'Chiudete le frontiere ai calciatori stranieri'. Il precedente degli anni '60 e la Legge Bosman
Nel momento della tregenda calcistica, con l'Italia eliminata ai playoff per il Mondiale americano, ci si appella a ogni possibilità. A ogni soluzione. Vade retro il calciatore straniero, ancora una volta, come se potesse esser panacea d'ogni male. Un blocco come negli anni 60 che non avvenne a causa di una "mancata qualificazione" (all'epoca l'Italia si qualificava regolarmente), ma a seguito del disastroso Mondiale del 1966 in Inghilterra, dove l'Italia fu eliminata dalla Corea del Nord.
Giochi senza frontiere
Per "punizione" e con l'obiettivo di valorizzare i giovani talenti italiani, la FIGC vietò l'acquisto di nuovi calciatori stranieri dall'estero. Le frontiere rimasero chiuse per 14 anni, fino al 1980. Gli stranieri che erano già in Italia potevano restare, ma non potevano arrivarne di nuovi. Nel 1980 fu concesso un solo straniero per squadra (il primo fu Falcão alla Roma), saliti a due nel 1982 e a tre nel 1988.
Oggi non sarebbe possibile
Si potrebbe fare, oggi? No. La Sentenza Bosman del 1995 è la pietra tombale su qualsiasi sogno di "autarchia" calcistica nell'Unione Europea. La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che i calciatori sono lavoratori a tutti gli effetti. In base al principio della libera circolazione dei lavoratori, una federazione non può imporre limiti all'impiego di cittadini comunitari (UE). Bloccare gli stranieri comunitari sarebbe illegale e porterebbe a sanzioni pesantissime dalla Commissione Europea. Non solo: Esistono accordi che equiparano i lavoratori di molti stati extra-UE (specialmente Africa, Caraibi e Pacifico) ai cittadini comunitari in termini di condizioni di lavoro. Non solo: blocchi sugli stranieri potrebbe portare a ricorsi al TAS (il Tribunale Arbitrale dello Sport) da parte di club e lavoratori e anche al rischio di esclusione dalle Coppe per i club italiani per violazione delle leggi e regole UEFA.











