51,43 negli ultimi tre anni e 11,7 nella stagione in corso. Una cifra significativa, ma che impallidisce se confrontata con i più di 70 milioni incassati dall’Atalanta in una sola stagione di Champions League, fermandosi agli ottavi. I numeri, dunque, sono fini a se stessi.
Imparare ad alzare l'asticella
Ed è proprio qui che si inserisce la riflessione più profonda. La continuità delle sconfitte contro avversari anche solo leggermente superiori - indipendentemente da chi sieda in panchina, da Vincenzo Italiano a Raffaele Palladino fino a Paolo Vanoli - non è più un dettaglio, ma un’indicazione precisa: la Fiorentina, oggi, è una squadra competitiva a livello medio europeo ma non ancora pronta per fare il salto di qualità. E in questi ultimi quattro anni, non è riuscita a fare alcun progresso per meritarsi le luci della ribalta europea. Anzi, col tempo è persino regredita. Per questo, la probabile uscita dalla Conference e l’assenza dalle coppe nella prossima stagione possono (anzi, devono) trasformarsi in un’opportunità. Un anno sabbatico - si spera uno soltanto - da sfruttare per programmare con lucidità, correggere gli squilibri e costruire una crescita vera, prima in Italia e poi in Europa. Perché continuare a esserci non basta più: serve imparare, finalmente, ad alzare l'asticella.






