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tmw / roma / Editoriale
Serve davvero che i Friedkin parlino?TUTTO mercato WEB
giovedì 27 giugno 2024, 11:03Editoriale
di Gabriele Chiocchio
per Vocegiallorossa.it
fonte L'editoriale di Gabriele Chiocchio

Serve davvero che i Friedkin parlino?

Ci si avvicina, piano piano, alla data (a dire il vero, ancora ufficialmente ignota) del raduno per la stagione 2024-2025, ma c’è ancora della strada da fare e, in questo periodo dominato da Euro 2024 e con un mercato giallorosso ancora ai nastri di partenza, di chiacchiere se ne fanno sempre molte: nulla che sia nuovo e nulla che non continuerà a succedere anche in futuro.

Chi, però, di chiacchiere non ne sta facendo, semplicemente perché non ne ha mai fatte, è la famiglia Friedkin: a distanza di quasi quattro anni dall’acquisizione della Roma da parte dell’attuale proprietà, in molti non conoscono ancora il suono della voce di Dan e Ryan, che non hanno mai rilasciato interviste né dichiarazioni pubbliche. Quasi un unicum in questo mondo, quello del calcio, in cui possedere un club porta automaticamente alla fama anche personaggi che, altrimenti, sarebbero conosciuti a malapena da amici e parenti.

Uno dei tanti paradossi di questo ambiente è che spesso si chiede a chi lavora nella Roma di fare i fatti, e pur rimanendo abbastanza lontani dall’aver operato in maniera perfetta, i Friedkin di fatti ne hanno portati a casa parecchi, a cominciare dall’ingente quantitativo di denaro immesso nella società, alle tante iniziative volte a riportare il tifoso al centro del discorso, fino a un percorso tecnico ancora non eccelso, ma che ha regalato comunque qualche gioia. Partendo da ciò, la domanda è: è davvero importante che chi fa tutto questo si prenda anche la briga di comunicare cose alla sua clientela?

Sicuramente avere un rapporto più diretto con la gente in questo mondo può essere un plus, e da questo punto di vista chi lamenta un’assenza comunicativa dei Friedkin può farlo con cognizione di causa. Ma spesso si sottovaluta un fatto fondamentale, vale a dire che la comunicazione, a questi livelli, non è e non può essere dire ciò che passa per la testa in libertà, perché dire una cosa, una qualsiasi cosa, fissa un riferimento che poi ci si porterà avanti quasi in eterno. La comunicazione è un esercizio a volte difficile, che si deve allenare e che si deve calcolare, tenendo ben presenti le conseguenze di qualsiasi cosa si dica.

Se i Friedkin, fino adesso, hanno scelto di non parlare, possono averlo fatto per tanti motivi. Spesso si parla di riservatezza, di voglia di agire nell’ombra e di non cavalcare le onde mediatiche, ma semplicemente questa può essere stata una scelta dettata dalla valutazione di non essere adatti a questo compito e di delegare, quindi, il dialogo con l’esterno ad altre persone. O comunque, di non voler creare aspettative col rischio di disattenderle: nella loro gestione della società, i Friedkin sono stati sempre molto attenti a non commettere gli stessi errori - o comunque atti ritenuti errati - di chi c’era prima ed evidentemente un certo tipo di comunicazione è stata ritenuta un errore da non ripetere.

Discorsi che, come detto, emergono quando non c’è quasi altro di cui parlare: gli europei sono un ottimo diversivo, poi inizierà il ritiro e tutto continuerà nella sua normalità. E col suo solito silenzio.