Clemente di San Luca: “L’ignoranza diffusa sui rudimenti minimi del diritto"
Mi riprometto di ragionare sul Napoli, e sulle sue realistiche prospettive per la stagione appena cominciata, durante la lunga sosta. Ritengo urgente, invece, tornare a scrivere ancora della incredibile, e preoccupante, confusione che si sta facendo sulle regole, seguendo una linea – quella marcata dal Responsabile della CAN, e Designatore, signor Daniele Orsato – che si appalesa in violazione della legalità propria dello Stato di diritto. Confusione che concerne due questioni fondamentali in tema di fonti del diritto. La prima: fra queste sono certamente annoverabili le modifiche introdotte dall’IFAB, ma non le «direttive», o «raccomandazioni», o «indirizzi», che dir si voglia, varati dal Designatore. La seconda: sono requisiti per l’esistenza e la validità delle fonti sia la procedura della loro produzione sia la loro pubblicazione; ciò significa che, ove procedura di produzione e pubblicazione non vengano rispettate, il contenuto delle fonti è almeno illegittimo. Lo so, sono questioni tecnico-giuridiche di scarso interesse per i più, e tuttavia il grande pubblico dei tifosi che non ha formazione specialistica deve essere informato. Proverò a spiegarne i termini essenziali nel modo meno difficile possibile. Leggo, profondamente sconcertato, degli esiti del vertice tenutosi lunedì scorso al Centro VAR di Lissone tra Lega Serie A, AIA e le varie società di Serie A. Il signor Orsato avrebbe «fissato la rotta arbitrale per il resto della stagione», decidendo, privo di ogni benché minima investitura giuridico-istituzionale, che debbano esserci «meno interruzioni, più continuità e una linea chiara sui contatti leggeri». Occorre chiedersi: ha il Responsabile CAN un siffatto mandato? È nelle sue capacità giuridiche scegliere e dettare il disposto regolatorio per dirigere le partite di Serie A? Avrebbe dichiarato che «L’obiettivo è quello di favorire il gioco del calcio e non fischiare i minimi contatti. Una linea che manterremo uguale fino al termine del campionato». E chi gli avrebbe conferito quest’autorità? Ma poi, che cosa significa «chiarire il metro arbitrale a dirigenti e allenatori» con riguardo a «falli, trattenute, mani, fuorigioco, condotte violente, DOGSO e interventi del VAR»? Potrebbe mai un siffatto ‘chiarimento’ giungere al punto di negare la cogenza delle regole IFAB? In altre parole, secondo costoro non vi sarebbe confine tra interpretazione della norma e sua correzione in sede applicativa in assenza di una previa modifica sancita nelle forme previste (procedura e pubblicazione) dall’IFAB. Sulla stessa linea si sarebbe espresso anche il Direttore tecnico dell’AIA, Domenico Messina: «Con Orsato ci siamo posti come obiettivo primario l’innalzamento della qualità media degli arbitri e il poter dare un contributo concreto al miglioramento dello spettacolo offerto». Nulla questio sull’innalzamento della qualità, è obiettivo senz’altro legittimo, e anzi doveroso. Ma chi ha conferito loro mandato per contribuire a «migliorare lo spettacolo»? Deve essere chiaro: la scelta «di far giocare di più» non rientra fra le competenze dei funzionari di polizia amministrativa (gli arbitri), essendo in capo al soggetto che detiene il potere normativo, l’IFAB (sulla piena legittimazione democratica del quale si può discutere senz’altro, ma non certo sulla sussistenza della sua autorità). La protervia nel dichiarare che «non molleremo un centimetro sull’impostazione tecnica adottata» si commenta da sé. Lascia esterrefatti la condivisione pressoché unanime degli allenatori presenti e dei vertici della Lega. Come ha efficacemente spiegato Paolo Ziliani (in “Palla avvelenata” del 23 settembre), gli allenatori «Sono contenti perché da questa stagione, non solo in Serie A ma in tutti i campionati del mondo si gioca di più e con meno interruzioni; una novità che piace a tutti, naturalmente, ma che con Orsato, con i meriti di Orsato, c’entra come i cavoli a merenda. Parliamo infatti delle nuove regole che sono state introdotte dall’IFAB», finalizzate a «contrastare perdite di tempo al momento delle sostituzioni, dei rinvii del portiere, delle rimesse con le mani, degli infortuni». Insomma, per lo più il «cambio di passo» sul tempo effettivo deriva dalle modifiche regolamentari, non dalle illegittime (per mancanza di potere e per contenuti contrastanti con le vigenti regole del gioco) direttive di Orsato. La Regola 12 codifica espressamente, e tipizza, gli interventi vietati («negligenza», «imprudenza», «vigoria sproporzionata», «condotta violenta», «DOGSO», «SPA», «comportamento antisportivo», ecc.).
Non è consentito al Designatore di variarne il contenuto prescrittivo, ‘legittimando’, attraverso la valutazione compiuta di volta in volta dal singolo direttore di gara, atti illegittimi. In altre parole, senza che una previsione normativa lo contempli, egli non ha il potere di ‘depenalizzare’, ad esempio, la trattenuta della maglia sulla base del giudizio di intensità affidato all’arbitro. È avvilente, e oltremodo preoccupante, che questa linea – in obiettivo contrasto con il vigente ordinamento giuridico calcistico – trovi consenso (oltre che nella generalizzata opinione degli addetti ai lavori) nel Presidente della Lega Serie A, Simonelli, per il quale Orsato avrebbe «illustrato diversi episodi, anche con senso di autocritica». Autocritica? Ma se perseverano nel qualificare ‘errori’ delle decisioni inspiegabilmente (stante la doverosa verifica delle immagini che l’ordinamento assegna inderogabilmente al VAR) illegittime! Certo che gli errori «fanno parte del gioco».
