Il blackout della Dea è servito: zero gol, crisi tattica e un pareggio fantasma contro il Genoa che fa scattare l'allarme
Il buio sembra essere calato improvvisamente sul gioco e sulle certezze dell'Atalanta. Il pareggio a reti bianche strappato a fatica contro un Genoa già ampiamente salvo non è solo un semplice rallentamento, ma la spia rossa lampeggiante di un motore tecnico e mentale che al momento gira malinconicamente a vuoto in un finale di stagione da brividi.
IL CAMPANELLO D'ALLARME E L'ASSIST INTERISTA - Il punticino mosso in classifica serve a malapena a blindare una settima piazza dal sapore agrodolce, costringendo di fatto l'ambiente a vestire i panni dei tifosi nerazzurri milanesi in vista della finale di Coppa Italia del prossimo 13 maggio per sperare nel pass europeo. I numeri recenti della formazione guidata da Raffaele Palladino sono impietosi e fotografano una flessione profondissima: due soli punti raccolti nelle ultime quattro uscite, di cui due totalmente a secco di reti. Un digiuno di successi così prolungato rappresenta un inedito assoluto per l'allenatore, la cui squadra nelle ultime tredici apparizioni ha saputo imporsi solamente contro formazioni in lotta per non retrocedere, collezionando ben sei pesantissime sconfitte. La scusante della sfortuna o della flessione nervosa non regge più di fronte a una rosa costruita dalla proprietà per dominare ben altri palcoscenici.
L'EQUIVOCO DEL DOPPIO BOMBER E LA MANOVRA INCEPPATA - A far discutere ferocemente è soprattutto l'involuzione dello scacchiere tattico. L'inedita e curiosa mossa di schierare contemporaneamente dal primo minuto Gianluca Scamacca e Nikola Krstovic si è rivelata un boomerang. Il montenegrino, costretto ad agire decentrato sulla corsia di sinistra, è finito per impantanarsi costantemente contro la morsa stringente di Alessandro Marcandalli. L'assenza di movimenti complementari e di tagli in profondità ha appiattito inesorabilmente la manovra orobica, tanto che già dopo dieci giri di lancette Giacomo Raspadori è stato mandato a scaldarsi, per poi entrare nella ripresa. Resta il lecito e spontaneo dubbio sul perché non si sia optato per un assetto più razionale, magari posizionando Charles De Ketelaere come trequartista puro alle spalle delle punte per garantire l'imprevedibilità perduta.
IL MURO ROSSOBLÙ E I LEGNI STREGATI - Dall'altra parte della barricata, gli ospiti hanno sfoderato una prestazione solida e rabbiosa, interpretando alla perfezione quel calcio «ignorante» e di sostanza esplicitamente richiesto dal loro condottiero Daniele De Rossi. – come sottolinea La Gazzetta dello Sport – l'encomiabile sacrificio in fase di ripiegamento e transizione di attaccanti come Vitinha e Lorenzo Colombo ha permesso ai liguri di dominare sistematicamente sulle seconde palle. Nel primo tempo la retroguardia bergamasca ha persino tremato, salvandosi solo grazie agli interventi provvidenziali in extremis di Berat Djimsiti e Giorgio Scalvini sulle folate offensive avversarie. Nella ripresa, l'arrembaggio dei padroni di casa ha prodotto fiammate estemporanee ma inefficaci: l'errore di tempismo del giovane Pietro Ahanor a tu per tu con la porta, il doppio miracolo di Justin Bijlow sulle conclusioni di Ederson e di Krstovic, fino al disperato urlo strozzato in gola dalla clamorosa traversa colpita dal neoentrato Raspadori.
IL PLAUSO DEL PUBBLICO E L'EROISMO LIGURE - Il forcing finale non ha scalfito l'organizzata resistenza del Grifone, rinvigorito dagli innesti di Ruslan Malinovskyi e Junior Messias, con quest'ultimo rimasto stoicamente in campo stringendo i denti nonostante uno strappo muscolare che ha di fatto ridotto la squadra in dieci uomini. Un punto d'oro e ampiamente meritato per la coraggiosa truppa ligure. A fine gara, l'unica vera nota lieta in casa orobica è stata l'incessante e commovente applauso del pubblico della New Balance Arena, l'autentico fuoriclasse di una serata avara di calcio e ricca di nubi all'orizzonte.
Il tempo delle prove è esaurito: per non trasformare un'annata dalle grandi premesse in una triste e anonima agonia sportiva, serve ritrovare immediatamente le geometrie, l'anima e quella proverbiale ferocia che un tempo esaltava Bergamo.
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