Ma l'Inter di Inzaghi ha davvero soltanto fortuna in Europa? Falsi miti e un piccolo capolavoro
Ma che fortuna l'Inter, ma che culo Simone Inzaghi. All'indomani del 3-3 contro il Benfica, rocambolesco e pazzo come tutta la stagione nerazzurra, è una considerazione che non è mancata. Anzi: per molti, anche alla luce del faticoso cammino in campionato, l'exploit europeo del Biscione ha alla sua base un solidissimo B-side, tra incroci ed episodi. Non ci sarebbe nulla di male, del resto il cinema insegna: chi disse “preferisco avere fortuna che talento” percepì l'essenza della vita. La storia di chi arriva in fondo, per almeno in parte, prevede sempre un piccolo aiuto extra: un palo in meno dell'avversario, un rigore in più, una carambola più felice. Ma si può davvero ridurre tutto a questo?
Ad agosto non lo avrebbe detto nessuno. Rewind a inizio stagione. Tanto popolari oggi i meme sulla buona sorte che bacia Inzaghi, quanto quelli agostani con la faccia di Javier Zanetti dopo il sorteggio di Nyon. Bayern Monaco e Barcellona nella fase a gironi: partendo dalla terza fascia, i nerazzurri non potevano pretendere miracoli, ma sembrava un verdetto definitivo. Confermato, per la cronaca, dalle annate di bavaresi e catalani: i primi conducono come al solito la Bundesliga, i secondi vinceranno con ampio distacco la Liga. Invece, l'Inter è uscita dal girone con tutte le ossa intere: il doppio confronto col Barça, pure quello caratterizzato da una certa dose di brividi e sussulti, resta finora l'apice della stagione nerazzurra.
Porto e Benfica incroci fortunati? Scavallato il raggruppamento, altro giro e altro sorteggio. Tanto a priori quanto a posteriori, l'Inter non ha avuto delle cattive "pescate". Le due portoghesi erano squadre considerate superabili e infatti così è stato. Nel primo sorteggio - quello che ha portato in dote il Porto - le alternative davvero spaventose erano però soltanto due su sei: Manchester City e Real Madrid. Per il resto: Tottenham, Chelsea e lo stesso Benfica, oltre ovviamente al Porto. Quanto alla seconda tornata, fino a due settimane fa quella di Schmidt era la squadra che aveva strapazzato la Juventus e superato il Paris Saint-Germain nel girone. Fortunata, semmai, è stata l'Italia nel disegno complessivo del tabellone: oggi festeggiamo una squadra di Serie A in finale di Champions, che sia Milan o Inter. Con uno dei giganti dalla "nostra" parte sarebbe stato tutto molto più difficile.
Fattore Inzaghi. Frontman delle disfatte in campionato, il tecnico piacentino lo è però anche dei sorrisi in Champions, come è giusto che sia. A guardarsi indietro, l'Inter ha trovato sul suo percorso i futuri campioni di Germania, Spagna e Portogallo: le fragilità emerse in Serie A sarebbero bastate da sole a mandare fuori giri l'Inter anche oltralpe. Non è stato così e in questo, a prescindere da tutte le (psico?)analisi del gruppo nerazzurro, la firma del tecnico non può scomparire, per tanti motivi. Ha tenuto fede alle proprie convinzioni, anche a costo di scelte impopolari come tenere fuori dalla formazione iniziale Lukaku in tutti e quattro gli scontri a eliminazione diretta giocati finora. L'immutabilità dell'Inter, che in Italia rischia di essere un vizio, in Europa diventa una virtù. Al netto di tutte le fortune, l'Inter in Serie A ha perso contro Monza, Spezia o Bologna. In Champions ha superato ben altri ostacoli e non può essere un caso.
Capolavoro? Serve equilibrio. Lo score negli incroci a eliminazione diretta è un altro marchio di fabbrica attribuito allo stesso Inzaghi. Addirittura il 75 per cento di riuscita, in rialzo post Benfica. È una statistica sin troppo variegata per considerarla affidabile: c'è un po' di tutto, dalle competizioni Primavera alla Champions League, dalle partite con la Lazio cenerentola d'Europa a quelle con l'Inter ben più competitiva. Il dato, comunque, è un punto di partenza per confermare una sensazione: in gara secca, le squadre di Inzaghi danno qualcosa di diverso. Senza per questo sentire la necessità di ergere il piacentino al santone della panchina europea che, anche per questioni di anagrafica lavorativa, non può essere. È tutta una questione di equilibrio e qui si torna alle incertezze in campionato, dove mister Europa passa troppo spesso all'essere considerato l'ultimo dei fessi. Le fragilità non sono mancate neanche col Benfica, per la cronaca: il finale di mercoledì è stato surreale, per chi si propone di entrare nel gotha del Vecchio Continente. Il campionato è quello che è, il trend delle ultime settimane da retrocessione. Finisce tutto sulle spalle di Inzaghi, parafulmine di ciò che gravita attorno all'Inter. Anche se la sera vince, mentre la mattina c'è un giudice a Milano che discute i debiti del suo presidente o un difensore che si opera in Francia dove continuerà a costo zero la sua carriera. A fine stagione, quando arriverà il tempo dei bilanci veri, non esisteranno una Inter da campionato e una da coppa, ma una squadra sola che dovrà fare i conti con quello che ha ottenuto in stagione. Nel frattempo, mera cronaca: Inzaghi ha portato l'Inter dove nessuno dei suoi numerosi predecessori, con squadre non certo inferiori, erano riusciti. Bisogna tornare a Mourinho, ma lì forse si vola davvero troppo in alto. Che poi, proprio lo Special One insegna: un allenatore con un pizzico di fortuna in più non ha mai fatto schifo a nessuno.






