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ESCLUSIVA TA - Massimo Carrera: "Atalanta-Juve da tripla. Nessun attaccante di oggi mi farebbe paura"
Oggi alle 01:06Primo Piano
di Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com

ESCLUSIVA TA - Massimo Carrera: "Atalanta-Juve da tripla. Nessun attaccante di oggi mi farebbe paura"

Il doppio ex si racconta: «Tifo bianconero ma a Bergamo ho lasciato il cuore. Ahanor sembra un veterano, l'errore di Como lo aiuterà a crescere»

Cinque stagioni alla Juventus, con cui ha vinto tutto e realizzato i sogni del bambino che tifava bianconero. Poi, a 32 anni, l’Atalanta, dove in sette stagioni, dal 1996 al 2003, si è guadagnato la fiducia dello spogliatoio, l’amore dei tifosi e un ruolo che non si assegna da soli, quello di leader vero. Insostituibile in campo, punto di riferimento fuori. Per Massimo Carrera, ex difensore e capitano nerazzurro, Atalanta e Juventus hanno rappresentato due mondi diversi, due obiettivi opposti, ma un unico filo conduttore: il calcio vissuto come passione totale e come stile di vita.

DALLA JUVE ALL'ATALANTA

Massimo partiamo dal tuo arrivo all’Atalanta, dopo aver lasciato la Juventus. In quegli anni, due realtà completamente diverse. Perché l’Atalanta e come ti cali in un ambiente completamente diverso come quello di Bergamo?
«Ero svincolato e l’Atalanta è stata la prima società a volermi come giocatore – confida in esclusiva ai microfoni di TuttoAtalanta.com –. C’era questa possibilità e ho accettato tranquillamente. È chiaro che si trattava di due mondi totalmente diversi: la Juventus giocava per vincere i campionati; l’Atalanta per salvarsi e rimanere in Serie A. Ma io sono arrivato con entusiasmo, con passione, con la voglia di fare calcio. Ho cercato di dare il mio contributo e di fare un po’ da chioccia ai ragazzi più giovani, soprattutto dando l’esempio».

Non hai mai vissuto quel passaggio come un ridimensionamento?
«No, anche perché avevo 32 anni quando sono arrivato all’Atalanta. Non ero più giovanissimo e a quei tempi le carriere erano più brevi. Per me era comunque Serie A, quindi non l’ho mai vissuta come una discesa».

Ti sei sentito subito a casa a Bergamo?
«Sì e vivo ancora a Bergamo. Mi sono inserito bene nella città e ho avuto un bellissimo rapporto con i tifosi. Ho sempre dato tutto quello che avevo in campo e penso che questo loro me l’abbiano riconosciuto».

Nelle tue sette stagioni a Bergamo, diventi il leader della squadra nerazzurra. Una volta hai detto che non si diventa leader per scelta, ma perché sono gli altri a riconoscertelo. È così?
«Non è che arrivi in uno spogliatoio e dici “io sono il leader”. Io ho fatto solo quello che pensavo fosse normale, con il lavoro quotidiano, con l’impegno negli allenamenti, dove arrivavo sempre per primo, con l’umiltà. Nonostante arrivassi dalla Juventus non ho mai fatto il presuntuoso e mi sono sempre messo a disposizione dei giovani, aiutandoli. Sono sempre stato umile. È così che diventi un punto di riferimento, dando l’esempio dentro e fuori dal campo con i tuoi comportamenti».

L’inizio però non è stato semplicissimo: all’esordio in campionato ti sei fatto male.
«Sì, a Cagliari. Ho preso una botta fortissima sulle costole e mi si è perforato un polmone. Sono rimasto una settimana in ospedale in Sardegna e poi sono stato fermo per circa 40 giorni. Per fortuna sono riuscito a rientrare e da lì è iniziata davvero la mia avventura con l’Atalanta. Quella fu la stagione del record d'imbattibilità di Davide Pinato come portiere dell'Atalanta (mantenne la porta inviolata per 757 minuti consecutivi, ndr). Abbiamo avuto qualche difficoltà nel finale di stagione, ma ci siamo salvati tranquillamente».

AMARCORD NERAZZURRO

Il tuo ricordo più bello in nerazzurro qual è?
«Senza dubbio la promozione in A nella stagione 1999-2000. Riportare l’Atalanta nella massima serie e vedere la gioia dei tifosi è qualcosa che ti ripaga di tutti i sacrifici. Noi giochiamo per loro e vederli felici è la soddisfazione più grande».

