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Il giorno in cui il finto cugino di Weah ingannò Souness e la Premier League

Il giorno in cui il finto cugino di Weah ingannò Souness e la Premier League TUTTOmercatoWEB
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Redazione TMW
Oggi alle 09:27Altre Notizie
Ali Dia (Dakar, 20 agosto 1965) è un ex calciatore senegalese, di ruolo attaccante.

Southampton, 23 novembre 1996. Il freddo punge la pelle dei trentamila del The Dell, lo storico impianto dei Saints.
Al trentaduesimo minuto del primo tempo contro il Leeds, succede l’imprevisto: Matt Le Tissier, il fuoriclasse, il "Dio" pagano del calcio locale, si accascia a terra, smorfia di dolore, cambio inevitabile.
Dalla panchina si alza un ragazzo senegalese di trentun anni, maglia numero 33, si chiama Ali Dia.
Fino a due settimane prima giocava nel Blyth Spartans, una squadra di dilettanti sperduta nelle categorie minori inglesi, davanti a cento spettatori paganti, in quel preciso istante, calpesta l'erba del campionato più ricco e competitivo del mondo, quello che i tifosi e i compagni di squadra non sanno è che stanno assistendo alla più grande, comica e sfacciata truffa della storia del calcio moderno.

La telefonata da Pallone d'Oro

Tutto era iniziato qualche giorno prima con uno squillo sul telefono di Graeme Souness, leggenda del Liverpool e, all'epoca, manager del Southampton.
Dall'altro capo del filo, una voce profonda si presenta con un nome che fa tremare i polsi: George Weah, la stella del Milan, il Pallone d’Oro in carica.
"Graeme, ho un cugino fortissimo," dice la voce. "Si chiama Ali Dia. Ha giocato nel PSG, ha tredici presenze con il Senegal.
È forte, è veloce, dagli una possibilità".
Souness, che si trova con l'infermeria decimata e l'acqua alla gola in classifica, non ci pensa due volte, nell'era pre-Internet, senza Wikipedia, Wyscout o motori di ricerca, verificare le informazioni è un lusso d'altri tempi, il manager si fida della parola di un re del calcio.
Peccato che l'uomo al telefono non sia Weah, ma un compagno di università di Ali Dia con un ottimo talento per le imitazioni.

Il contratto viene firmato sulla fiducia: un mese di prova.

"Bambi sul ghiaccio"

Al primo allenamento con la squadra, i senatori del Southampton capiscono subito che qualcosa non quadra, Ali Dia si muove in modo goffo, sbaglia i passaggi più elementari, sembra non avere la minima idea della tattica.
"Pensavamo avesse vinto un concorso della lotteria per allenarsi con noi," racconterà anni dopo Le Tissier, Souness, però, non vuole ammettere l'errore, vuole vederlo all'opera in una vera partita.
Il destino ci mette lo zampino: la nebbia fitta fa cancellare la partita della squadra riserve, dove Dia avrebbe dovuto debuttare.
Così, senza aver mai giocato un minuto di test, il senegalese viene aggregato alla prima squadra per la sfida contro il Leeds, fino al momento del fatidico infortunio di Le Tissier.
Quando Ali Dia entra in campo, la realtà squarcia la finzione in pochi secondi, il ragazzo corre a vuoto, rimbalza contro i difensori avversari, sembra privato della coordinazione motoria, ha persino un'occasione d'oro ravvicinata, ma calcia addosso al portiere Nigel Martyn.
Con il passare dei minuti, l'incredulità si trasforma in imbarazzo collettivo, Souness, rosso in viso per la vergogna e la rabbia, non resiste: all'ottantacinquesimo minuto compie l'umiliazione suprema per un subentrato.
Lo richiama in panchina.
Finisce 2-0 per il Leeds.

Il fantasma del The Dell

Il mattino seguente, la nebbia avvolge nuovamente il centro sportivo del Southampton, Ali Dia si presenta regolarmente per la sessione di scarico e massaggi.
Poi, saluta lo staff, svuota il suo armadietto e si dirige verso il parcheggio, non tornerà mai più.
Quando i dirigenti del club provano a rintracciarlo nel fine settimana, scoprono che il giocatore ha lasciato l'hotel in cui alloggiava, lasciando al Southampton anche il conto della stanza da pagare.
Il contratto viene rescisso d'ufficio dopo sole due settimane, Ali Dia sparirà nel nulla per anni, lasciando dietro di sé 53 minuti di pura follia collettiva e il titolo, tuttora indiscusso, di peggior calciatore ad aver mai calcato i campi della Premier League.
Una meteora che dimostrò al mondo come, a volte, per diventare una leggenda del calcio non serva saper usare i piedi, ma saper usare bene il telefono.

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