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ESCLUSIVA TA - Avv. Benedetto Maria Bonomo: "L'Atalanta è nota e rispettata in tutto il mondo. Bayern? È mancato il tempo per studiarli"
Oggi alle 00:20Primo Piano
di Claudia Esposito
per Tuttoatalanta.com

ESCLUSIVA TA - Avv. Benedetto Maria Bonomo: "L'Atalanta è nota e rispettata in tutto il mondo. Bayern? È mancato il tempo per studiarli"

L'opinionista tv analizza il momento: «I Percassi hanno fatto un capolavoro. In Champions non è finita, al ritorno sarà un'altra gara»

Avvocato penalista di grande prestigio, con una carriera che lo porta spesso a lavorare e viaggiare all’estero, oltre che noto opinionista televisivo, Benedetto Maria Bonomo osserva l’Atalanta da una prospettiva particolare: quella di chi frequenta contesti internazionali e può misurare direttamente quanto il Club nerazzurro sia ormai conosciuto e rispettato nel mondo. Con lui abbiamo analizzato la pesante sconfitta contro il Bayern Monaco, provando a capire cosa non ha funzionato e quali possono essere le chiavi di lettura di una serata così difficile. Lo sguardo, però, si allarga anche ai prossimi impegni, dalle prospettive per la gara di ritorno con i tedeschi alle sfide decisive che attendono l’Atalanta tra campionato e Coppa Italia.

IL RISPETTO INTERNAZIONALE E I MERITI DELLA SOCIETÀ

Benedetto, tu viaggi spesso all’estero per lavoro: com’è vista l’Atalanta?
«Oggi l’Atalanta è nota in tutto il mondo - sottolinea, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Settimana scorsa ero a Tbilisi e parlavo proprio di Atalanta con un irlandese. Ormai tutti la conoscono e soprattutto tutti le portano un rispetto straordinario».

Ma è sempre stato così?
«No e bisogna dirlo chiaramente. Diamo il merito a chi spetta. Il merito è della famiglia Percassi. Sono loro che hanno fatto fare il salto di qualità al Club. Da quando sono arrivati hanno fatto le scelte giuste: allenatori, dirigenti, investimenti. E alla fine la squadra ha funzionato. Secondo me sono stati il punto fermo che ha fatto sì che tutte le persone giuste si trovassero al posto giusto nel momento giusto. Questo è il vero merito della proprietà. Poi si può vincere o perdere, ma le fondamenta sono solide ed è quello che conta davvero».

Ma cosa si dice dell’Atalanta al di fuori dei confini nazionali?
«Il rispetto dell’Atalanta nasce da due cose: il gioco e i risultati. Aver vinto l’Europa League sicuramente le ha dato visibilità internazionale. Piace perché nasce come una Cenerentola: una squadra che parte da piccola e riesce a farsi vedere ad altissimo livello. All’inizio sembrava una di quelle squadre che fanno una stagione straordinaria e poi spariscono. Invece no. Ormai sono diversi anni che l’Atalanta è stabilmente lì, ad altissimo livello. Ci sono state grandi performance, piazzamenti importanti, partite straordinarie».

LA NOTTE DI MONACO E IL RITORNO

Anche se poi capitano serate come quella con il Bayern.
«Non dimentichiamo chi avevamo di fronte. Per capire che squadra è basta andare all’Allianz Arena di Monaco di Baviera. Un tempio del calcio. Per me il Bayern è una candidata seria a vincere la Champions League. È la squadra da battere. Hanno mostrato un gioco straordinario».

E l’Atalanta cosa ha mostrato?
«Io credo che l’Atalanta sia entrata con un piglio diverso rispetto alla partita persa con il Borussia Dortmund. Questa volta siamo partiti un po’ meglio: non abbiamo preso gol subito e per qualche minuto siamo rimasti in partita. La sensazione però è stata che, dopo un inizio discreto, la spinta si sia spenta. Nei primi cinque minuti temevo che ci castigassero subito, invece siamo rimasti in campo un po’ più a lungo, ma siamo durati 5 minuti. Poi sono venuti fuori loro. L’Atalanta non è riuscita minimamente a impensierirli. Basta guardare i numeri dei fondamentali: possesso palla, tiri, angoli. I dati raccontano chiaramente di una squadra che giocava e di un’altra che si limitava a difendersi, senza riuscire a capire minimamente come mettere in difficoltà l’avversario. Esattamente come nella prima gara con il Borussia Dortmund: lì siamo durati meno, ieri un po’ di più. Il livello dell’avversario è ovviamente diverso, ma secondo me una differenza così profonda è dovuta solo al fatto che l’Atalanta non ha capito bene come interpretare la partita. Non dico che al ritorno possa esserci una rimonta, ma sono convinto che non vedremo più una partita così. Giocheremo in casa loro, ma secondo me faremo meglio. Potremmo anche pareggiare o addirittura vincere se interpretassimo la gara nel modo giusto. Io credo anche che a un certo punto sia successo qualcosa a livello psicologico. Loro erano bravissimi, ma noi semplicemente non c’eravamo. E poi non dimentichiamo che ci mancavano quattro giocatori importanti. Quando giochi contro il top europeo devi avere tutta la squadra al massimo livello. È vero che l’Atalanta ha dimostrato di essere molto camaleontica e spesso riesce a fare grandi partite nonostante qualche assenza, ma ieri la mancanza di quei quattro giocatori si è sentita».