Il rapporto con i tifosi è sempre stato fortissimo. Tutto quest'affetto lo senti ancora?
«Sì, l’ho sempre sentito. Anche nei momenti più diretti, quando ci siamo detti le cose in faccia, c’è sempre stato rispetto reciproco. Io ho sempre detto quello che pensavo e loro hanno fatto lo stesso. Non ci sono mai stati problemi tra di noi».

Anche perché tu diventi praticamente insostituibile e decidi di restare sempre e comunque, sia in A che in B.
«Sono andato via solo dopo l’ultima retrocessione, nel 2003. Avevo già 39 anni e avevo fatto scelte diverse. Poi ho continuato a giocare fino a 44 anni».

Quando lasci l’Atalanta, vai a Napoli, ma decidi di restare a Bergamo ad abitare.
«Era scaduto il mio contratto con l'Atalanta ed ero svincolato, senza squadra. A settembre è arrivato il Napoli e ho accettato. Io e mia moglie avevamo cercato una scuola per le mie figlie. Non siamo riusciti, quindi la mia famiglia è rimasta a Bergamo. Io facevo avanti e indietro. Partivo il martedì e tornavo dopo la partita, ma anche se fossimo andati tutti a Napoli, sarebbe stata solo una scelta temporanea e poi saremmo comunque ritornati a Bergamo».

Il Bepi ti ha anche dedicato una canzone. Cosa hai pensato la prima volta che l'hai sentita?
«È una bella canzone, simpatica, con parti anche in dialetto. È stato un bel momento».

Ma è vero, come canta lui, che avevi l'autonomia di un quarto d'ora?
«Così diceva lui. Quando l’ho sentita, mi sono un po’ arrabbiato, ma in fondo era per far la rima. Poi, quando l'ho ripreso, ha cambiato qualche volta la strofa, ma era una cosa simpatica».

Invece la Juve per te cosa ha rappresentato?
«Io sono tifoso juventino. Nasco juventino, quindi giocare nella squadra per cui da piccolo hai sempre tifato credo sia il coronamento di un sogno. Avere a che fare con tanti campioni, vincere, giocare in Europa era il sogno che avevo da quando a 6 anni mi ero messo le scarpe da calcio, anche se non l’ho mai vissuto come un punto di arrivo, ma di partenza. È stata una tappa della mia vita calcistica ed è stato bellissimo. Tante vittorie e tutte bellissime: campionato, Champions, Coppa Uefa. E soprattutto c'erano un'atmosfera e un gruppo fantastico. Sono sempre stato fortunato perché, in ogni squadra dove ho giocato, mi sono trovato bene con i miei compagni».

IL CARRERA ALLENATORE

Quando a 44 anni appendi le scarpette al chiodo, intraprendi la carriera da allenatore. Oggi cosa fa Massimo Carrera?
«Sono in pausa. Se dovesse presentarsi l’occasione giusta, con la società e la programmazione giusta, sono però pronto rimettermi in gioco».

Non c'è mai stata la possibilità di collaborare con l'Atalanta?
«No. Quando ho iniziato ad allenare, l’ho fatto nel settore giovanile della Juventus. Poi sono stato 5 anni con Antonio Conte, tra Juventus e Nazionale, e poi c’è stata la possibilità di andare in Russia, allo Spartak Mosca, iniziando a camminare con le mie gambe. Non c'è mai stata la possibilità di ritornare a Bergamo, ma se dovesse arrivare una proposta dal settore giovanile, magari dall’Under 23, la prenderei sicuramente in considerazione».

VERSO ATALANTA-JUVE DI COPPA ITALIA

La partita di Coppa Italia tra Atalanta e Juventus che squadre mette di fronte?
«Due squadre che arrivano con grande entusiasmo. La Juventus arriva dal 4-1 a Parma; l’Atalanta ha fatto una discreta partita in dieci uomini contro il Como fin dal settimo minuto, lasciando poche possibilità ai lariani. Sono due squadre in salute. È una partita aperta a qualsiasi risultato. Bisogna vedere chi avrà più sangue freddo, lucidità e benzina nel motore. Spesso queste partite sono decise da episodi. Vediamo chi avrà più forza per reggere l’urto dell’altra squadra».

Secondo te la classifica di campionato rispecchia i reali valori di Juventus e Atalanta?
«Entrambe stanno pagando un avvio di stagione un po’ disastroso, però se guardiamo il percorso dopo l’arrivo dei nuovi allenatori, entrambe hanno iniziato a viaggiare meglio e a fare buone prestazioni».

