Inzaghi il Simeone dell'Inter? In Italia non saremo mai pronti
"In Italia è difficile, decidono i risultati. L'ho capito negli anni alla Lazio e poi qui all'Inter: in venti giorni cambiano i giudizi su tutto". Mentre Simone Inzaghi rispondeva così a chi chiedeva se gli piacerebbe essere per l'Inter ciò che Diego Simeone è per l'Atlético Madrid, qualche centinaio di chilometri più a sud Aurelio De Laurentiis metteva in pratica l'arte tutta italiana del fare e disfare. Mazzarri stava allenando il non più suo Napoli, a due giorni da una gara che vale la stagione, senza sapere cosa gli sarebbe successo e nel frattempo il suo amico presidente discuteva i dettagli con Francesco Calzona, successore al quale si augura il meglio ma la cui chiamata pare ancora più casuale del ritorno di Walter dieci anni dopo.
Decidono i risultati. Oltre ogni ipotesi di progetto, che da queste parti resta una parola vuota sbandierata all'inizio e destinata prima o poi a finire nel dimenticatoio. Del peso dei risultati, Inzaghi ne sa qualcosa. Un anno fa era a un passo dall'esonero, a furor di popolo e tra le pungolate della dirigenza. Oggi, l'Inter senza di lui è difficile anche solo da immaginare, tanto è in pieno controllo dello spogliatoio e della stagione. La squadra gioca meglio, sì, ma non dall'oggi al domani: sono due stagioni e mezzo che i nerazzurri si fanno apprezzare. La differenza è che oggi stanno arrivando i risultati, e di conseguenza ci si azzarda a immaginare un Inzaghi alla Simeone, alla Wenger, alla Ferguson, decidete voi il riferimento.
Eppure, Inzaghi sarebbe l'allenatore perfetto. Quando era in discussione, non ha battuto ciglio. In tre estati gli hanno rivoluzionato tre volte la squadra, e ogni volta ha migliorato il materiale umano a sua disposizione. È aziendalista come il miglior Allegri, il controllo lo esercita con una forza tranquilla alla Ancelotti, per dire che abbia il tocco vincente di Conte basta aspettare la fine di questo campionato e il quadro è completo. Non alza polveroni, suggerisce ma non impone sul mercato e quando gli capita di andarci vicino - Acerbi su tutti, ma pure Pavard - alla fine dimostra che aveva ragione lui, a differenza per esempio di Mourinho. Per carità, si torna ai risultati: oggi che arrivano, pare tutto oro quel che luccica, magari domani non sarà così. Il senso di un progetto a lunghissimo respiro, però, sarebbe quello di prescinderne.
In Italia non saremo pronti. E non lo saremo mai. A Madrid, Simeone ha vinto pochissimo, se rapportato al periodo di reggenza: due volte la Liga, due Europa League, due Supercoppe europee e una coppa di Spagna. Sette trofei, uno ogni due anni. Tantissimo, se consideriamo la storia dell'Atlético e il contesto. Nella Liga, ci sono due squadre vincono quasi tutto: Real Madrid e Barcellona in due hanno portato a casa 62 titoli nazionali. Più del doppio della somma delle altre (trenta). Non è un caso che un "progetto Simeone" sia possibile all'Atletico e impensabile con le merengues o i catalani. In Inghilterra, l'altro grande esempio citato in questi casi, la concorrenza è così alta che l'obbligo di vincere si diluisce. In più: l'Arsenal ha tenuto Wenger per anni perché non puntava al trionfo, Ferguson è rimasto allo United per più di vent'anni perché ha alzato il titolo a stagioni alterne, il City insiste con Guardiola anche perché su sette campionati ne ha vinti cinque.
Il primo fattore di differenza è questo: in Italia, che non vinca una fra Juventus, Inter e Milan è un'anomalia. Negli ultimi vent'anni è successo una volta sola, l'anno scorso. Chi siede su queste panchine ha l'obbligo di puntare lo scudetto, meglio ancora di portarlo a casa. Il contesto di pressioni, anche da parte dei media, è una semplice conseguenza. Senza considerare che l'allenatore manager, in un panorama di grandissimo protagonismo dei dirigenti - tutti conoscono Marotta, Giuntoli, e via dicendo: provate a chiedere al tifoso inglese medio il nome del direttore sportivo del Liverpool - perde ulteriore senso. Non saremo mai pronti, e alla fine ha ragione Inzaghi: tanto vale a pensare a domani, che poi sarebbe oggi, una serata nella quale un'Inter non più outsider torna a correre per provare a vincere la Champions. Un anno fa, ci credeva solo Simone.






