Grazie Vanoli, ma adesso è l'ora di far prevalere quell'1%. Paratici ha testa solo per la Fiorentina: la sua rivoluzione copernicana è partita
Partiamo da un presupposto, che dovrebbe essere alla base di qualsiasi società di calcio: se tu credi in un allenatore che ha il contratto in scadenza, non aspetti la fine dell’anno per riconfermalo ma gli dai forza - agli occhi di spogliatoio e piazza - ben prima che termini la stagione per metterlo al riparo da voci e illazioni. Così aveva deciso di fare un anno fa la Fiorentina con Palladino (rinnovandogli il contratto, salvo poi dover accettare le dimissioni del tecnico un mese dopo), così oggi non ha scelto di fare - legittimamente - la società viola con Paolo Vanoli. Perché? Perché, molto probabilmente, il club non solo non è convinto a pieno di proseguire con l’attuale allenatore nella prossima stagione ma soprattutto non lo è il direttore sportivo Paratici, che a dispetto di alcune voci circolate nelle ultime ore è focalizzato mente e corpo sulla costruzione della Viola della prossima stagione (ma di questo parleremo dopo).
Tutta Firenze deve essere grata a Vanoli per il lavoro svolto: raccogliere una squadra a quota 4 punti e portarla alla salvezza a tre giornate dal termine (con una media-punti quasi da Europa) è stata una vera impresa grazie alla quale il voto che a fine anno dovrà essere dato al tecnico, al netto di come sono state gestite Coppa Italia e Conference, non può essere lontano dal 7 in pagella (almeno, per come la vediamo noi). Certo è che per tanti motivi (l’elenco sarebbe lungo), pensare di ripartire l’anno prossimo con l’attuale tecnico non sarebbe una prospettiva affascinante e la disfatta di lunedì a Roma ha alimentato ulteriormente dubbi e riflessioni (anche dentro alla società). Com’è possibile che all’Olimpico la Fiorentina abbia preso il 14° gol su calcio piazzato? Com’è possibile sentir dire da uno dei leader tecnici della squadra - Nicolò Fagioli - “In questa stagione possiamo vincere e perdere contro chiunque”? Parole, peraltro, arrivate a pochi giorni di distanza dalla frase “Qui c’è una base da cui ripartire” pronunciata proprio da Vanoli. Se un gruppo in sette mesi di gestione tecnica commette sempre gli stessi errori e confessa di non essere riuscita a migliorare le sue fragilità emotive, la sensazione è che la base da cui ripartire sia davvero mediocre. E che anche il manico attuale (l’allenatore) non sia forse la figura più adatta.
Dunque, pur rispettando l’opinione di chi asseriva che Vanoli un mese fa fosse a un passo dalla sua conferma (si era parlato addirittura di un 99% di chances che il tecnico fosse confermato), la speranza di buona parte di Firenze oggi - ma anche di chi vi scrive, francamente - è che quell’1% di possibilità che la rivoluzione tecnica riguardi anche la panchina possa presto diventare la maggioranza assoluta. Per far venire chi, vi starete domandando? Su FirenzeViola da mesi vi abbiamo tracciato l’identikit del nuovo allenatore e ci sentiamo di ribadirlo: un uomo con idee moderne e propositive (duttile tatticamente), che dovrà essere essere pronto a un confronto costruttivo con la dirigenza (Paratici è una figura a cui piace entrare nella vita di spogliatoio. E, visti i risultati da febbraio a oggi, male non fa…) e deciso a prendersi qualche rischio nel lavorare coi giovani. In tal senso, Fabio Grosso resta in pole position.
Chiusura proprio con Fabio Paratici, sul cui futuro si sono addensate nelle ultime settimane alcune nubi. È vero, verissimo, la Roma lo ha cercato. E come la Roma anche altre società. E - udite udite - anche altri club lo faranno da qui a settembre. Ma lui, al momento, pensa solo e soltanto alla Fiorentina e a tutto il mondo viola. Un esempio più efficace di altri? La probabile nomina di Paolo Morganti come gestore plenipotenziario del Viola Park è una notizia che deve dare la dimensione di quanto capillari siano diventati oggi il peso specifico e l’operatività del ds nel pianeta Fiorentina. L’arrivo di un suo uomo di fiducia (i due hanno lavorato svariati anni alla Juve) con un curriculum a cinque stelle a capo della creatura prediletta della famiglia Commisso ha il sapore quasi di una rivoluzione copernicana rispetto a quelli che sono stati i metodi di gestione fino ad oggi del club (dove ha spesso prevalso la curiosa logica dell’“effetto domino” - ovvero nomine interne di comodo - quando sono venute a mancare in questi anni figure di riferimento, tanto in dirigenza quanto in moltissimi altri ambiti). Affidiamoci, dunque, a Paratici, nella speranza che gli venga concesso tutto lo spazio necessario per lavorare. Perché, dopo la Roma, altre realtà (magari molto più ambiziose) potrebbero essere in agguato sul suo conto.






