Marco Lanna e quella maglia della Sampdoria cucita addosso per sempre
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Solo due squadre in Italia, così come due sono state le esperienze in Spagna. Negli anni Novanta è stato uno dei difensori italiani che ha lasciato il segno in Serie A. Parliamo di Marco Lanna, dal 1987 al 1993 alla Sampdoria, con la quale ha vinto uno Scudetto, due Coppe Italia, una Supercoppa Italiana e una Coppa delle Coppe, poi dal 1993 al 1997 alla Roma, prima del passaggio al Salamanca e al Real Saragozza, con il definitivo rientro alla Samp nel 2002 per una breve parentesi, prima del ritiro. Ed è lui il nuovo protagonista di Storie di Calcio, trasmissione di TMW Radio.
"E' stata una carriera abbastanza lunga, il momento più bello, nonostante tutto, è stata la finale di Coppa dei Campioni. Lo Scudetto è stata un'avventura durata tutto il campionato, quella coppa, giocarla nel vecchio Wembley, è stato veramente incredibile", ha confessato l'ex difensore. "L'amarezza per quella finale c'è, quella punizione di Koeman forse non c'era. Meritavamo i rigori, ma il Barcellona era fortissimo e forse l'avremmo persa anche lì. Rimane però la gioia di esserci arrivati e di averla giocata".
Mentre sulla sua carriera ha aggiunto: "La mia avventura nasce nei giovanissimi. Io giocavo mezzala sinistra all'inizio, a 10 anni quando arrivai alla Samp. Poi un giorno mancò il terzino sinistro e cominciai a fare quel ruolo, per poi passare a libero e non solo. Sono cresciuto con allenatori che erano stati difensori e mi hanno insegnato tanto della tecnica del ruolo. Poi in Prima Squadra avevo tre totem come Mannini, Pellegrini e Vierchowod. E ho osservato tanto loro e ho provato a 'rubare' molto. Vierchowod è stato un maestro, il numero uno degli anticipi agli avversari. E lì ho imparato anche a guardare l'uomo che aveva la palla per anticipare la giocata. Una cosa che vedo sempre meno nei difensori. Il saper anticipare le giocate è il trucco dei grandi giocatori".
Una storia la sua costellata anche di alcuni episodi che hanno rischiato di macchiarne l'immagine, come quello di un Bari-Sampdoria nella stagione '91-'92, quando entrò duramente sul brasiliano João Paulo, provocandogli uno stop di quasi due anni: "Allora le entrate in scivolata erano all'ordine del giorno. In una di queste ruppi tibia e perone perché il terreno era bagnato e lui, anticipandomi, rimase con una gamba giù e arrivando lungo lo presi in pieno. E quella cosa mi è dispiaciuta tantissimo. E' un bravissimo ragazzo, ma in generale è un cruccio che mi rimarrà sempre. L'ho chiamato nei giorni successivi, poi non l'ho più sentito purtroppo".
Poi ha raccontato la sua storia con la Sampdoria: "E' un amore che ho avuto fin da piccolo. Mio padre mi portava allo stadio a vederla, poi ho avuto la fortuna di iniziare a giocare per la Samp e ho fatto tutta la trafila. Quella maglia ce l'ho cucita addosso. E' sempre stata una gioia. Mi piaceva giocare al calcio, e farlo con la squadra che ami e in un momento storico così importante è motivo di orgoglio. Non vedevo l'ora di allenarmi. Giocavo in un gruppo fantastico, con ritiri e allenamenti che era un divertimento assoluto. Ed è per questo che abbiamo ottenuto quei successi. Io ero il "piccolo" della squadra. Sono cresciuto con Pagliuca. Vialli e Mancini è stata una delle coppie meglio assortita del calcio italiano. Due persone diverse che si sono integrate perfettamente. Prima di diventare presidente della Samp sentii Luca, che aveva studiato per diventare a sua volta presidente, era il suo sogno diventarlo alla Samp. E' stato un consigliere prezioso".
Mentre sugli allenatori che lo hanno segnato ha detto: "Boskov senz'altro. Mi chiamò il Foggia di Zeman, ma Boskov mi trattenne e mi aggregò alla Prima Squadra. Inizialmente tante panchine e poi l'esordio all'ultima gara, poi però diventai il primo rincalzo dei difensori e giocai parecchie partite. Mi diede tanta fiducia. A lui devo la mia crescita, umana e anche da calciatore. Eriksson mi ha insegnato a giocare a zona, Sacchi me ne ha insegnato uno ancora più estremo. E Mazzone mi ha insegnato a giocare a tre dietro, che è la cosa più complicata che ci sia. Ho avuto la fortuna di avere degli allenatori incredibili".
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