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Che la coppa Italia sia una grande vittoria per una svolta epocale con l’ultimo corto muso di AllegriTUTTO mercato WEB
domenica 19 maggio 2024, 23:59Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

Che la coppa Italia sia una grande vittoria per una svolta epocale con l’ultimo corto muso di Allegri

Esistere è cambiare, cambiare è maturare, maturare è continuare a creare se stessi senza fine. (Henri Bergson)

Un’allegra notte da campioni, l’unica di questa alessitimica stagione che ha concluso un triennio inverosimile: l’improvviso saluto eccellente di Cristiano Ronaldo, le scarpette al chiodo di Chiellini, le vecchie scorie mai smaltite di Bonucci, il colpo di stato della Superlega, la presidenza senza più un Agnelli, ed ancora processi, sentenze, patteggiamenti, penalizzazioni, defenestramento dall’Europa, il doping di Pogba, la ludopatia di Fagioli. Mi sfuggirà sicuramente qualcosa, ma credetemi già questo elenco pesa come un macigno. La ciliegina detonante sulla torta? L’ultima allegrata, quella a fine partita, deflagrante, triste e solitaria – avrebbe detto Soriano – premeditata, necessaria, rabbiosa, istintiva, minacciosa, difensiva, inutile: aggettivi che cozzano tra loro, ma forse non con l’animo del mister, che comunque sia rimarrà nella storia della Juventus, e non di certo solo per le giacche e le cravatte lanciate in aria e le camicie stracciate.   

Che cosa significa essere campioni, alzare alle stelle un trofeo, domandate? Guardate: è qualcosa come uno champagne secco e ben gelato che scende per la gola. Un solletico lieve là dove ti piace. La pelle che ringiovanisce di colpo, senza spendere un centesimo dal chirurgo estetico. In una sola notte ai calvi tornano i capelli, spariscono i bruciori di stomaco, e le stelle vi appaiono vicine, le sfiorate, le sentite nel palmo della vostra mano, baciano quella coppa dalla forma di calice dorato e vi accorgete che non state sognando. Anche se il potere della vittoria non risparmia nessuno, promettendo l’eternità di una gloria che sappiamo dura solo un istante, non se ne può fare a meno. La passione del trionfare non conosce confini temporali: Giovenale nelle Satire (XI, 196-98) commenta: «Un fragore mi colpisce l'orecchio; questo fragore mi fa capire che i verdi hanno vinto. Infatti, se questa vittoria venisse a mancare, tu vedresti questa città mesta e abbattuta come quando furono vinti i consoli alla battaglia di Canne».

La Juventus ha vinto – di corto muso, l’ultimo allegriano -  la quindicesima Coppa Italia della sua storia, trionfando sotto il cielo di Roma in modo limpido, pulito, netto, a tratti spumeggiante, applicando un modulo che in tutto il mondo viene chiamato all’italiana. Una partita nella quale l’impresa calcistica ha metaforizzato gran parte del lessico bellico: gol da blitzkrieg, tiri esplosivi a scheggiare i legni, mira infallibile, ritmo forsennato, minuti finali elettrizzanti, offensiva disperata, difesa strenua del risultato, ed ancora avanzare, arretrare, contrattaccare, andare o tornare alla carica, assediare l'area, stringere d'assedio gli avversari (i quali non stanno a guardare e fanno o erigono le barricate, guarniscono le retrovie, blindano la difesa), sfondare sulla fascia, attaccare con tutti gli effettivi, sino ad arrivare al var lanciafiamme contro lo stesso gioco del calcio e alle capsule detonanti di Allegri nella sceneggiata dello spogliarello finale.

Un match che non si è fatto mancare nulla, anche un Albano stonato che ha malamente urlato l’Inno Nazionale. Dissonante e assurda l’intera stagione bianconera, con l’epilogo trionfale di una coppa che potrà risultare uno spartiacque per il futuro della Juventus. La finale, qualsiasi essa sia, è una prova dura, acre, ammorbante, velenosa, per giocar bene la quale e vincerla bisogna appartenere ai fenomeni in terra. Il peso della responsabilità è tale che aggiunge i suoi gravami morali alle ruggini biochimiche della stanchezza. Stralunati automi obbediscono a schemi che hanno dentro come memorie tecniche e agonistiche. Brera docet. Non inventano più nulla: possono solo impedire che s’inventi. I bianconeri in campo l’hanno capito e meritano dieci in pagella, e quasi quasi si può dire che hanno giocato anche un calcio non estremamente soporifero: ironia della vita, proprio ora che il mister ha “salutato” con un addio la Vecchia Signora.

Allegri, aiutato dall’immediato gol di Vlahović, tanto capace e lucido nella tattica contro una bella e un po’ distratta Atalanta, quanto presuntuoso e irascibile nell’atteggiamento finale contro tutto e tutti, macchiando indelebilmente il suo dodicesimo trofeo in bianconero. L’essere umano deve sempre affrontare due grandi problemi: il primo è sapere quando cominciare; il secondo è capire quando fermarsi. Il terzo, il più complicato, è cercare di farli nel modo migliore. Straparlava da anni di imporre il proprio gioco; ha tentato di farlo e si è amaramente accorto nel silenzio del suo vernacolo livornese di non averne, pur vincendo spesso, ma intendiamoci, non lo ammetterà mai. Pare che la parola «addio» trovi la sua etimologia nella locuzione «vi raccomando a Dio». Il significato originale era dunque leggermente più luminoso di quello odierno: in anni in cui si credeva che tutto fosse sottoposto alla volontà di una qualche divinità e in cui la possibilità di reincontrare l’altro nella maggioranza dei casi era veramente pari a zero, ci si raccomandava a lui – a Dio – per il destino di chi si salutava. Molto romantico, sembra la trama di un libro già così, senza nemmeno dare i nomi ai personaggi. Quello di Allegri di certo non assomiglia a saluti aulici e letterari, quale quello dello shakespeariano Romeo verso la vita stessa, né quello di Lucia rivolto al paese natale, ai monti, ai pascoli, ai torrenti che hanno visto crescere la giovane promessa sposa, né tantomeno a quello carico di dolore e patriottismo tra Ettore e Andromaca. L’impressione è che l’addio romano plateale di Allegri, sia figlio di un mandarsi a quel paese vicendevolmente, tra lui non più quello del quinquennio e la società non più quella della storia gloriosa passata.

Addio allora Max, esonerato ufficialmente, stavolta nominato senza titolo nobiliare di cinematografica memoria, perché espressioni e atteggiamenti ultimi sono lontani da quelli di un conte. Sarebbe il caso tenere sempre a mente che lo sport lo si onora non soltanto praticandolo vittoriosamente, ma anche e forse persino di più, portandone il senso nella vita, fuori dai confini del campo. E questo valga anche per chi passa la giornata nella stanza dei bottoni.

Una vittoria epocale che contrassegnerà una nuova era, non più allegriana ma molto più allegra, si spera, per proseguire sempre e comunque la strada vincente bianconera, con una sana gestione e un mercato degno della squadra più titolata d'Italia; del resto, il primo ministro inglese sir Winston Churchill, amava chiosare i suoi discorsi esclamando che non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Cara Juventus, trionfatrice di Roma, ora non ti fermare più. Non pensarci neanche di fermarti finché non arrivi là, e non stare a preoccuparti di dove sia «là». Accada quel che accada, tu non ti fermare.

Roberto De Frede