ESCLUSIVA TA - Marcello Ginami, le mille panchine e il cuore della Dea
Domenica, con l’Hellas Verona, sono state 1.030 panchine nerazzurre. Marcello Ginami non è un volto da copertina, ma è una presenza costante, silenziosa e fondamentale dentro lo spogliatoio nerazzurro da oltre venticinque anni. Fisioterapista della prima squadra, ha attraversato epoche, allenatori e generazioni diverse, diventando un punto di riferimento umano prima ancora che professionale. Intervenuto venerdì sera alla sala civica di Sotto il Monte durante la presentazione del libro «Solo Atalanta. 90’. Tante vite» di Dino Nikpalj e Andrea Riscassi, voluta dal Comune di Sotto il Monte in collaborazione con il Club Amici Atalanta Achille & Cesare Bortolotti di Sotto il Monte, Ginami si è raccontato tra ricordi, emozioni e il significato di vivere la Dea da dentro, lontano dai riflettori, ma nel cuore del gruppo. Ecco quanto evidenziato e raccolto da TuttoAtalanta.com
LE ORIGINI E IL RUOLO NELLO SPOGLIATOIO
Come nasce la storia di Marcello Ginami con l'Atalanta? Tu eri tifoso atalantino?
«Quella personale inizia come quella di tanti, da bambino. La prima partita che ho visto allo stadio è stata Atalanta-Foggia, 1-2, nell’aprile 1978. Era stata rinviata e rigiocata di mercoledì e così ero potuto andare. L’Atalanta in quella stagione, però, è retrocessa e per sei anni, dai miei 6 fino ai 12, non è più stata nella massima serie. Io ero atalantino, ma andavo a scuola e tutti i miei amici tifavano una squadra di Serie A. Allora, sulla scia di qualcuno in famiglia, ho iniziato a tifare Inter. Destino vuole che poi, quando l’Atalanta è tornata in A, la prima di campionato abbia messo di fronte proprio Atalanta e Inter. La mia storia professionale, invece, è iniziata nel 2001. Lavoravo a Bergamo, al centro Don Orione, e l’allora medico dell'Atalanta, il dottor Polini, ha cominciato a portare qualche giocatore per fare qualche terapia e dopo un po’ mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto entrare nello staff nerazzurro. Per un paio di anni mi sono diviso tra le due attività e dal 2003 sono passato a tempo pieno all’Atalanta».
Nel libro «Solo Atalanta. 90’. Tante vite», gli autori Dino Nikpalj e Andrea Riscassi ti dedicano una storia e ti descrivono come «custode di una normalità che tiene insieme il gruppo anche nei momenti di tempesta». Cosa vuol dire essere fisioterapista all'interno dell'Atalanta? Ti riconosci in queste parole?
«Io li ringrazio e condivido queste parole con tutto il mio staff. Io sono un po’ il punto di unione tra gli staff che si sono succeduti negli anni. Intorno a me sono cambiate un po’ di persone, ma è un lavoro che si fa tutti insieme. È vero che, forse nei momenti difficili, la mia presenza diventa più importante. Andare tutti d’accordo quando le cose vanno bene è facile. Quando si vince, tutti siamo contenti, mentre quando si perde una partita importante, una gara in cui si era convinti di fare risultato pieno o una finale, bisogna capire qual è il momento per parlare o farne a meno. Il mio lavoro devo farlo comunque, ma magari si tratta di essere più comprensivi e decidere, magari, anche di rimandare la valutazione fisica del giocatore al mattino dopo. Può capitare, un po’ come accade in qualunque lavoro. Ognuno di noi, qualunque sia il suo impiego, deve saper leggere i momenti».
Tu hai sentito in tutti questi anni l'affetto del popolo nerazzurro?
«Io sapevo di aver raggiunto le 1000 partite perché c’è una persona che me le conta e me l’aveva detto. Gli avevo chiesto di tenerlo per sé perché immaginavo che la notizia poi sarebbe circolata e io non sono uno che ama essere al centro dell’attenzione. È andata diversamente, ma ammetto che mi ha fatto molto piacere. Sono umano anch'io».