È la Juventus più bella degli ultimi anni?
«C’è stata anche la Juventus di Allegri. Le squadre si definiscono belle quando vincono. Alla fine puoi giocare bene, puoi piacere, ma le squadre davvero belle sono quelle che alzano i trofei».

E invece dell’Atalanta che idea ti sei fatto?
«È partita male perché probabilmente si pensava che, con un allenatore con le stesse idee di Gasperini, che era stato anche suo giocatore e il suo vice, si potesse continuare il percorso, ma il tecnico della Roma aveva una marcia più e nel calcio non esiste il copia-incolla. Ogni allenatore ha i suoi pregi, difficili da riproporre».

Per l’Atalanta la Coppa Italia può essere la strada più semplice per arrivare in Europa?
«Potrebbe essere più facile. Ci sono meno partite e spesso affronti squadre che conosci bene, avendole già affrontate in campionato, dove entrare nelle posizioni europee non è semplice: ci sono tante squadre, anche realtà come il Como ora, e la concorrenza è alta».

Essendo una gara a eliminazione diretta, giocare a Bergamo può fare la differenza?
«Il pubblico può dare sicuramente una mano, ma non è determinante. Alla fine sono sempre i valori in campo a fare la differenza».

I GIOCATORI DI OGGI

Da difensore, c’è qualche attaccante dell’Atalanta di oggi che avrebbe potuto creare problemi a Massimo Carrera?
«No. Nessuno. E nemmeno della Juventus (ride, ndr). Nessuno proprio. Ai nostri tempi marcavamo giocatori con qualità eccelse. Non voglio dire che i giocatori di oggi siano scarsi, ma difendere contro giocatori come Van Basten, Ronaldo o Batistuta era tutta un’altra cosa. Oggi i giocatori sono più fisici, c’è più intensità, ma si è persa un po’ di qualità. Ci sono pochissimi giocatori che saltano l’uomo».

C’è invece un difensore dell’Atalanta di oggi con cui ti sarebbe piaciuto giocare?
«A me l’Atalanta piace e in ogni reparto del campo. I giocatori hanno dimostrato di avere qualità e di saper giocare a calcio. Sicuramente mi sarebbe piaciuto giocare con Ahanor. Nonostante la giovane età ha già carattere e sembra un veterano».

Dopo l’episodio di Como, cosa gli avresti detto?
«Sono cose che capitano. Ha rischiato di mettere in difficoltà la sua squadra, ma il gruppo si è stretto intorno a lui. Nel calcio si fanno errori e purtroppo si cresce anche così. Per fortuna la squadra ha reagito e l’ha portata a casa anche per lui. Un grande Carnesecchi».

Avere un portiere come Carnesecchi davanti alla difesa quanto può influire sulla sicurezza e sulle scelte di un difensore?
«È la stessa cosa di avere un grande attaccante davanti che ti fa gol. Per un difensore è importantissimo avere un portiere che ti aiuta, che ti parla, che guida la linea difensiva. Magari tu sei concentrato solo sulla palla, invece il portiere vede tutto. Carnesecchi ha personalità, comunica e questo per una difesa è un valore enorme».

Che partita ti aspetti tra Atalanta e Juventus?
«Essendo una gara da dentro o fuori può succedere davvero di tutto. Come si diceva una volta con la schedina, è una partita da tripla: 1X2. Non vedo una favorita».

Guardando invece alla prossima di campionato, Atalanta–Cremonese, sulla carta i nerazzurri sembrano favoriti.
«Sì, sulla carta dovrebbe esserlo, ma nel calcio purtroppo uno più uno non fa mai due. Ci sono sempre sorprese. Dipende da come si scende in campo, dall’attenzione che si mette, da come si recupera fisicamente dalla partita precedente. Le variabili sono tante. Tutti possono dire che una squadra è più forte, ma poi è sempre il campo a decidere».

Per Massimo Carrera il calcio è stata una vita intera. Ha smesso di giocare a 44 anni, quando il fisico ha detto basta, ma la testa era ancora sul campo. Dopo aver appeso le scarpe al chiodo ha intrapreso il percorso da allenatore, crescendo accanto ad Antonio Conte alla Juventus e in Nazionale, prima di vincere da solo in Russia con lo Spartak Mosca, dimostrando di saper camminare con le proprie gambe. Oggi è in pausa, ma non fermo. Aspetta il progetto giusto, la società giusta, l’occasione giusta per rimettersi in gioco. Bergamo resta casa, l’Atalanta nel cuore, la Juventus una parte indelebile della sua storia. E lui un uomo di calcio vero, che per farsi seguire gli è bastato dare l’esempio.

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