...con Valdas Dambrauskas
Alla guida del Sabah Valdas Dambrauskas è tra gli allenatori rivelazione del panorama calcistico. Classe 77, la panchina nel dna. Da giovanissimo. “Sapevo di voler fare l’allenatore da quando avevo tredici anni”, racconta il tecnico lituano in esclusiva a TuttoMercatoWeb.com
Ha iniziato ad allenare molto giovane. A ventisette anni. E non proveniva dai professionisti. Come è arrivato a dov’è oggi?
“Come detto, sapevo di voler fare l’allenatore da molto tempo. A ventisette anni però ancora ero alle prese con il patentino. Strada facendo ho avuto un’opportunità nelle Manchester United Soccer Schols, per poi lavorare nei talent center del Fulham e nell’academy del Brentford. Mentre facevo esperienza sul campo, studiavo scienze dello sport e coaching. Nel 2010 mi è stata offerta un’opportunità all’Fk Ekranas, all’epoca tre volte campione in nella Lega Lituana. Da lì il mio percorso per varie tappe. Dalla Lituania alla Lettonia fino alla Croazia, la Bulgaria, la Grecia, Cipro, l’Ungheria e il mio attuale club, il Sabah, in Azerbaijan”.
Lei è uno dei tecnici rivelazione di questa stagione. Ha attirato l’attenzione di molti addetti ai lavori. Come vive il momento?
“Da inizio stagione ci stiamo concentrando esclusivamente sull'allenamento successivo, sulla prossima riunione
video e solo sulla partita che verrà. Ho sempre creduto che il processo sia la cosa più importante e che, se continui a
concentrarti su di esso, le cose belle arrivano. Guarderemo la classifica più avanti, alla fine della stagione; ora conta
solo la prossima partita. Credo che questo tolga pressione ai giocatori: possono godersi il momento, essere presenti
negli allenamenti e nelle partite”.
Il Sabah potrebbe giocare in Champions League la prossima stagione. È un obiettivo reale? Ci state pensando seriamente?
“Come detto, l’attenzione è rivolta solo alla prossima partita. Nella mia filosofia è lo stile di gioco quello che conta di più. Credo fermamente che se ci concentriamo sul miglioramento quotidiano, sulla crescita, sul progresso e sul giocare un buon calcio, il risultato arriverà da sé. Se la squadra gioca bene, raggiungerà il risultato desiderato. Continuiamo a concentrarci sulle nostre prestazioni; la classifica la guarderemo più avanti”.
Miglior attacco e miglior difesa. I numeri del Sabah sono impressionanti, al punto che la sua squadra sarebbe tra le prime cinque in Europa per rendimento difensivo. Qual è il segreto dietro questi risultati?
“Non vorrei sembrare noioso, ma credo sia merito della nostra attenzione ai dettagli nel lavoro quotidiano. Lo staff tecnico ha lavorato duramente fin dalla prima partita per correggere le carenze e creare lo stile di gioco desiderato: aggressivo e dominante. Siamo riusciti a convincere i giocatori che questa fosse la strada giusta; hanno sposato l'idea e l'hanno persino migliorata. Il nostro primo attaccante è il nostro primo difensore. Abbiamo anche ottimi numeri nel pressing. I giocatori sono stati magnifici finora nell'implementare il modello di gioco nelle partite ufficiali”.
Dietro questi numeri c'è più lavoro tattico, organizzazione mentale o gestione del gruppo? In cosa sente di fare davvero la differenza come allenatore?
“Credo che oggi un allenatore abbia molti più ruoli oltre a quello tecnico. Per me, un calciatore è innanzitutto un essere umano. Devo trovare un modo per connettermi con il giocatore a livello personale; voglio essere un supporto per i miei giocatori. La tattica è importante, l'idea di gioco è importante, lo stile è importante, ma non funzionano se non c'è fiducia reciproca e non si crede in ciò che si sta facendo. Il mio compito è prima di tutto connettermi con i giocatori e convincerli. Sono un allenatore molto offensivo, voglio dominare ogni secondo della partita. Tuttavia, se vuoi giocare un calcio d'attacco devi comprenderne i rischi: non sarà sempre perfetto, i giocatori commetteranno errori. Voglio che siano liberi, li incoraggio a rischiare, a giocare con coraggio e convinzione. Abbiamo un accordo: io mi prendo la responsabilità dei risultati, loro non devono preoccuparsene; loro si prendono la responsabilità della prestazione, individuale e collettiva”.
Ha numeri da top club. Cosa le manca per fare il salto di qualità?
“Nel calcio devi metterti alla prova ogni giorno. Non sono mai stato un calciatore professionista e vengo da un paese dove il calcio non è nemmeno lo sport più popolare. Sono un allenatore molto ambizioso e lavoro duramente per aiutare i miei club a raggiungere il massimo e i miei giocatori a migliorare. Detto questo, sono un allenatore che non si preoccupa delle cose che non può controllare. Al momento sono al Sabah e le sorti del club sono la cosa più importante per me. Posso cambiare o migliorare il mio futuro solo facendo un buon lavoro nel presente”.
Da fuori, come vede il calcio italiano?
“Fin da bambino, il calcio italiano mi ha sempre affascinato. Quando stavo crescendo, la Serie A era il campionato più forte del mondo. In una delle domande precedenti ho menzionato che a 13 anni sapevo già di voler fare l'allenatore; avevo proprio tredici anni durante i Mondiali del 1990 in Italia, che hanno lasciato un segno profondo in me ancora oggi. Sono un grande appassionato di storia dello sport; le tradizioni dei club, le loro ideologie, i giocatori, gli allenatori ecc. mi affascinano sempre, e l'Italia ha moltissimo da offrire. Seguo molto anche la scuola degli allenatori italiani. L'Italia non copia mai; credo sia molto difficile per gli allenatori stranieri lasciare il segno nel calcio italiano proprio perché la scuola locale è fortissima. Essendo un allenatore affamato di imparare e progredire, guardo diverse partite di Serie A ogni fine settimana. Al momento ho più interesse per il Torino e la Fiorentina, perché nel Torino abbiamo il miglior giocatore lituano, Gvidas Gineitis, e alla Fiorentina il mio ex assistente Cristian Ceballos fa parte dello staff tecnico”.
Filosofia di gioco: chi le piace in Italia?
“Ogni stagione c'è un allenatore e quindi una squadra che si può seguire per imparare. Negli ultimi anni ho seguito con attenzione il lavoro di Maurizio Sarri, specialmente alla Lazio. E Gasperini prima all'Atalanta e ora alla Roma. Apprezzo molto Fabregas. E naturalmente De Zerbi al Marsiglia”.
Come vede le italiane in Champions?
“Sebbene le squadre italiane non possano avere lo stesso talento di venti anni fa, restano forti in ogni competizione europea che giocano. Se guardiamo ai finalisti di Champions League degli ultimi tre anni, l'Inter ha raggiunto la finale in due di questi. Quest'anno tre squadre si sono qualificate per la fase a eliminazione diretta. Le squadre italiane sono sempre brave nei formati a eliminazione diretta; sanno come sfruttare anche il minimo vantaggio. Non sarei sorpreso se andassero avanti fino alle fasi finali”
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