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Marco Ferrante: "Io, il Napoli di Maradona e quel Torino a cui ho dato l'anima"TUTTO mercato WEB
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Oggi alle 19:00Storie di Calcio
di TMWRadio Redazione

Marco Ferrante: "Io, il Napoli di Maradona e quel Torino a cui ho dato l'anima"

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Una vita passata in area di rigore, a fiutare il gol, a vivere ogni pallone come fosse quello decisivo. Una vera "vipera" Marco Ferrante, proprio come il soprannome che si è meritato nella sua carriera. E che racconta a Storie di Calcio, su TMW Radio. Di origini napoletane e cresciuto nel Napoli capitanato da Diego Armando Maradona, fa il suo esordio in Serie A il 25 giugno 1989 nella gara contro il Como. Dopo, dopo un altro anno all'ombra del Vesuvio, due stagioni in Serie B a farsi le ossa, prima con la Reggiana e poi con il Pisa, mettendosi in evidenza con i toscani nelle cui file realizza 13 reti nel campionato cadetto 1991-1992. Poi le esperienze con Parma, Piacenza, Perugia e Salernitana. La svolta nella carriera di Ferrante arriva nel 1996, con il passaggio al Torino. Nel campionato 1998-1999 mette a segno 27 reti, con cui è capocannoniere della serie cadetta (stabilendo il record di gol in B in una sola stagione dal secondo dopoguerra, poi battuto da Luca Toni) e contribuisce alla promozione in Serie A. Nella stagione 1999-2000 segna 18 reti in massima categoria, insufficienti a evitare la retrocessione, e nel gennaio 2001 passa in prestito all'Inter. Famosa la sua esultanza con le corna del Toro, che fece anche in occasione del derby di Torino del 19 marzo 2000. Il suo addio nel 2004 dopo 235 gare di campionato e 114 reti. Poi, dopo altre esperienze, chiude la carriera nella stagione 2006-2007 tra Pescara e Verona. "Mio padre era atipico, raramente mi ha fatto dei complimenti. Me li faceva, ma sempre velati - ha raccontato -. Mi ridimensionava sempre. Non capivo perché. Sapeva delle mie capacità ma cercava sempre di farmi migliorare. L'ho capito solo più avanti questo. Cercava di darmi una spinta in più per fare ancora meglio. Ed è stato un vantaggio. Oggi invece per un papà i figli sono sempre i più forti del mondo". E ha parlato Ferrante dei suoi esordi a Napoli: "La Juve mi prese subito in realtà, ma per i primi due mesi dovevo andare a Torino e non potevo vivere nel convitto della Juve, in attesa di aspettare che si liberasse un posto. Alla fine dovevo stare dai nonni e non mi andava, quindi decisi di non andare lì. Nel frattempo si sposò un fratello di mio padre a Napoli. E all'esterno di questo ristorante c'erano i provini del Napoli. Io non avevo nulla dietro, mi feci dare qualcosa da altri e feci un provino, e mi presero dopo due secondi. Alla fine vissi a Soccavo, nel loro centro. Fu una scelta perfetta". Poi un ricordo del Parma di Scala, che negli anni Novanta ha scritto momenti importanti del calcio italiano: "C'erano giocatori importanti, era una macchina perfetta, allenata da un grande tecnico. Era un ambiente spettacolare poi. Fui sfortunato, perché fui soggetto a una pubalgia cronica". Ma ha anche avuto modo di giocare in un'Inter altrettanto forte: "Arrivai nel mercato di riparazione. Era uno spogliatoio complesso, con tanti stranieri che non parlavano anche tra loro. Decisero di prendermi, arrivai alla Pinetina e nel frattempo andarono via Pirlo e Ventola. Mi ritrovai tra Seedorf e Ronaldo, un vero sogno. C'erano gerarchie precise, con Vieri titolare, Recoba un fenomeno discontinuo, poi Hakan Sukur e io. Avevo poco spazio, ma ho avuto la fortuna comunque di segnare un gol contro l'Udinese". E poi il Torino, il suo grande amore: "Solo indossando la fascia di capitano puoi capire cosa vuol dire il Toro. Mi ha dato una forza impressionante. Sentivo di poter far gol in ogni partita, scattò subito un bel feeling con la Maratona. Mi ricordo i cori della Curva, ogni volta che li cantavano mi venivano i brividi. Nacque un feeling con la tifoseria che dura ancora oggi. L'esultanza con le corna? Nasce una sera in ritiro, volevo esultare per contraccambiare l'affetto dei tifosi. E poi l'ho modificata col tempo".