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Il peso della leggenda... e dell'età. Il Portogallo deve pensare al futuro, CR7 non è eterno

Il peso della leggenda... e dell'età. Il Portogallo deve pensare al futuro, CR7 non è eterno TUTTOmercatoWEB
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Michele Pavese
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Michele Pavese
Oggi alle 09:35Mondiali 2026

Ci sono campioni che sfidano il tempo. Come Cristiano Ronaldo, che da oltre vent'anni combatte una guerra impossibile contro l'unico avversario destinato a vincere sempre: l'età. Ha sconfitto difensori, record, critici, ha trasformato il proprio corpo in una macchina perfetta, la disciplina in religione, l'ambizione in carburante inesauribile. Ma anche gli eroi delle grandi epopee arrivano al momento in cui devono fare i conti con la realtà.

E forse quel momento è arrivato. Perché i numeri possono essere letti in molti modi, ma alcuni raccontano una verità difficile da ignorare. Nelle undici partite più importanti disputate dal Portogallo negli ultimi tre anni e mezzo - da Qatar 2022 a Euro 2024 fino all'esordio mondiale di ieri - CR7 ha prodotto appena un gol e un assist e non ha segnato nelle ultime dieci. Un bilancio sorprendentemente povero per un giocatore che continua a segnare con frequenza impressionante (il traguardo dei 1000 gol in carriera è vicinissimo) e che, anche a 41 anni, conserva un istinto realizzativo fuori dal comune.

Certo, c'è stata la Nations League, vinta soprattutto grazie al suo contributo decisivo. Un trofeo che merita rispetto ma che, per storia, prestigio e peso specifico, non può essere paragonato a Mondiali ed Europei. Ed è proprio nelle "notti magiche" che Ronaldo sembra oggi faticare maggiormente. Non è una questione di talento, quello non si discute e non si cancella. Non è nemmeno una questione di professionalità: nessuno, probabilmente, ha saputo allungare la propria carriera come lui. Il problema è che il calcio moderno è diventato uno sport sempre più feroce dal punto di vista atletico. Richiede pressione continua, rincorse, smarcamenti, occupazione degli spazi, sacrificio senza palla. Richiede undici giocatori che partecipino a entrambe le fasi, maggiore altruismo.

E qui emerge il problema. Ronaldo continua a rappresentare una minaccia costante per qualsiasi difesa. La sua sola presenza obbliga gli avversari a modificare marcature e attenzioni. È ancora un simbolo, un totem, un riferimento emotivo e tecnico, ma dà sempre più l'impressione di essere un lusso che il Portogallo paga a caro prezzo. Quando c'è da rincorrere un avversario, accorciare le linee o guidare il primo pressing, CR7 non può più garantire ciò che garantiva cinque o sei anni fa. E soprattutto non può pretendere di giocare da solo, non può pensare che i suoi record valgano più dell'obiettivo della squadra. Il tempo presenta il conto a tutti; il Portogallo, come ha dimostrato la sfida contro la Repubblica Democratica del Congo, appare spesso una squadra sospesa tra due identità: da una parte la pericolosità offensiva assicurata dal suo leader e dai compagni, dall'altra la vulnerabilità di una formazione che, nei momenti di maggiore intensità, sembra giocare con un uomo in meno.

Il dato più significativo non riguarda nemmeno i gol ma l'impatto complessivo sul gioco. Oggi Ronaldo è più controllabile, più leggibile, meno dominante negli uno contro uno e negli attacchi alla profondità. Non basta più la sua presenza per spostare gli equilibri come accadeva un tempo. Ecco perché la domanda che in Portogallo pochi hanno il coraggio di porre sta diventando inevitabile: Cristiano Ronaldo è ancora una risorsa o rischia di trasformarsi in un peso? La risposta non può essere emotiva e non può dipendere dalla riconoscenza per ciò che è stato. Le nazionali non possono essere solo musei della memoria (chiedere all'Italia): vivono nel presente e si preparano per il futuro. E il futuro del Portogallo è una generazione ricchissima di talento, velocità e dinamismo che, forse, avrebbe bisogno di liberarsi definitivamente dall'ombra del suo monumento più grande.

Naturalmente Ronaldo potrebbe smentire tutti ancora una volta. Lo ha fatto per una vita intera e sarebbe imprudente escluderlo. Ma il calcio, a differenza delle favole, non concede l'immortalità, e forse la vera grandezza di un re non consiste nel restare sul trono per sempre. Consiste nel capire quando è arrivato il momento di abdicare e lasciare spazio ai successori.

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