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Italia: chi ha paura dell’Irlanda del Nord? Inter: la memoria corta su Chivu. Napoli: il merito di Conte. Como: non c’è solo il campo. E l’ambiguità del VarTUTTO mercato WEB
Oggi alle 00:03Editoriale
di Fabrizio Biasin

Italia: chi ha paura dell’Irlanda del Nord? Inter: la memoria corta su Chivu. Napoli: il merito di Conte. Como: non c’è solo il campo. E l’ambiguità del Var

La passione del sottoscritto per le soste per la Nazionale è simile a quella che ha Kyrgios per Sinner. Epperò questa volta c’è poco da fare gli schizzinosi, ché il match di domani vale assai, per esempio l’ennesima estate a guardare gli altri mentre noi ci grattiamo la panza. Speriamo di no, suvvia, in fondo l’Irlanda del Nord va rispettata ma non temuta, trattasi in definitiva di onesti pedatori che bazzicano Championship e terza serie in Inghilterra e hanno una sola vera arma a loro disposizione: il “niente da perdere” unito a una buona capacità di gestire le palle alte. Ecco, solo la paura può farci del male e quella possiamo al limite averla noi che osserviamo, di sicuro non loro che scendono in campo. E questo per il celebre assunto: se tu giocatore azzurro hai paura dell’Irlanda del Nord che viene a giocare in casa tua, allora, è meglio se non fai il giocatore e soprattutto l’azzurro (celebre assunto appena inventato, ovviamente). La finale? Guai a parlarne ora, quello sì sarebbe uno sciocco peccato di superbia. Cose a caso in regime di sosta. Come è partito il “riposo dal campionato” sono proliferate le puttanate di mercato. Il consiglio è sempre lo stesso: filtratele a dovere. Antonio Conte ha tanti pregi, qualche difetto e una cosa su cui si distingue sopra tutti: la grande capacità di non mollare mai. Il suo Napoli quest’anno ha vacillato, il fatto che si sia creato una – seppur minima – chance scudetto è merito del suo allenatore. Ha tanti limiti quanto a comunicazione, di sicuro non in panca. L’Inter è in calo evidente, è vero, e la partita dell’altro giorno a Firenze è parsa del tutto scadente, soprattutto nel secondo tempo. Questa cosa – complice ovviamente la sosta – ha portato alla moltiplicazione dei deliri mediatici, da “Chivu rischia la conferma” a “questa squadra va spazzata via”. Calma. I nerazzurri hanno certamente dei limiti (squadre perfette, in Italia, non ce ne sono) e deve darsi una svegliata, ma pensare che improvvisamente sia un gruppo composto da mediocri e incapaci di reagire è pura esagerazione. Se i nerazzurri sono così messi male, allora cosa dovremmo dire di chi insegue a -6 e -7 (leggi, i più immediati inseguitori)? La verità è che l’estate passata in pochissimi davano mezzo credito a Chivu e nessuno si sarebbe immaginato una classifica come questa che è solo provvisoria, ovvio, ma racconta di un campionato fin qui affrontato oltre ogni aspettativa. Una cosa sul var, siate pazienti. Anzi, su Open var, celebre trasmissione dove gli arbitri (o meglio, i vertici arbitrali) si auto-assolvono et voilà, ci vediamo la settimana prossima. Il dato di fatto è che, ormai, il resoconto settimanale non è sufficiente per rasserenare i tifosi e il motivo è persino banale: non ci si fida più. Prendete il caso dell’altro giorno al Franchi: tocco di mano di Pongracic in piena area e Colombo che lascia correre. Nelle ore successive abbiamo sentito esperti arbitrali che “no, quello non è mai rigore”, altri che “sì, quello è certamente rigore”, altri ancora che “boh, si può dare oppure no”. Il dato di fatto è che, ogni sacrosanta settimana hanno ragione tutti, perché il regolamento - e soprattutto il modo in cui viene applicato - consente a chiunque di avere validi argomenti per difendere la propria tesi, la qual cosa ci conduce a una sola conclusione: il sistema – che, ovvio, continuerà ad auto-assolversi - è in tilt totale. Sul Como quarto in classifica la sorpresa è di molti, non di chi segue la loro impostazione da tempo. Riusciranno i lariani a conquistare l’incredibile qualificazione alla Champions? Non è importante. E voi direte “come non è importante?”. Non lo è, perché a Como non hanno fretta: se ci riescono, bene, viceversa ci si riproverà l’anno prossimo. E intanto… si cresce. In campo? Non solo. Il progetto Como, banalizzato da troppi con l’espressione “facile con i soldi” sta prendendo il volo su tutti i livelli. Pensate banalmente al merchandising: gli store griffati Calcio Como aprono qua e là e sfornano felpe, scarpe, abbigliamento vintage griffato con il celebre marchio che finisce per –as e fa strabuzzare gli occhi a tutti quanti, soprattutto ai non-tifosi del club. Ne scrive – tra i tanti – “Sport Illustrated”, mica l’Eco del Piripicchio, parla di “stile” e “idee innovative”. Al resto pensano Fabregas e il suo staff, quello dei giocatori pagati X e che ora valgono il doppio. “Sì però non ci sono italiani”. E anche questa è verità parziale, perché sì, la prima squadra è quasi completamente straniera, ma il settore giovanile sta facendo man bassa di talenti, da De Paoli (’08) a Pisati (’09), da Albini (’09) a Bonsignori-Goggi (’07) e Baralla (’08), il meglio delle promesse tricolori da far crescere secondo i principi di Cesc. Sapete a che punto della classifica è la Primavera? Prima. “Facile coi soldi”. Come no. Domande senza risposta: cosa ci faceva l’altra sera un noto dirigente meneghino con un noto intermediario con l’accento sulla o’ in un noto ristorante a Cernobbio? “Una cena”, direte voi. Esatto, a base di mercato. Salah: “A fine stagione lascerò il Liverpool”. Voci dall’Arabia sostengono che per l’egiziano (255 gol in 435 partite) sia pronto un biennale da 100 milioni a stagione. Da quelle parti sanno essere abbastanza convincenti.