Radrizzani: "Manfredi salvò tecnicamente la Sampdoria dal fallimento, mia idea era di portare altri partner come QSI"
Lidia Vivaldi
Nel corso di una lunga intervista rilasciata a Calcio e Finanza, Andrea Radrizzani è tornato a parlare della sua esperienza alla Sampdoria, entrando nel dettaglio delle dinamiche societarie che hanno caratterizzato il club negli ultimi anni.
"Mentre stavo per uscire dal Leeds mi presentarono un’opportunità fantastica dal punto di vista imprenditoriale e sportivo: la Sampdoria. Diciamo che l’ho presa per due motivi: il primo, per un istinto di rivincita. A volte si fanno le cose di stomaco, volevo rifare quello che ho fatto a Leeds e l’ho vista come un’opportunità, in un momento in cui mi sentivo sconfitto.
Il secondo: avevo il ricordo vivo di Gianluca Vialli, che per anni ho avuto il piacere e l’onore di conoscere e di incontrare a Londra. Sapevo quanto avesse lavorato per trovare investitori per salvare la società dalla proprietà precedente (Massimo Ferrero, ndr). Lui aveva veramente questo desiderio di risanare e rilanciare il club e riportarlo dove merita, di diventare il presidente di una nuova Sampdoria. Mettendo insieme le due cose allora ho detto: «Ok, lo faccio io, mi lancio». E non l’ho fatto da solo, ma con Matteo Manfredi. L’idea era di portare dentro altri partner, tanto che abbiamo parlato con Qatar Sports Investments e altri fondi."
Cosa non funzionò a Genova? "Noi di fatto abbiamo salvato la Samp dal fallimento. Personalmente ci ho messo 6 milioni. Il problema è che in quel momento era difficile capire quanto fabbisogno finanziario ci fosse. Era una lotta contro il tempo perché la struttura dei debiti con le istituzioni non aiutava, non avevamo una relazione con la parte venditrice in quanto c’era un signore con una situazione molto critica e difficile alle spalle. In questo quadro devo dare atto a Matteo Manfredi che ha fatto un lavoro straordinario nel ricompattare i pezzi e arrivare a un accordo con le parti. Io non mi sono mai occupato di queste attività burocratiche che sono molto complicate in Italia, lui è riuscito a salvare tecnicamente il club dal fallimento. Io nella gestione del club cercavo partner finanziari più importanti. Come ho detto prima ho avviato un colloquio con Qatar Sports Investments: erano molto interessati, ma il governo del Paese del golfo non poteva investire in un progetto dove non c’erano i numeri precisi, quindi non se ne è fatto nulla. Abbiamo poi trovato un investitore tramite una mia conoscenza a Singapore: Joseph Tey, una persona che non conoscevo ai tempi. Un mio collega ci ha presentati e lui ha voluto partecipare."
Quindi smentisce le voci sul fatto che Tey fosse strettamente legato a lei? Era solo un conoscente? "Joseph Tey ha investito in una società di un mio ex collega, un manager che lavorava per me a Singapore. Quando ha letto che io ero nella Sampdoria si è informato su di me e si è interessato al progetto, così l’ho incontrato per la prima volta."
Recentemente lei è stato visto a Marassi. Il legame, almeno quello affettivo, quindi è rimasto? "Devo dire che ho instaurato un buon rapporto con Tey e rispetto tantissimo quello che lui sta facendo per la Sampdoria in termini di investimenti. Purtroppo non sta andando bene come risultati sportivi, ma quello è un altro discorso. A livello di investimenti però ha speso tanto per cercare di sistemare questo club, quindi da “pseudo tifoso” sampdoriano gli dico grazie."
Come mai, visto che si definisce ancora legato al club, decise di uscire quasi subito dalla Sampdoria? "Per due ragioni: una personale, perché mi sono reso conto che in primo luogo non riuscivo a fare quello che avrei voluto o che avevo fatto in altre situazioni. Anche perché io non ero lo stesso, non stavo bene dopo quello che mi era successo nei mesi precedenti. Stavo facendo questa cosa più per gli altri che per me. Inoltre stavo sacrificando ancora tempo che avrei voluto dedicare a mio figlio, alla mia famiglia e non volevo farlo dopo sei anni in cui ero stato in giro per l’Inghilterra per molti weekend.
La seconda è che fare le cose insieme a qualcun altro non fa per me. In azienda la democrazia non funziona, bisogna avere una leadership chiara. Quindi piuttosto che mandare in crisi una relazione buona con Manfredi, ho preferito fare un passo indietro e ne sono uscito totalmente dopo tre mesi. Poi è arrivato Joseph Tey che si è impegnato molto finanziariamente e gli auguro che abbia successo e di riportare la Sampdoria dove merita."
Che ricordo le ha lasciato quell’esperienza in blucerchiato? "La cosa particolare è che sono quasi più innamorato della Sampdoria oggi, rispetto ai giorni in cui ci lavoravo. Mi è rimasto questo amore dei tifosi della Sampdoria e quando vado allo stadio lo faccio proprio perché voglio vedere la curva, i colori, magari un giorno farò l’infiltrato tra i tifosi (ride, ndr). Quello che oggi rappresenta per me la Sampdoria è ancora forte, anche se non ho fatto niente di particolare per il club. Spero che un giorno ci sia la possibilità di restituire qualcosa, perché è un club pazzesco, speciale, e si merita il meglio. Si merita imprenditori e manager che riescano a riportarlo in Serie A".


