Italia, come ripartire? Fusco: "Dal coraggio di non aver paura. E dalle U23"
"Coraggio. Fiducia. Passione". Filippo Fusco non ha ricette, magie o medicine sicure per l'Italia zoppicante col pallone bucato. Direttore sportivo dei grandi, dei giovani, dei talenti poi, ha iniziato nel '95 con Boskov e Simoni a Napoli ed è stato uno dei perni portanti su cui si è poggiato il progetto della Juventus Under 23 ai suoi albori. E in un momento buio per il nostro calcio, Tuttomercatoweb.com lo ha raggiunto per parlare insieme di questo suo mantra. "Le parole chiave sono sempre coraggio e fiducia. Il coraggio di far giocare i giocatori anche quando si può perdere qualche partita. La fiducia perché è l'altra parte della medaglia: i ragazzi italiani meritano fiducia, il movimento altrettanto. E' accaduto anche anni fa... I problemi sono tanti".
Ci mettiamo comodi.
"Strutture, stadi, i pochi giovani che giocano. Poi le seconde squadre: se ne è parlato tanto, l'unica col coraggio di investire è stata la Juventus e oggi ne sta raccogliendo i frutti. Così, però, resta finalizzato tutto a un singolo club, non è un discorso di sistema".
Lei vive e conosce bene il calcio spagnolo che della cantera ha fatto la sua forza motrice per ripartire.
"Il calcio spagnolo si regge molto sulle seconde squadre, hanno riformato la terza serie, da 102 squadre a 40 squadre. C'erano tra le 12 e le 16 filiali. E poi c'è mobilità, tra squadre giovanili e prestito, prima squadra e Youth League. Il coraggio è aggregare i ragazzi in prima squadra, farli giocare sotto età ma se è una questione di una sola squadra non è una cosa sistemica"
Il sistema 'Primavera', per come è strutturato adesso, aiuta poco il salto.
"Non è formativo per i 2002 o anche per i fuoriquota che, parlo per questa stagione, si trovano a giocare contro ragazzi molto più piccoli. L'Under 23 consente, ma ne parliamo da tanto tempo, proprio questo".
In Spagna fioccano gli esempi.
"Ne faccio uno: il Barcellona, in crisi, si aggrappa alla Masia e lo fa con Gavi, un 2004, che passa dalla seconda squadra alla prima squadra. Vale questo per Bellingham che da 2003 gioca 40 gare in Championship a Birmingham: grazie al lavoro dello scouting, alla Juventus, siamo stati vicini al ragazzo, poi il Dortmund ha speso davvero tanto per averlo. Però la domanda resta la stessa: in Championship, Bellingham era un perno. C'è un 2005 o un 2006 oggi che gioca in Serie B?"
Cremona, a proposito di cadetteria e di piazze che hanno molto del suo passato, sembra un'isola felice.
"Io ho avuto la fortuna di lavorare con un tecnico coraggioso come Pecchia negli anni. Guardate l'età media della Cremonese: giovani e primi... Sanno investire nel proprio coraggio, paga anche in termini dirisultati. E molti di questi sono passati anche dalle seconde squadre: alla Juventus ci sono Under 23, Under 19 e reparto prestiti. La gestione è a tutto tondo, sta alla sensibilità del club capire la sua destinazione e collocazione migliore".
Magari manca il talento.
"Manca il talento? Escono Donnarumma, Tonali, Kean, tantissimi giovani di grande talento, ma anche in B come Fagioli ed Okoli per citare la Cremonese di cui sopra. Però serve il coraggio: nel farli giocare, ma anche nel costruire le strutture e nei campi d'allenamento. Dobbiamo superare i pregiudizi, i ruoli statici, lavorare di team e costruire squadre e formare i ragazzi. E gli esempi non mancano: Lucca a Pisa, Mancini e Ranocchia a Vicenza, ai tempi anche il percorso di Kumbulla all'Hellas e il suo passaggio alla Roma dopo tutta la trafila con noi nelle giovanili".
Anche dietro le scrivanie.
"I dirigenti devono fare un lavoro di gruppo e continuità: non bisogna mai, in questo ruolo, far tabula rasa col passato. Devi valorizzare quel che è stato fatto e lasciare qualcosa a chi arriverà dopo. A Verona c'è stato un continuum di lavoro con chi c'era e chi c'è, senza paura".
Il discorso potrebbe allargarsi parlando di riforma sistemica e delle categorie.
"Esatto. Serve anche una riforma della legge 91 dell'81, partendo a monte serve ancor di più".
Cosa si aspetta adesso?
"Che ci sia coraggio da parte di tutte le componenti. Che la crescita del sistema passi da questo, che il discorso tecnico sia centrale. Tutto sia un gruppo di lavoro, anche nel ruolo del direttore sportivo per esempio: per valorizzare i giocatori bravi, cosa dobbiamo fare? Possiamo perdere qualche punto per strada ma in termini tecnici, a lungo termine, cosa possiamo guadagnare? Il patrimonio tecnico non è solo valore ma anche il percorso nei club. Il coraggio è non aver paura di perdere qualche partita ma questo può rendere reali le condizioni. Non scordiamo poi la riforma dei campionati, ma questo dipende da leggi a monte sullo status di professionismo e semiprofessionismo. E' un discorso di coraggio, da parte di tutti: non scordiamoci la responsabilità che abbiamo nei confronti della gente, di chi ama questo sport. Dobbiamo fare tutto al meglio per chi ha passione e per farla tornare nei ragazzi che perdono ancora una volta l'opportunità di vedere un Mondiale".