Chi potrebbe negarlo? Ma solo quelli che i giuristi definiscono «scusabili». E non sono tali le eclatanti omissioni d’intervento del VAR. Soprattutto, imboccando questa strada si finisce col rinunciare definitivamente all’agognata «uniformità di giudizio», che a parole si dice di volersi perseguire. È comprensibile che Simonelli si ritenga soddisfatto dai «dati di questo avvio di stagione», che attestano «l’aumento del tempo effettivo di gioco». Ma ciò essenzialmente grazie alle modifiche regolamentari introdotte dall’IFAB (i 5 secondi per le rimesse laterali, gli 8 per il rinvio del portiere, il minuto fuori per il giocatore infortunato). Non per il resto. Semplicemente perché ad andare «nella direzione di un gioco più fluido e spettacolare» non può essere la illegittima mancata «concessione dei falli». In definitiva, occorre distinguere le correzioni innovative del Regolamento introdotte dall’IFAB dalle illegittime ‘raccomandazioni’ a contenuto normativo di Orsato. Sembra se ne stiano accorgendo. I due principali quotidiani sportivi nazionali, il salotto buono di Sky e la DS hanno almeno preso atto dell’esistenza del problema. Peccato che continuino a non capire in cosa esso consista veramente, quali siano i compiuti termini di esso. Esibiscono, invero, una consistente ignoranza dei minimi rudimenti giuridici. La questione, infatti, concerne la legalità in uno Stato di diritto. Il che significa rispetto della legge codificata formalmente in una fonte dell’ordinamento. È vero che la produzione normativa dell’IFAB risente di un non marginale deficit democratico (giacché il soggetto non è espressione rappresentativa, piena e diretta, della volontà popolare). Ma ciò non autorizza soggetti diversi, e senza seguire la procedura stabilita, a modificare le regole. Il Responsabile CAN non ha alcun potere normativo. Le sue «direttive» non possono avere alcuna capacità prescrittiva, se non – com’è proprio della “soft law” – dentro i confini delle regole vigenti. Del resto, le «direttive» in parola non sono formalizzate in un testo pubblicato, e quindi conoscibile da tutti. La conoscenza delle regole è indispensabile affinché valga il principio fondamentale secondo cui «la legge non ammette ignoranza» (ignorantia legis non excusat). Questo conferma che non si tratta di fonti giuridiche valide, aventi, in quanto tali, capacità innovativa. Possono, sì, avere un valore integrativo delle norme. Come a suggerire il modo in cui esse debbano essere intrepretate. Ma l’interpretazione mai può giungere a svuotare il contenuto della disposizione normativa vigente ed inficiare la sua cogenza. Stando al Protocollo (che è la legge vigente), il VAR ha il dovere giuridico di intervenire per ogni episodio in cui sia dubbio l’accertamento del fatto. Non è esso che può stabilire se ci sia stato un errore «chiaro ed evidente». Questo spetta all’arbitro, dopo aver rivisto l’episodio. I commentatori che plaudono al «lasciar giocare» di fatto contribuiscono alla realizzazione di un proposito eversivo delle regole vigenti. Non si può auspicare di far fluire il gioco contra legem senza meritarsi la qualifica di complici di un disegno volto a sovvertire l’ordinamento vigente.
I fallosi interventi difensivi in Bologna-Torino, Juventus-Atalanta e Fiorentina-Napoli avrebbero imposto al VAR di richiamare l’arbitro a rivedere le immagini. L’omissione di chiamata costituisce un comportamento gravemente illegittimo. Per concludere, il Designatore è stato di quegli arbitri rinomati per il decisionismo oltre le regole: per intendersi, del tipo «Lo dico io se è fallo o no!» (Ziliani opportunamente ricorda il «famigerato “sfondone Pjanic” che ad anni di distanza giustificò con l’essere stato “troppo vicino all’azione” per poterla giudicare bene»). Più o meno come quell’autorevole Presidente di sezione del Tribunale di Napoli, che qualche tempo fa, in piena udienza pubblica, alla mia osservazione: «Veramente, Presidente, ci sarebbe la legge», rispose senza alcun pudore: «Prufesso’, ’a legg’ nun se port’ cchiù!». Basito replicai: «Ma come? E allora cosa devo insegnare ai miei studenti?». E lui, senza batter ciglio e con un sorriso sardonico: «Prufesso’, c’ ’a legg’ nun conta!». Ormai in questo Paese (e non solo, ahimè) il diritto, lo Stato di diritto, i fondamenti del vivere civile proprio delle liberal-democrazie, sono divenuti un inutile ingombro, costituiscono un ambito sul quale si rivendica un’assoluta libertà di manovra da parte di chi detiene il potere. Le regole, che dovrebbero contenere e disciplinare questo, sono considerate un intralcio – nel caso di specie, al «fluire del gioco» –, e dunque vanno in ogni modo rese invalide e inoperanti secondo i desiderata dei potenti di turno. È il risvolto (e perciò l’effetto) organizzativo della cultura autoritaria, quella che cerca la figura forte cui affidare lo scettro del comando, così facilitando la personale dismissione di qualunque responsabilità civile, sociale e politico-istituzionale, per rimetterla al ‘capo’. Purtroppo, è questo lo stato in cui versiamo. Da Trump ai campetti di periferia.


