Tra "It’s coming home" e la cruda realtà: Inghilterra, dopo 60 anni sarà la volta buona?
L’Inghilterra si presenta al Mondiale 2026 con una sensazione ormai ricorrente: quella di una squadra sempre a un passo dal traguardo, ma mai capace di arrivare fino in fondo. Una delle rose più complete del torneo, una tradizione pesante alle spalle e una storia recente fatta di tante, troppe delusioni.
Dal 1966 in poi, il conto è rimasto invariato. Un titolo mai più vinto, una sequenza continua di promesse riaccese e poi interrotte. Negli ultimi anni Gareth Southgate ha provato a cambiare questa narrazione, portando la nazionale a tre passi concreti dal trionfo: una semifinale mondiale e due finali europee. Sempre vicino, mai abbastanza. Ora il testimone passa a Thomas Tuchel, scelto per provare a dare un’identità diversa a una squadra che spesso ha avuto talento ma non è stata capace di sfruttarlo. La decisione di affidarsi a un tecnico straniero è anche un segnale chiaro: provare a rompere non solo uno schema tattico, ma anche una struttura mentale.
Il gruppo, però, resta lo stesso nella sostanza. Una generazione che ha vinto a livello di club, che conosce le pressioni dei grandi palcoscenici e che arriva al torneo con ambizioni dichiarate. Harry Kane, ancora una volta capitano e riferimento offensivo, ha sintetizzato bene la situazione: la pressione non è nuova, ma ogni torneo aumenta l’aspettativa. Entusiasmo e senso di incompiutezza: i tifosi esorcizzano l'ansia con il celebre ritornello "It's coming home", ormai diventato una sorta di litania collettiva, ma la memoria di ogni fallimento è pronta a riemergere al primo passo falso. È questo il problema mai risolto: l’Inghilterra parte sempre in prima fila, ma negli ultimi giri, nei momenti decisivi resta una fragilità difficile da spiegare. Chissà se questa volta saprà finalmente uscire dalla sua stessa storia.






