Una vittoria letteraria sotto le luci della Scala del calcio
Stasera, quando le luci di San Siro taglieranno l'aria di Milano come lame d'argento, non andrà in scena soltanto una partita di calcio. Siamo di fronte a un vero e proprio bivio epocale. La Juventus si trova in quel mezzo del cammin dove la via è se non smarrita, alquanto tortuosa, ma la meta è visibile in lontananza. Sbagliare questa stazione significherebbe rassegnarsi a una letteratura minore, a un romanzo di formazione che non giunge mai alla maturità. Al contrario, un trionfo avrebbe il sapore della svolta epocale. Tra il Milan e la Juventus si consumerà un rito antico, una di quelle liturgie laiche che Pasolini definiva come l'ultima vera rappresentazione sacra del nostro tempo. Per i bianconeri, il prato del Meazza non sarà solo un campo da gioco: sarà il sentiero dei nidi di ragno di calviniana memoria, un labirinto dove perdersi o, finalmente, ritrovarsi. Se guardiamo alla partita con gli occhi di Leopardi, lo stadio milanese è quella siepe che impedisce lo sguardo verso l'ultimo orizzonte, ma è proprio nel superamento di questo ostacolo che si scorge l'infinito: quelle vette prodromiche che annunciano i trionfi della prossima stagione. Vincere significa guardare oltre il 90°, oltre il campionato in corso, e scorgere già il luccichio delle coppe che verranno.
In questa Milano che fu del Manzoni, la Juventus si presenta non come un viandante smarrito, ma come chi cerca la propria provvidenza tra i tumulti del campo. I rossoneri allegriani difenderanno i propri bastioni, e la Madama spallettiana sarà chiamata a una prova di forza che ricorda il coraggio morale dei grandi personaggi di Don Lisander: deve saper guardare in faccia la sventura per trasformarla in trionfo. Vincere alla Scala del calcio sarebbe l'equivalente calcistico della pioggia purificatrice che chiude I Promessi Sposi, lavando via i dubbi e le incertezze di una ricostruzione durata troppo a lungo. Da tanto la Juventus vive in una condizione che ricorda il tenente Drogo di Buzzati: è rimasta a guardia di una fortezza, scrutando l’orizzonte in attesa della grande occasione, di quel nemico o di quella vittoria che restituisca senso a una lunga e talvolta arida attesa. Vincere non significherebbe solo incassare tre punti, ma sarebbe l'irruzione della storia nella cronaca. In casa dei diavoli, assumerebbe i contorni di una catarsi: un atto di forza necessario per scrollarsi di dosso le polveri del dubbio e tornare a vestire i panni della protagonista assoluta. Sarebbe, per dirla con Montale, il varco che permette di uscire dalla maglia rotta della rete, il punto di rottura di una stagnazione che ha pesato come piombo sulle ambizioni bianconere. Ci sono giorni che sono come nodi, e se non li sciogli bene, poi la corda non serve più a niente.
Se il calcio è, come scriveva Umberto Saba, un momento di comunione dove anch'io tra i molti vi saluto, stasera la Juventus deve salutare il proprio passato recente per abbracciare un futuro che non ammette ritardi. L’obiettivo è quello di non rimanere intrappolati in un'eterna incompiuta e di trasformare il vero derby d’Italia nel prologo di un nuovo, glorioso capitolo. Non è più il tempo dei versi liberi o delle sperimentazioni astratte, serve la metrica precisa di un sonetto, la solidità della prosa di Gadda e la fame di chi sa che, superata la mezzanotte di San Siro, non ci saranno più alibi, ma solo la nuda verità del campo. La Juventus è chiamata a scrivere la sua frase più bella: quella che sancisce il ritorno tra i grandi. E, come ogni capolavoro letterario, non è ammesso l'errore del correttore di bozze. O è gloria, o è silenzio.
Non sarà soltanto il pallone l’oggetto e protagonista del gioco della sfida, ma il tempo stesso. L'unica gioia al mondo è cominciare – scriveva Pavese - e a San Siro, tra il fumo delle passioni e l'acciaio dei nervi, la Juventus ha l'occasione irripetibile di ricominciare a essere se stessa: l'implacabile predatrice dei sogni altrui.
Il sipario sta per alzarsi. Che l’epopea per la Vecchia Signora ricominci senza fine, fino alla fine!
Roberto De Frede