LA MAGLIA DI VALENCIA E L'EMOZIONE DELLE NOTTI EUROPEE
Sei anche l’artefice della frase «Bergamo questa è per te. Mola mia» scritta sulla maglia sollevata dai giocatori a Valencia la sera del 10 marzo 2020, quando l’Atalanta ha vinto 4-3 e si è qualificata ai quarti di Champions…
«È stata una partita particolare. Non sapevamo se, al nostro ritorno in Italia, avremmo potuto continuare a giocare. Probabilmente molti di noi erano a casa, circondati da persone che non stavano nemmeno bene. Tutti avevamo qualche parente malato di Covid. Vincere agli ottavi di finale di Champions League e accedere ai quarti sarebbe stata roba da uscire di casa finita la partita per festeggiare e rientrare la mattina seguente, invece ognuno l’ha fatto per conto suo, in casa e molto probabilmente sperando che non succedesse nient'altro di male. L’atmosfera era strana. Tra l'altro, mentre noi ci trovavamo a fare già i conti con le sue tragiche conseguenze, in Spagna il Covid era considerato ancora una banale influenza. A Valencia erano i giorni della festa patronale. La gente era ammassata. Noi, invece, eravamo arrivati con le mascherine. Ci guardavano come facevamo noi con i giapponesi e le loro mascherine nel metrò tanti anni fa. Abbiamo giocato la partita a porte chiuse. Poi è diventato normale, ma all’inizio era stata una novità, in uno stadio dove sentivi l'eco di tutte le urla. Stranissimo. Avevamo vinto 4-1 all’andata e, a Valencia, a fine primo tempo eravamo sul 2-1. Avevo la sensazione che ormai la pratica fosse archiviata e non so cosa mi è scattato, ma ho preso una maglia bianca e col pennarello che utilizziamo per scrivere i numeri dei giocatori su bottiglie e borracce, ho scritto quella frase. L’ho messa in borsa e non ci ho più pensato fino a fine partita. Non sapevo esattamente cosa ne avrei fatto, ma ho raggiunto i giocatori riuniti in mezzo al campo per salutare, idealmente, i tifosi, che non erano potuti essere presenti. Erano a favore di telecamera e ho dato loro la maglia. Non ricordo se a Gosens o al Papu. Loro non ne sapevano nulla, tanto che prima di mostrarla, si sono assicurati di quello che avevo scritto. Molti erano stranieri e mi hanno chiesto di tradurre la scritta dal dialetto in italiano. Poi la maglia è stata inquadrata ed è andata com’è andata».
Quella scritta è diventata il simbolo di resistenza e solidarietà della nostra città che, grazie anche all’Atalanta, ora è conosciuta ovunque. Ci sono stadi, al di là delle vittorie più note, che ti hanno emozionato in modo particolare?
«Giocare a Marsiglia ha sempre un sapore particolare. I tifosi fanno talmente rumore che, in panchina, non riusciamo nemmeno a sentirci. Non sono mai stato in Turchia, ma credo che solo lì si possa trovare un ambiente simile».
E qualche coreografia della Curva che ti è rimasta particolarmente impressa? Dal campo l’impatto sarà ancora più emozionante.
«Ce ne sono state tante. Tutte belle ed emozionanti, ma quello che in questi anni mi ha colpito tantissimo è l’urlo finale sull’inno della Champions, la sera, nelle notti europee, con lo stadio pieno. Le squadre si schierano, parte la musica e tutto lo stadio alla fine urla “The Champions”. Sembra che cada lo stadio. Lo aspetto proprio quel momento. Mi fermo. Chiudo gli occhi e me lo godo. Come mi ha toccato molto dopo il 6-1 con il Bayern, sentire i tifosi cantare “Atalanta, Atalanta mia mia” con la squadra sotto la Curva a ricevere i loro applausi. Io rientro subito negli spogliatoi a fine partita perché è giusto che prendano gli applausi i giocatori. Li aspetto nello spogliatoio, ma quella sera mi sono fermato in campo per assistere a quel momento. Ed è stato bellissimo».
A proposito del 6-1: abbiamo visto giocatori commossi, un po’ perché era l’addio alla Champions, un po’ perché essere applauditi dopo una sconfitta così pesante non capita tutti i giorni.
«Non capita mai, ma per com'è andata la partita e conoscendo la gente di Bergamo, io mi aspettavo potesse reagire così. Oltre al legame con la squadra, i tifosi hanno dimostrato anche intelligenza riconoscendo il valore di un avversario davvero fortissimo. Una volta si diceva che sul 3-0 era il caso di fermarsi per rispetto nei confronti dell’avversario. Io credo che, invece, sia umiliante. Bisogna continuare a giocare e se c’è la possibilità di fare gol, anche a segnare. Non dimentichiamoci che con Gasperini, negli anni l’Atalanta ha rifilato goleade mica da ridere. Penso all’8-2 con la Salernitana, 7-2 con il Lecce, il 6-2 all’Udinese o il 7-0 al Torino. E sono certo che nessuno dei nostri tifosi abbia pensato a far meno male all’avversario. Che, sicuramente, si sarà allenato tutta settimana per fare bene».
Hai un aneddoto da raccontare?
«Riguarda sempre la partita di Valencia. Avevamo vinto una partita importante. Una vittoria storica, ma Bergamo era una città ferita quindi, dopo aver consegnato la maglia, ho lasciato il campo. Non sono rimasto. C’è un’immagine televisiva che mi ritrae proprio di schiena mentre lascio il terreno di gioco. Solo mia mamma se n’è accorta. Me l’ha detto il giorno dopo al telefono. Se ci penso, mi emoziono ancora».
