La sfida dei cervelli: l'eterno De Roon a caccia della storia sfida il faro Lobotka
La supersfida della New Balance Arena tra l'Atalanta e il Napoli non si giocherà soltanto sui nervi, sui muscoli o sulle fiammate degli attaccanti, ma vivrà di una sofisticata partita a scacchi nel cuore della mediana. I veri protagonisti occulti, le menti pensanti a cui Raffaele Palladino e Antonio Conte hanno consegnato in via esclusiva le chiavi delle rispettive fuoriserie, portano i nomi di Marten de Roon e Stanislav Lobotka. Due architetti del gioco, due leader silenziosi chiamati a dettare i tempi di un match che nasconde un peso specifico enorme in chiave europea.
IL RICHIAMO DELLA LEGGENDA - L'olandese continua a gettare acqua sul fuoco, preferendo da buon bergamasco d'adozione concentrarsi sulla sostanza del campo piuttosto che sulle celebrazioni personali. Eppure, il traguardo che si staglia nitido all'orizzonte ha i contorni del mito assoluto. Con quattrocentoventisette gettoni all'attivo, il capitano nerazzurro si trova a un passo dal totem Gianpaolo Bellini, fermo a quota quattrocentotrentacinque. Scendendo in campo questo pomeriggio, il distacco si assottiglierebbe ad appena sette lunghezze, avvicinando a grandi falcate un primato destinato a riscrivere la storia della società orobica.
L'HIGHLANDER DI PALLADINO - Il tempo sembra essersi letteralmente fermato per il mediano di Zwijndrecht, pronto a spegnere le trentacinque candeline il prossimo ventinove marzo con la freschezza di un debuttante. I numeri stagionali fotografano una tenuta atletica sbalorditiva: escludendo l'estremo difensore Marco Carnesecchi, è lui il giocatore di movimento più spremuto in assoluto, con oltre duemilacinquecento minuti trascorsi sul prato verde. È la vera estensione cerebrale dell'allenatore campano, l'uomo incaricato di smistare palloni, abbassare o alzare i ritmi e coprire le falle, specialmente in un pomeriggio in cui il fedele scudiero Ederson potrebbe dover tirare il fiato a causa di un leggero affaticamento.
L'ANIMA PARTENOPEA - Sull'altra sponda della barricata - approfondisce La Gazzetta dello Sport -, i campani si affidano ciecamente alle intuizioni del proprio impareggiabile metronomo. Immaginare la formazione azzurra privata delle geometrie dello slovacco è un esercizio quasi impossibile: quando c'è si sente, quando manca il vuoto si percepisce in maniera drammatica. È lui il fulcro nevralgico attorno a cui ruota l'intero ecosistema di gioco, un regista finissimo che aveva già toccato vette sublimi sotto la precedente gestione di Luciano Spalletti e di cui ora l'attuale tecnico salentino non riesce e non vuole proprio fare a meno.
LA DIGA E LA COMFORT ZONE - La sua funzione sul terreno di gioco è spaventosamente chirurgica. Agisce da diga frangiflutti davanti alla retroguardia nei momenti di sofferenza collettiva, per poi trasformarsi istantaneamente nel primo lucidissimo innesco per le transizioni offensive. Da sedici turni a questa parte, la luce è tornata a risplendere a centrocampo, rimettendo a posto la testa della squadra nei passaggi a vuoto. Giocare al suo fianco si è trasformato in una rassicurante garanzia: avere accanto un equilibratore simile permette all'intera mediana, da Elmas a tutti gli altri interpreti, di esprimersi avvolti in una totale e produttiva comfort zone.
Due cervelli a confronto, due filosofie calcistiche destinate a collidere nel catino di Bergamo. Chi tra l'olandese e lo slovacco riuscirà a imporre le proprie geometrie, consegnerà con ogni probabilità alla propria squadra le chiavi per scardinare la partita.
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