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Giulio Cavalli: “Cairo ha educato la tifoseria alla mediocrità”
Oggi alle 16:34Esclusive
di Marina Beccuti
per Torinogranata.it

Giulio Cavalli: “Cairo ha educato la tifoseria alla mediocrità”

Giulio Cavalli è un giornalista, teatrante e scrittore di Lodi, che tifa per il Toro soprattutto per un motivo, adora la figura di Gigi Meroni, che ha portato anche in teatro nelle sue varie opere, essendo un personaggio poliedrico. Tra le sue attività scrive per La Notizia, è editorialista di Left, collabora a Domani, per Tag24 e conduce una trasmissione per RadioCusano

La redazione di TorinoGranata l’ha intervistato per parlare del Toro e soprattutto chiarire i suoi pensieri sull’operato di Cairo.

A Torino molti tifosi non vogliono più Cairo. Qual è il suo parere?

“C’è un problema di fondo. Alla mediocrità ci si abitua, per quella vecchia storia della sindrome della rana bollita. Così il Torino che brillava per risultati e per tremendismo oggi è stato messo nel cassetto delle leggende da gustarsi mentre le raccontiamo ai nostri figli, come se fossero non più alla nostra portata. Cairo è riuscito nell’impresa di educare una tifoseria alla mediocrità, spinge a pensare che forse poteva andare peggio, che comunque ci si è salvati, che comunque abbiamo visto qualche manciata di minuti godibili. Ma l’acquiescenza non ha nulla a che vedere con il tifo. Ci si accontenta già nella vita, allo stadio ci si va per credere che Davide possa sconfiggere Golia, ci si va se c’è la convinzione che al di là del risultato si vedrà una squadra all’altezza della sua storia e dei suoi tifosi. Da anni invece il tifoso del Toro cova speranza solo quando il campionato si ferma, oppure per qualche giornata. Poi c’è l’improvvisa discesa nella realtà. Una cosa non perdono a Cairo: è riuscito a spaccare i tifosi, spaccandoli tra accontentabili e mai contenti che si sono messi a fare la guerra tra loro. E il Toro invece era una comunità, prima di tutto”.

Da tempo si dice che Cairo abbia guadagnato più di quanto abbia investito nel Toro, quindi è lecito domandarsi se ha giovato di più il Toro a Cairo che viceversa?

“Cairo da presidente del Toro ha lanciato la sua carriera, mentre la squadra (e la società) ha continuato a galleggiare sull’acquitrino. Al di là dell’aspetto economico c’è l’accreditamento personale che ha ottenuto grazie alla sua presidenza. Mi pare che continui a essere convinto che gestire una squadra di calcio - soprattutto questa squadra - equivalga a gestire una qualsiasi azienda. Ma il capitale sociale del Toro non sono i giocatori, volendo ben vedere non sono nemmeno le strutture. Il capitale sociale del Torino è la passione e quella vertiginosa storia che si porta sulle maglie. Se risparmi sulla passione il bilancio è sempre in rosso, anche se i conti tornano. Se invece vogliamo fare un discorso prettamente aziendale allora direi che siamo di fronte a un’impresa che non ha mai avuto continuità, che non ha mai avuto un respiro più lungo di un prestito con diritto di riscatto non esercitato. È una società che galleggia vendendo i suoi giocatori più forti, almeno uno all’anno e che intende la crescita dei suoi calciatori solo sotto l’ottica della plusvalenza. Il Torino era un giovane ragazzo precario, assunto con un traballante contratto prorogato di anno in anno, pieno di speranze. Sono passati vent’anni ed è sempre lì, sempre con quel contratto capestro…

Il calcio italiano è in crisi, come si deduce con l'Italia eliminata dai prossimi mondiali e il flop nelle coppe europee. Eppure per il dopo Gravina si parla di Abete, nuovamente, e Malago'. Come dire che non c'è voglia di cambiare.

“Il calcio è lo specchio del Paese: militarizzato contro i tifosi e con maglie larghissime invece per i furbi, gli accattoni, i furbastri. La nazionale è il suo specchio perfetto: come possono crescere giocatori italiani in un campionato in cui i presidenti usano le loro squadre per spostare soldi, costruire relazioni in altri settori o sfogare le loro ansie immobiliari? In tutto questo dov’è il calcio, quello con la palla a terra?”

Pensa che il Toro possa cambiare dirigenza a breve? A questo punto meglio un gruppo straniero?

“Spero di sì, temo di no. Cairo insiste nel dirci che per un passaggio di mano ci deve essere un’offerta convincente ma non è così: una transazione ha bisogno di volontà di sintesi da entrambe le parti. Per formazione professionale (il berlusconismo) lui è uno che non vuole lasciare se non da vincente, non tollera di dare l’impressione di lasciare da sconfitto nel suo rapporto con i tifosi. E così per narcisismo si rischia di logorarsi in una mediocrità sempre più stanca, sempre più mediocre. Eppure avrebbe una grande occasione: lasciare il Toro prendendosi la responsabilità di cedere la società a qualcuno che possa fare meglio di lui. Ma ci vorrebbe umiltà, la vedo dura”.

Non trova che il nostro calcio sia anche malato perché se ne parla troppo anche a sproposito? Da giornalista che ne pensa dei troppi opinionisti che parlano senza essere effettivamente esperti per farlo?

“Accade in tutti i settori. Il giornalismo sostituito dall’opinionismo, le notizie sostituite dalla viralità. Sembrano contare sempre meno i fatti e sempre più le narrazioni. Solo che nel calcio poi basta andare allo stadio per accorgersi che la propaganda lì fuori può funzionare per un promo, per un reel su Instagram ma intanto il calcio si è incagliato. E gli influencer del calcio quando non ci sarà più calcio finiranno in mutande. Guarda solo l’effetto delle domande del giornalista di Tuttosport di Marco Bonetto come hanno spezzato l’incantesimo delle conferenze stampa come cerimonie dell’autoincensarsi. Tutti stupiti, tutti disabituati a vedere un giornalista che fa il giornalista”.