GASPERINI E LA COPPA ITALIA
A proposito di emozioni. Hai avuto modo di sentire Gasperini prima o dopo il suo ritorno a Bergamo con la Roma? Si aspettava un’accoglienza diversa?
«Non l’ho sentito, né prima, né dopo. L’ho salutato il giorno stesso. Non sono abituato a entrare in queste dinamiche».
Personalmente, che tipo di accoglienza ti aspettavi da parte dei tifosi?
«Per com’è avvenuto l’addio, mi aspettavo qualche fischio, ma la maggior parte della gente presente ha voluto comunque applaudirlo e riconoscergli quanto ha fatto dal punto di vista tecnico per l’Atalanta. È stato definito il più grande allenatore della storia nerazzurra. Del resto, negli anni in cui giocavamo con il Cittadella mai mi sarei aspettato di trovarci, un giorno, a giocare con il Bayern. Quando la vedevo in tv, nemmeno pensavo potesse esistere una squadra così. Pensavo fosse una cosa inventata. Gasperini non aveva un carattere facile? Io credo che faccia anche un po’ parte del mestiere. Non conosco allenatori di successo dal carattere docile. Vedi Capello, Sacchi o Trapattoni, solo per fare dei nomi. Ma non riguarda solo il calcio. Io ammiro tantissimo Julio Velasco, ma chiedete ai suoi giocatori com’è averci a che fare. Gasperini era così. Negli ultimi tempi c’è stato qualche alto e basso in più dal punto di vista comunicativo, ma in fondo anche negli anni precedenti era successo, solo che poi lui restava e tutto finiva nel dimenticatoio. È rimasto a Bergamo 9 anni. Per un allenatore sono tantissimi. Quanti ce ne sono così? È vero che qualcuno ha esultato quando nei giorni scorsi la Roma è stata eliminata dall’Europa League dal Bologna, ma era più per lui o per la Roma stessa? Secondo me se lui avesse allenato il Genoa e i rossoblù fossero stati eliminati, non avrebbero esultato allo stesso modo. È più una questione di rivalità storiche».
A proposito di competizioni: ci restituisci qualche sensazione sulla Coppa Italia?
«Arrivare in finale di Coppa significherebbe, molto presumibilmente, giocare contro una squadra già qualificata in Europa e quindi staccare a nostra volta il pass. Andare in Champions quest’anno è difficile. Non basta la nostra rimonta. Dobbiamo anche sperare nei passi falsi degli altri, ma tutti ci teniamo ad andare in Europa. Qualcuno storce il naso sulla Conference. Io, invece, non dimentico dove eravamo anni fa. Ci siamo abituati troppo bene. Arrivare in finale in Coppa Italia, comunque, è sempre bellissimo. Si gioca a Roma, metà stadio a testa, con l’inno italiano. Il clima è particolare. All’Atalanta ci sono giocatori che non hanno mai giocato una finale di Coppa Italia. Farebbe piacere a tutti. Io preferirei giocare con l’Inter: è più forte, ma mi darebbe fastidio perdere la finale con il Como. Ne ho già perse tre per vari motivi. Proviamo la quarta. L’ultima, con la Juventus, eravamo convinti di vincerla dopo l’impressionante marcia dei tre mesi precedenti. La Juve, invece, era in crisi, ma è andata com’è andata. Forse è stato quello che ci ha fatto vincere a Dublino, che con il senno di poi è meglio, ma dopo aver perso la finale di Coppa Italia e dovendo giocarci la finale di Europa League contro una squadra che non perdeva mai, mi ero rassegnato al fatto che qualcuno nella vita è destinato a non vincere un trofeo. Non è una vergogna. Si può vivere benissimo lo stesso. E invece queste storie di sport portano anche sorprese».
Per chiudere: chi è il giocatore più forte dei tuoi 25 anni in nerazzurro e quello a cui ti senti più affine?
«Il più forte Muriel, proprio per quello che sapeva fare col pallone tra i piedi. Per il resto, ho avuto un rapporto bello, ma professionale con tutti, com’è giusto che sia. Quando sono arrivato, i giocatori avevano più o meno la mia età. Ora potrebbero essere i miei figli. Quello che mi sento di dire è che ammiro molto Mario Pasalic. È come m’immagino potrei essere stato io se avessi giocato a calcio per serietà, impegno, per la persona che è anche fuori dal campo».
Senza mai cercare spazio sotto i riflettori, Marcello Ginami continua a rappresentare quell’anima nascosta, ma indispensabile dell’Atalanta. Dalle oltre 1000 panchine alle notti europee, passando per traguardi storici, il suo percorso racconta cosa significhi davvero appartenere a un Club. Una presenza discreta, sempre al posto giusto nel momento giusto, capace di leggere le situazioni e tenere unito il gruppo anche nei passaggi più delicati. Perché, come dimostra la sua storia, l’Atalanta non è fatta solo di chi segna o decide le partite, ma anche di chi lavora ogni giorno dietro le quinte, contribuendo in silenzio a costruirne il cammino.
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