Petagna: "Così salvai Gasperini all'Atalanta. Il buio, mio figlio e la rinascita a Monza"
Dietro i riflettori, il gossip e la corazza del centravanti, c'è sempre un uomo costretto a fare i conti con le proprie fragilità. Andrea Petagna lo sa bene e, guardandosi indietro, non dimentica le tappe fondamentali della sua carriera, a partire da quella maglia dell'Atalanta che ha segnato un vero e proprio spartiacque nella storia recente del calcio italiano. L'attaccante si è confessato a tutto tondo, partendo proprio dal suo legame viscerale con Bergamo, per poi affrontare con coraggio i demoni personali, la depressione e la splendida rinascita sportiva e umana che sta vivendo attualmente nel campionato cadetto.
IL SIGILLO CHE CAMBIO' LA STORIA - Il nastro dei ricordi si riavvolge inevitabilmente fino a quel fatidico incrocio contro i partenopei, una rete che ha letteralmente svoltato il destino della panchina orobica. Il giocatore ricorda con immenso orgoglio quel momento cruciale: «Credo fermamente di aver salvato il posto a Gasperini con quel gol che fissò il punteggio sull'uno a zero. Probabilmente, il suo incredibile ciclo a Bergamo è partito proprio in quell'istante». Un legame che il tempo e la distanza non hanno mai scalfito, tanto che, all'indomani del trionfo in Europa League, il tecnico ha risposto a un messaggio di congratulazioni dell'ex bomber con parole inequivocabili: «Mi ha ringraziato, ribadendo che tutto quel percorso straordinario era iniziato proprio da quella mia rete. È stato semplicemente fantastico leggerlo».
I Ricordi Azzurri E Un Amaro Rimpianto - L'esperienza lombarda gli ha spalancato persino le porte della Nazionale maggiore, un traguardo vissuto ad Amsterdam con un turbinio di sensazioni quasi stordenti. «Fu un'emozione talmente immensa da renderne i contorni quasi sfuocati nella memoria, non mi sentivo quasi a mio agio», ha confessato, ricordando come quella sera segnò anche il debutto del suo fraterno amico Cristante. Sul fronte delle scelte di mercato, invece, il rammarico ha le tinte dell'azzurro campano. «L'unico vero errore che non ripeterei è quello di aver salutato Napoli. Avevo collezionato settanta presenze, stavo benissimo e proprio l'anno successivo i miei ex compagni hanno cucito lo scudetto sul petto», ha ammesso con totale sincerità.
DISCESA NEL BUIO TOTALE - La vita, tuttavia, sa colpire molto più duro di un difensore roccioso. L'ultimo anno e mezzo ha rappresentato un autentico calvario umano per il centravanti, travolto da una tempesta emotiva devastante. «Ho vissuto mesi durissimi a causa della malattia di mio figlio e della dolorosa separazione dalla mia compagna. È stata un'impresa mantenere la concentrazione sul campo», ha rivelato a cuore aperto. Un periodo di isolamento totale, acuito da una polmonite che lo ha tenuto lontano dai campi per due mesi, da solo e impossibilitato a vedere il suo bambino per via delle disposizioni legali. «Stavo malissimo, il vuoto mi circondava e anche chi gravitava intorno a me è improvvisamente sparito. Chiedere aiuto a uno psicologo è stato un passo fondamentale per non sprofondare».
LUCE RITROVATA - La svolta è arrivata quando la burrasca legale si è placata, permettendogli di riabbracciare il figlio dopo due lunghissimi anni di gelo. Un accordo che gli ha restituito l'anima e ha innescato una prepotente rinascita sportiva. «Il gol segnato contro la Juve Stabia è stato un chiaro segno del destino: due notti prima avevo finalmente potuto dormire di nuovo con il mio bambino. È un momento che porterò sempre nel cuore», ha raccontato commosso. Oggi l'attaccante sfoggia un fisico tirato a lucido, smaltendo i chili accumulati nei periodi di inattività e ritrovando la forma smagliante dei tempi bergamaschi, totalmente immune ai veleni del gossip che lo hanno spesso bersagliato in passato.
LA NUOVA SFIDA - Il presente si chiama Monza, un club che ha creduto fortemente nel suo rilancio. Grazie al lavoro sinergico con l'allenatore Bianco, il professor Tognaccini e la vicinanza del direttore sportivo Burdisso, la punta si è rigenerata, mettendo a referto già quattro reti in pochissimi scampoli di gara. «La società mi ha fatto sentire importante e io ho risposto allenandomi più di chiunque altro per pura voglia di riscatto», ha spiegato. Il campionato cadetto, tuttavia, nasconde insidie ben diverse rispetto a dieci anni fa. «Questa categoria oggi è meno fisica ma molto più giovane e imprevedibile. Noi abbiamo in rosa elementi abituati a palcoscenici superiori, ma la presunzione può essere letale. Serve un'umiltà feroce: se non corriamo e non lottiamo, rischiamo brutte figure, come abbiamo già sperimentato sulla nostra pelle».
Oggi Andrea Petagna è un uomo profondamente nuovo, forgiato dal dolore e spinto da una fame di vittorie che brucia ancora forte. La maturità raggiunta fuori dal campo è il vero trofeo di una carriera che ha ancora molto da dire: il ritorno in massima serie è il traguardo nel mirino, ma la partita più importante, quella guardandosi allo specchio, è già stata vinta con ritrovato orgoglio.
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