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Un italo-venezuelano a Bogotà, con Ryan Reynolds: Salvatore Simeone si raccontaTUTTO mercato WEB
ieri alle 21:30Serie A
di Dimitri Conti

Un italo-venezuelano a Bogotà, con Ryan Reynolds: Salvatore Simeone si racconta

Nella capitale della Colombia c'è un giovane dirigente dalle chiarissime origini italiane che sta provando a rendere grande l'Internacional de Bogotà, società di recente fondazione e nel gruppo di investitori che fa riferimento all'attore hollywoodiano Ryan Reynolds. Il suo nome è Salvatore Simeone, e nonostante sia poco più che trentenne (è un classe 1992) sta già scrivendo pagine importanti nel calcio sudamericano, vantando però anche un trascorso in Europa. Lo abbiamo intervistato in esclusiva qui su TuttoMercatoWeb.com. Se dovesse descriversi come dirigente, come lo farebbe? "Il mio approccio è semplice: la performance non è casuale, ma il risultato di sistemi chiari, decisioni coerenti e standard mantenuti nel tempo. È nei momenti difficili che si misura la solidità di un progetto. Il mio ruolo è dare una direzione e mantenerla, senza deviazioni, con l’obiettivo di costruire sistemi competitivi e sostenibili. Ambisco a contesti esigenti, dove la differenza non la fanno solo le idee, ma la capacità di eseguirle con precisione e continuità". Ci racconta invece come si sviluppa la sua carriera fino a qui? "Io sono venezuelano, ho passato un anno a Toronto studiando comunicazione, e successivamente un periodo in Italia, tra Milano e Pescara, dove ho avuto le prime esperienze nel calcio giovanile, collaborando con realtà come Juventus e Milan. Sono poi tornato in Venezuela: la Juventus stava avviando la sua prima scuola calcio nel paese. A causa della situazione politica mi sono trasferito in Inghilterra, dove ho dedicato cinque anni alla formazione nel calcio, approfondendo ogni aspetto del gioco, dentro e fuori dal campo. In quel periodo ho lavorato come analista, scout e allenatore di una squadra Under 17. Parallelamente, anni prima avevo scritto a Bielsa, che è sempre stato un riferimento per me. Mi aveva risposto allora, e quando anni dopo l’ho ricontattato insieme al suo staff, mi è stata data l’opportunità di lavorare con loro al Leeds, nella stagione della promozione e dello storico ritorno in Premier League". Cosa significa per lei l'Italia? "È sempre stata un punto di riferimento. In passato era più difficile accedere ai livelli principali per chi, come me, non aveva un background da calciatore professionista. Oggi vedo un contesto più aperto, con maggior spazio per profili diversi". Il suo percorso dirigenziale è iniziato nel suo Venezuela, al Carabobo. "Al Carabobo sono rimasto quattro anni. All’inizio non era una scelta che avevo pianificato, ma si è rivelata un’esperienza determinante. Il primo anno abbiamo raggiunto il terzo posto, qualificandoci per la Libertadores, e successivamente siamo arrivati a una finale vincendo anche un trofeo. È stato un contesto in cui ho potuto contribuire a strutturare il club e renderlo competitivo. A un certo punto, però, ho sentito la necessità di confrontarmi con contesti più esigenti". Ed ecco l'Inter Bogotà. "Oggi lavoro in una grande capitale del Sudamerica, in un contesto ambizioso e in crescita. Il club fa parte di un gruppo internazionale che include realtà come Necaxa e Wrexham, oltre a collaborazioni con club come l’Atletico Madrid. È un progetto particolare: non nasce dalla tradizione, ma da una scelta. Questo richiede ancora più attenzione nella costruzione dell’identità. Lavoriamo in sinergia anche a livello di scouting; ad esempio, abbiamo sviluppato operazioni condivise come quella del giovane Moncada, che oggi sta attirando interesse anche dalla Premier League". Dove si immagina tra 5 anni? "Ho sempre avuto grandi ambizioni, nasco in Venezuela ma sogno l'Italia e sarebbe mi piacerebbe poter contribuire, con il mio approccio, a contesti competitivi di alto livello". La sua storia familiare come si intreccia col nostro paese? "I miei nonni sono emigrati in Venezuela dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il legame con l’Italia è sempre stato presente, anche attraverso il calcio: fin da bambino ho seguito la Serie A, che resta la competizione che sento più vicina. È un contesto dove esiste ancora una forte passione, e questo rappresenta una base importante per evolversi in linea con le esigenze del calcio moderno". Il calcio italiano visto da fuori come appare? "Lo vedo come un contesto con grande storia e qualità, ma che può aprirsi maggiormente a livello internazionale. Ci sono già segnali positivi, ad esempio nell’attenzione verso mercati come quello colombiano, ma credo ci sia spazio per un lavoro di scouting più diretto e strutturato. Inoltre, considero la presenza di giocatori stranieri un valore aggiunto, se inseriti all’interno di un sistema coerente". Al Leeds ha lavorato con Jack Harrison, oggi in prestito alla Fiorentina. Che opinione ha di lui, è al giusto livello? "In una stagione storica, è stato tra i giocatori più importanti. Arrivava da un'esperienza già significativa in MLS ed è stato fortissimo tra gol e assist. Capacissimo nell'uno contro uno, interpretava al meglio il calcio di Bielsa. Non mi stupisce vederlo in una squadra importante di Serie A come la Fiorentina, per dare una mano in questa stagione complicata". Daniel Maldini poteva giocare per il Venezuela ma alla fine ha scelto l'Italia. Che ne pensa? "A qualcuno ha fatto male la notizia, potevamo avere il sostituto di Rondon in Vinotinto. Ma è una scelta comprensibile quella di Daniel. E coerente con il suo percorso, pur avendo un forte legame con il Venezuela dovuto alla madre". Cos'è cambiato in Venezuela dopo i recenti scossoni di stampo politico? "La situazione resta complessa. Il paese ha perso molto, soprattutto a livello strutturale, ma resta un luogo con grande potenziale e qualità umana. E non conosco neanche una persona che, dopo averlo visitato, non se ne sia innamorata".