Quindi dobbiamo sperare in qualche recupero per la partita di ritorno?
«Se al ritorno qualcuno di loro dovesse recuperare, la partita potrebbe andare diversamente. Certo, pensare a una rimonta è fantascienza. Se parlo con la testa dello sportivo direi che è impossibile. Ma se parlo con il cuore del tifoso allora tutto diventa possibile. Ma il cuore del tifoso non ragiona: è pura sregolatezza».

L'ANALISI TATTICA E L'ATTEGGIAMENTO

Dello schieramento tattico cosa ne pensi?
«Secondo me, più che lo schieramento, il problema è stato un altro: non abbiamo proprio capito fino in fondo come interpretare la gara. Non c’è stato il tempo sufficiente per studiare bene l’avversario. Noi giochiamo continuamente. Ogni mercoledì siamo in campo. Non riposiamo mai. Questo pesa tantissimo. Arrivavamo da un’impresa straordinaria con il Borussia, con la Lazio e ancora un’altra grande partita con l’Udinese. E poi subito sotto a preparare una gara di livello altissimo. Ricordiamoci sia chi avevamo davanti, sia da dove arriviamo. Già essere arrivati qui, a questo livello, è qualcosa di straordinario. Palladino l'ha detto chiaramente: non hanno avuto il tempo di studiarli abbastanza e questa era una partita che meritava uno studio approfondito perché di fronte c’erano i numeri uno. Invece, nel frattempo, si dovevano preparare anche tutte le altre gare e questo ci ha penalizzato moltissimo. Quindi sono convinto che al ritorno la partita sarà diversa, un po’ com'è successo con il Borussia».

Mister Palladino si è arrabbiato parecchio quando in conferenza stampa gli hanno fatto notare che la squadra ha un po’ mollato in campionato. Tu cosa ne pensi?
«Non sono stato un atleta professionista, ma da giovane ho praticato tutti gli sport a livello agonistico e posso dire con certezza che nello sport non esiste un atleta che scenda in campo per non vincere. Nemmeno se è la partita della parrocchia o una gara di beneficenza. Se non vai in campo per vincere, allora non sei uno sportivo. Si possono fare calcoli e strategie, ma i giocatori non le seguono perché nessuno entra in campo pensando di non vincere. Gli impegni possono incidere sulla prestazione, sulla brillantezza, sulla capacità di incidere nella partita, ma che qualcuno pensi davvero di mollare una gara per conservarsi per un’altra no. Anche perché il calcio insegna che nessuna partita va data per scontata. Ti faccio un esempio personale. Una volta partecipai a una 24 ore di nuoto. Nella squadra avversaria c’era anche un ragazzino di dodici anni. Io ne avevo 25. Quel bambino non stava in acqua per perdere. Le prime tre vasche mi ha fatto sputare sangue, ma io non l’ho fatto vincere. Lui non mi ha regalato niente e io non ho regalato niente a lui. Non esiste nello sport una cosa del genere. Per questo dico che è difficile gestire il cuore degli sportivi. Loro entrano sempre in campo per vincere. Vogliono dimostrare di essere i migliori, vogliono fare bella figura. A volte esagerano, tengono troppo la palla, non la passano perché vogliono strafare, ma l’idea che vogliano fare qualcosa di meno non esiste. Quelli che arrivano a quel livello sono persone che non mollano mai. Se mollano è perché fisicamente o mentalmente è successo qualcosa, ma altrimenti tirano finché possono. Sarebbe stato un po’ come chiedere a Pavarotti di cantare stonato. Gli atleti sono i Pavarotti dello sport. Nessuno molla».

Chi non ha mollato con il Bayern è stato il pubblico, che ha dato una lezione di calcio a tutta Europa.
«Però qui parliamo di qualcosa che è quasi scontato, perché questo pubblico non molla mai. Non mollava nemmeno quando eravamo in Serie B o in C, neanche nei momenti difficili. Se c’è un valore aggiunto dell’Atalanta è proprio questo: un pubblico che non smette mai di stupire. È una cosa bellissima. Io credo che qualche professionista quando deve decidere se andare via da Bergamo o venire a Bergamo, si ponga anche questo tema. Non me ne vado perché un pubblico così non lo trovo più o, al contrario, vado a Bergamo per quel pubblico, che ti vede come un eroe e ti sostiene all’infinito. Con il Bayern i tifosi sono stati commoventi, ma lo erano anche in Serie B o quando li trovi in quattro in qualche trasferta sperduta, a gridare dall’inizio alla fine. Girano l’Europa per stare vicino alla squadra. È qualcosa di spettacolare che abbiamo noi e soltanto noi».

