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tmw / roma / Editoriale
Tanto per cambiare
sabato 23 gennaio 2021 08:30Editoriale
di Gabriele Chiocchio
per Vocegiallorossa.it
fonte L'editoriale di Gabriele Chiocchio

Tanto per cambiare

“Sono in discussione dal primo giorno che sono arrivato qui”: dopo un anno di dichiarazioni giustamente moderate e misurate, nel postpartita di Roma-Spezia Paulo Fonseca, tra il serio e il sarcastico, ha lasciato andare un po’ della sua frustrazione per come sia stato lasciato da ormai mesi da solo, in balìa degli eventi. Il solo fatto che in queste ore, con la Roma, nonostante le brutte sconfitte negli scontri diretti e con un ammanco di punti determinato da arbitraggi di fantasia, in piena corsa per l’obiettivo quarto posto (occupato paradossalmente in modo ancor più saldo, dopo il pari dell’Atalanta a Udine), ai sedicesimi di Europa League ed eliminata dalla Coppa Italia dopo una partita che l’ha vista creare sette occasioni da gol contro una dei propri avversari, si sia chiesto da più parti l’allontanamento dell’allenatore fa capire come quest’ultimo non abbia goduto di alcuna sacrosanta protezione almeno dall’inizio di quest’anno. In cui si è trovato e si trova nuovamente a essere in competizione con i fantasmi di Massimiliano Allegri, allenatore dei sogni reduce da cinque scudetti e due finali di Champions League, che la semplice logica consequenziale dovrebbe suggerire essere fuori portata per una squadra che la coppa più importante non la gioca da due anni. Una storia che si ripete, dopo il contatto con Antonio Conte di due anni fa che si risolse in un prevedibilissimo (almeno, per chi ha utilizzato come minimo un pizzico di raziocinio) nulla di fatto per dodici milioni di motivi e che convertì il portoghese nella seconda (a dir bene) scelta. A questo, e a dover dimostrare in ogni situazione praticamente la perfezione: non è bastato far vedere di non essere integralista, prendersi due punti a partita da dopo il lockdown (media che si alza a 2,11 dal passaggio alla difesa a tre) e rigenerare calciatori dati per spacciati come Cristante, Karsdorp e altri. I suoi limiti - evidenti come tali, con conseguenze altrettanto evidenti e sottolineate anche su queste pagine in modo chiaro - sono sempre stati considerati più grandi dei suoi meriti, almeno da quando si è chiuso il mercato: prima, l’ex Shakhtar era l’ennesimo martire non accontentato dalla società che oltre all’allenatore dei sogni avrebbe dovuto prendere, forse, anche i calciatori, dei sogni, oltre a quelli della realtà, come Chris Smalling, unico vero motivo di forzatura di una singola dichiarazione da parte sua. Si è riusciti a dare meriti “tecnici” che non hanno (e tanti, invece, ne hanno, in altri campi) persino ai Friedkin per la loro semplice presenza sugli spalti (a proposito, questione di fondamentale importanza: con lo Spezia qual era il logo che campeggiava sulle mascherine?), meno a lui che invece stava in panchina, posizione forse leggermente più importante nell’economia di una partita. Parole che sembrano un coccodrillo anticipato: l’idea è che la realtà parallela che si crea fuori possa finire per travolgere - di nuovo - quella fattuale, perché se nessuno difende un tecnico dalle voci (e, anzi, magari le alimenta), un gruppo, per quanto comunque coeso come quello giallorosso, finirà fisiologicamente per lavarsene le mani. E si ricomincerà da capo, finendo a cambiare tanto per cambiare, inseguendo il prossimo sogno e accettando a bocca inevitabilmente storta la prossima realtà.

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