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Meritiamoci e godiamoci Angel Di Maria, l'ala più forte dell'ultima decade. Vi racconto il 'mio Fideo' e il suo percorso. La Juventus l'ultimo palcoscenico europeo prima di tornare tra la sua gente.TUTTOmercatoWEB.com
mercoledì 6 luglio 2022, 09:09Editoriale
di Carlo Pizzigoni

Meritiamoci e godiamoci Angel Di Maria, l'ala più forte dell'ultima decade. Vi racconto il 'mio Fideo'...

Giornalista, scrittore, autore. Quattro libri, tanti viaggi. Tutti di Calcio. Su Twitter è @pizzigo. Su Twitch con @lafieradelcalcio
"Periodista italiano?” Mi accoglie nuovamente con questa frase.
Siamo sui verdissimi campi dell’Upper Canada College di Toronto, una struttura che testimonia come da veri sudditi dell’Impero Britannico anche qui che sulle banconote spicca ancora la Regina Elisabetta, il verde lo sanno davvero trattare.
Frequentare i tornei giovanili, più allora che ora, significa avere la possibilità di incontrare e di parlare con serenità e libertà con ragazzi che stanno per entrare nel mondo del calcio che conta. Al Mondiale under 20 del 2007, nella nazionale argentina, c’erano però già assolute superstar: il Kun Aguero, il più giovane giocatore a debuttare nella Primera Division, e Ever Banega, la grande promessa del Boca Juniors, attraevano la quasi totalità dei giornalisti locali, oltre ai pochi fortunati argentini che erano arrivati fin lì (perché gli argentini arrivano sempre ovunque, sono i veri italiani del mondo). Microfoni e registratori poi venivano messi sotto il naso del Chiqui Romero o di Mauro Zarate, Federico Fazio, Maxi Moralez, Gabriel Mercado, Emiliano Insua, fino al Papu Gomez, che aveva avuto già minuti importanti nell’Arsenal di Sarandi e che alla fine di quell’anno sarebbe stato il giocatore decisivo della finale di Copa Sudamericana con una doppietta allo stadio Azteca, contro l’America.
Per Fabian non c’era nessuno, non ancora.

Fabian o Angel?
Sì, Fabian. Perché di Di Maria non si era ancora capito nemmeno qual era il nome, Fabian o Angel?
Non glielo chiesi direttamente, quando lo bloccai mentre stava andando nello spogliatoio. Solo domandai se c’era un club italiano interessato a lui, dopo il buon inizio in quel torneo. Nessuno? Sicuro?
“Nada de nada”.
(Anni più tardi mi dissero che invece l’Udinese lo attenzionò ma non se ne fece nulla).
Quel torneo fu quello che lo rivelò, dato che indirizzò anche la gara decisiva, la semifinale contro la miglior generazione di sempre del Cile con Vidal e Alexis Sanchez, Isla e Medel, espulso durante la gara. Di Maria realizzò il primo gol con un missile imprevedibile sul primo palo. Una rete che aprì il match, una rete iconica, come lo furono poi quella a Brasile 2014 contro la Svizzera, su assist del concittadino e grande amico Leo Messi, e, infine, quello di palomita nella finale dell’ultima Copa America.
Poi l’esultanza con grido e corsa, corsa sfrenata. Sempre la stessa.

26 palloni per il Fideo
Entusiasmo e corsa, che è quella per cui il Rosario Central lo accoglie tra i suoi ragazzi. Un reclutatore del club gialloblù lo vede giocare con una maglia arancione di un piccolissimo club della città, El Torito, e lo segnala. Quanto si può chiedere per un bambino di sei anni? Mica pesos. Sono stato, mentre realizzavamo uno speciale su Rosario con Federico Buffa, proprio a farmi dare conferma della leggenda che gira attorno a questo primissimo trasferimento. Questa squadra, un piccolo campo di gioco e uno spogliatoio, che all’epoca non aveva il murales con il Fideo che ora campeggia all’entrata, chiese 26 palloni, “per noi erano un costo non da poco e il Central ne aveva in abbondanza”. Una stretta di mano, nessun foglio scritto, “ma quei palloni non li hanno mai mandati”, ci sottolinea il custode, che poi rientra nella mitologia e racconta: “su questo campo Angel segnò 64 gol in una stagione!”. Anche un custode, in Argentina, sa raccontare calcio in maniera credibile. Del numero dei palloni, della trattativa e del suo esito Di Maria non parla ma non dimentica certo da dove è venuto. Rosario (ha un tatuaggio che recita: “Nacer en la calle Perdriel fue y será lo mejor que me pasó en la vida", per celebrare la strada dove è cresciuto) e il Central, la squadra dove ha già promesso che ritornerà, per regalare le ultime corse e gli ultimi sorrisi della sua carriera di calciatore. In un campo di allenamento dove arrivava accompagnato in bicicletta da mamma Diana e con le mani macchiate dal nero che lascia il carbone, perché fino a sedici anni bisognava aiutare il papà che portava in giro il fossile per la città. Lo ricorda sempre Angel, quel rapporto con il carbone, che racchiude lavoro, sacrificio, memoria.

Non ha mai scordato da dove viene
Arriva dal basso Di Maria ma non ha mai creduto che non si potesse volare, anche partendo da lì. E soprattutto non l’ha mai dimenticato: “C’è stato un momento che le cose con la nazionale non andavano bene, un amico mi ha detto: "vivi in una casa con davanti la Torre Eiffel, e tu torni qui a farti fischiare, mandali al diavolo. No, ho risposto, torno e gioco, do tutto e se alla fine mi fischiano, mi prendo i fischi e vado avanti". Si è grandi, e nel caso di Di Maria non si devono limitare i superlativi, anche perché si possiede la personalità di giocare in situazioni scomode e pressanti. Un mito del Rosario Central, Angel Tulio Zof (una sola F, ma tutto sembra una sceneggiatura perfetta, visto l’approdo ormai certo di Angel alla Juventus), lo fa esordire nel 2005, sono gli ultimi minuti di una partita con l’Independiente e dall’altra parte gioca il Kun Aguero. Sarà la prima sfida in campo e l’inizio di un'amicizia. “Jugador muy agresivo y con mucho gol para ser carrilero”, veniva così presentato il Fideo, gli appassionati argentini hanno spesso l’occhio lungo per il calcio, oltre a saperlo raccontare.

L'ala più forte dell'ultima decade
Dopo il Mondiale under 20 vittorioso c’è un passaggio molto delicato, quello del superamento dell’oceano. Tanti affogano, tanti non rispettano le premesse. Il primo stop è Lisbona, e il Benfica dove è inserito è una macchina di calcio di cui è ancora oggi piacevolissimo rivedere le gare. Il 4132 di Jorge Jesus sa di Liverpool di Klopp ante litteram. Javi Garcia a equilibrare, Ramires, Aimar e Di Maria dietro due punte, spesso Saviola e il Tacuara Cardozo. Ribaltamenti di gioco da vertigini pure, trasmissione di palla di una pulizia unica. Di Maria mostra ai più scettici che dentro quelle gambe c’è l’opzione del volo, ma non frenesia: la velocità di pensiero è alla pari con quella del fisico. Inizia da qui il percorso dell’ala più forte dell’ultima decade (Cfr. Lele Adani), un percorso di trofei e di continue scariche di emozioni. Genera gioia guardare le giocate di Angel Di Maria detto il Fideo. La Serie A sarà il suo ultimo palcoscenico europeo prima di tornare tra la sua gente. Godiamocelo, e meritiamocelo.
Angel Di Maria