GLI OBIETTIVI E LE SFIDE FUTURE

A proposito d’impegni, nella Coppa Italia vedi l’Atalanta favorita sulla Lazio?
«Io sono abbastanza ottimista. Forse all’andata ci aspettavamo tutti qualcosa in più, ma Roma è Roma. Portare a casa un pareggio in quello stadio non è semplice. E poi la Lazio si gioca in 180 minuti gran parte della stagione, perché la Coppa Italia è l’occasione più concreta che ha per andare in Europa. Però penso che l’Atalanta abbia qualcosa in più e debba provare a far valere questa forza al ritorno».

E sabato con l’Inter?
«Il punto è sempre lo stesso: nessuno entra in campo per perdere. L’Atalanta andrà a giocarsela per vincere. Farà l’impossibile. Molto dipenderà dallo schema tattico, dallo stato di salute della squadra e dalla completezza della rosa. L’Inter è una squadra fortissima, però il Milan ha dimostrato che si può battere. Certo, parliamo di un’altra squadra in crescita, ma non è un’impresa impossibile. La fame del tifoso porta sempre a volere la super prestazione, ma ogni tanto bisogna anche sapersi accontentare».

La soluzione Scamacca-Krstovic insieme ti piace?
«A me piace molto. Ogni volta che si prova qualcosa di nuovo, se non funziona subito partono le critiche. Però secondo me è una soluzione che può funzionare e ha anche già cominciato a farlo. È sempre stata la forza dell’Atalanta quella di sperimentare, provare soluzioni diverse, cambiare, rimescolare le carte e poi magari accorgersi che a volte funziona anche tornare ai vecchi schemi: l’imprevedibilità, la capacità di cambiare assetto, ruotare i giocatori e comunque portare a casa risultati straordinariamente positivi. Perché al di là della sconfitta con il Bayern stiamo disputando un girone di ritorno straordinario. La rimonta col Borussia è già entrata nella storia. È vero, abbiamo preso sei gol che fanno male, però dall’altra parte c’era una squadra fortissima e a noi mancavano quattro giocatori importanti. Per questo io confido molto nella partita di ritorno. Abbiamo una squadra importante. E aggiungo: quanto è bello essere bergamaschi e quanto è bello essere atalantini».

E quanto sarebbe bello qualificarsi ancora in Champions?
«Non è detto che sia finita. Il campionato può riservarci ancora sorprese e la squadra non sta andando male, anche se non ha sempre portato a casa i tre punti».

UNA PASSIONE SENZA CONFINI

Ma tu quando sei diventato atalantino? Lo sei da sempre?
«Il mio amore per l’Atalanta nasce quasi per colpa di alcuni giornalisti che mi hanno trascinato dentro questo mondo. In passato non ero così appassionato di calcio. Seguivo molto di più altri sport, ma piano piano mi sono avvicinato sempre di più al calcio e all’Atalanta. È stato quasi un amore "educato"».

E ti piace essere atalantino?
«Sì, assolutamente. Adesso vado in giro per il mondo raccontandolo. Cinque anni fa ero neutrale. Oggi sono un tifoso sfegatato e parlo di Atalanta ovunque. In tutto il mondo. Una volta ho perfino avuto una discussione in un hotel a Marrakech con alcuni arabi proprio sull’Atalanta. Come dicevo, ormai la conoscono ovunque e di certo la sconfitta con il Bayern non cambia niente. Tutte le grandi squadre hanno avuto serate difficili in Europa e quindi continuerò ad andare in giro orgoglioso della mia Atalanta. Nessuno dirà mai che non è una grande squadra perché ha perso con il Bayern. Con le grandissime ci può stare. Sono però contento che sia arrivato il gol della bandiera, che per me era fondamentale».

Lo ha siglato Pasalic, ancora una volta.
«È sempre una risorsa. Io lo considero uno di quei giocatori straordinari che fanno sempre la differenza, anche quando non giocano. Anche nello spogliatoio è un uomo importante. Io sono uno di quelli che, quando non è in campo, spinge sempre perché venga messo dentro. So che non è più un ragazzino e che le scelte spettano all’allenatore che vede i giocatori tutti i giorni in settimana. Ma io Pasalic lo vorrei sempre».

Nelle parole di Bonomo convivono lucidità e passione: la consapevolezza del livello straordinario degli avversari europei e, allo stesso tempo, la fiducia in una squadra che negli ultimi anni ha costruito basi solide e un’identità riconoscibile. Dalla trasferta di Monaco alle prossime sfide decisive, il percorso dell’Atalanta resta aperto a ogni scenario. Con una certezza che, secondo l’avvocato bergamasco, oggi è condivisa anche fuori dai confini italiani: l’Atalanta è una realtà rispettata nel calcio internazionale e continua a giocarsi le sue carte con orgoglio.

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