Quattro ottime notizie e due preoccupazioni
E’ stata una liberazione vedere l’Inter giocare in scioltezza come nel secondo tempo con la Roma.
Il risultato è fondamentale ma non si sarebbe palesato nuovamente l’ottimismo se non ci fosse stata la prestazione rassicurante della squadra.
E che l’Inter fosse ostaggio di una prigione mentale lo dimostrano i trenta minuti del primo tempo, durante i quali la Roma aveva l’iniziativa e tentava la strada del pareggio, con la complicità di una squadra troppo schiacciata nella propria metacampo.
Era palese che, ancora una volta, gli spettri fossero in maggior numero rispetto alle ambizioni.
Il primo quarto d’ora Barella, Thuram, Lautaro e compagni, erano entrati in campo come molle ed andavano su tutti i contrasti con energia, riuscendo a creare il vantaggio e altre opportunità.
Superata l’euforia, la Roma ha avuto la possibilità di trovare spazi e occasioni, per colpa di un atteggiamento collettivo che sembrava aver già esaurito l’euforia.
Non a caso i giallorossi avevano impegnato Sommer prima e trovato la rete del pareggio poi.
In quel momento a San Siro era sceso il gelo.
Facciamo un passo indietro.
La società aveva annusato la situazione. C’erano ben cinque giocatori italiani reduci da un’eliminazione imbarazzante con la Bosnia, un giocatore nel peggior momento della carriera (Bastoni), uno che aveva sbagliato il rigore più importante che avesse mai tirato (Pio Esposito), più Zielinski, eliminato anch’esso nel play off per andare ai mondiali. Così il club ha preparato una coreografia lasciando cartoncini colorati sulle tribune e una coreografia che rievocava, per chi c’era, il primo maxi striscione (sponsorizzato) esibito dalla curva nord negli anni 80.
Il gol di Calhanoglu ha riallineato i pianeti per la bellezza, l’importanza e la subitaneità del gesto.
E’ stato così improvviso e carico di significato da svegliare come uno schiaffo tutta la squadra.
Di fatto è il gol più importante della stagione fino ad oggi.
Al rientro negli spogliatoi chi era allo stadio ha notato come Kolarov, Palombo e tutto lo staff, sia scattato in piedi per andare ad abbracciare e incoraggiare i giocatori.
Al rientro la squadra era leggera, sinergica, convinta, come non si vedeva da tempo.
Oggi sappiamo che il Napoli è l’ultimo ostacolo tra l’Inter e lo scudetto.
C’è ragione di credere, considerando lo stato di forma, l’entusiasmo per aver battuto il Milan senza Hojlund ma avendo recuperato tutti gli infortunati, che la squadra di Conte le vincerà tutte, con l’unica sfida equlibrata che avrà in casa del Como. La prossima settimana andrà a Parma, poi Lazio, Cremonese, appunto il Como, Bologna, Pisa e Udinese in casa.
L’Inter, per non rischiare, ha bisogno di fare 15 punti tra Como, Cagliari, Torino, Parma, Lazio, Verona e Bologna al Dall’Ara (con tutti i brutti ricordi che si porta appresso).
Rinfranca non solo il rientro di Lautaro, con la sua personalità e i movimenti che migliorano la squadra ma anche e soprattutto Thuram. Il francese con la Roma ha creato i presupposti e fatto due assist per la doppietta del capitano, ha realizzato di testa la rete del 4-1 e collezionato altre due palle gol.
Anche Barella, bocciato da pagelle rancorose con la Nazionale, aveva giocato invece piuttosto bene e con l’Inter sabato ha confermato il recupero ad alti livelli.
Con Dumfries bisogna avere più pazienza ma dopo tre mesi e mezzo di assenza non è questione di pazienza ma buon senso.
Chivu ha lavorato bene e ora il portolano dice che la rotta è giusta ma zeppa di scogli.
Se, dico se, l’Inter è questa non c’è ragione di temere. A patto di tenere fuori dalla Pinetina i fantasmi.






