Il Torino non è né carne né pesce e la riprova è il barcamenarsi che perdura da inizio stagione
Per cercare di capire il Torino è inevitabile partire dalle parole dell’allenatore Baroni che vede la squadra quotidianamente. Ecco cosa ha detto nella conferenza stampa dopo la partita con la Fiorentina, terzultima in classifica e con nove punti in meno, pareggiata in extremis 2 a 2. “Abbiamo passato una settimana intensa (domenica 1 gara con il Lecce, mercoledì 4 quarti di Coppa Italia con l’Inter con sconfitta ed eliminazione e sabato 7 la Fiorentina, ndr). Prima della partita con il Lecce (vinta, ndr) volutamente siamo stati insieme (squadra in ritiro dopo la pesante sconfitta per 6 a 0 con il Como che veniva dopo le sconfitte con Roma, Atlanta e Udinese inframezzate dalla vittoria in Coppa Italia con la Roma, ndr) per cercare di migliorarci e di creare le basi che servono per creare identità e gruppo e da questo punto di vista ho avuto una partecipazione da parte della squadra straordinaria e si vede che è cambiato qualche cosa. Vorrei anche ricordare che abbiamo passato un momento di grandissima emergenza, abbiamo fatto 6 partite in 21 giorni e perso 10 giocatori, avevo 10 infortunati, e oggi mancava un giocatore come Vlasic (squalificato, ndr) che per noi è insostituibile e quindi complimenti ai ragazzi e alla squadra e a chi è subentrato, che non potevo utilizzare dall’inizio perché aveva fatto appena un allenamento con la squadra poiché rientrava dall’infortunio (Simeone e Aboukhlal, gli altri Pedersen, Anjorin e Zapata non erano infortunati, ndr), e quindi era una partita importante e la squadra l’ha gestita e ha voluto questo risultato fino alla fine”.
Tre partite in sette giorni sono la norma ormai, il calcio e business e più partite si fanno e più si guadagna, e bisogna avere un organico adeguato per affrontarle, gli allenatori quindi devono pretendere di essere messi nelle condizioni di lavorare al meglio con un numero di giocatori adeguati che devono anche avere la qualità per arrivare agli obiettivi che si prefissano a inizio stagione. Ma al Torino gli obiettivi non sono mai dichiarati, al più vengono sottintesi. Quest’anno il presidente Cairo in un’intervista rilasciata a Sky Sport e messa in onda lo scorso 8 agosto, dopo aver preso Aboukhlal, Anjorin, Ismajli, Israel, Ngonge e Simeone più aver riscatto di Biraghi e con la prospettiva di prendere ancora un terzino e un esterno d’attacco, disse: “una delle migliori campagne acquisti della mia presidenza” e poi furono presi Nkounkou, terzino sinistro, e Asllani, un centrocampista e non un esterno d’attacco perché si era già virato dall’iniziale 4-2-3-1 al 4-3-3. A fronte delle cessioni di Ricci, Milinkovic-Savic, Walukiewicz, Donnarumma ed era in programma anche quella di Sanabria poi avvenuta, non furono riscattati Elmas, Sosa e Salama e furono lasciati andar via a parametro zero Linetty e Karamoh e in rosa non rimasero anche i giovani Dellavalle, Pellegri, N’Guessan, Seck, Ciammaglichella, Bianay Balcot, Mullen, Cacciamani e Rauti. Sempre a Sky il Presidente dichiarò: “Stiamo cercando di fare una squadra che abbia un potenziale offensivo molto importante. Abbiamo due prime punte come Simeone e Zapata, poi abbiamo una seconda punta come Ché Adams, oltre a Vlasic, Ngonge e Aboukhlal. C'è inoltre Sanabria che ha però molte richieste. Abbiamo davvero un gran bel potenziale in attacco, ma non solo. A centrocampo abbiamo aggiunto Anjorin, mentre in difesa abbiamo inserito Ismajli”. Cairo non si sbilanciò sugli obiettivi, ma affermò: “Non so se è la mia migliore squadra, a dircelo sarà il campo” e aggiunse “Abbiamo fatto un campionato molto bello nella stagione 2013/14, un altro altrettanto bello nell'annata 2018/19 e in entrambe arrivammo settimi. Questa sarà la migliore se dovessimo arrivare sesti". Quindi indirettamente Cairo chiese a Baroni il 6° posto.
Ma altro che 6° posto il Torino oggi dopo 24 partite è al 13° ed è distante dal sesto 14 punti, occupato dal Como che affronterà il Milan fra nove giorni il 18. E da quelle dichiarazioni estive di Cairo il modulo ha dovuto essere ancora cambiato, passando al 3-5-2, perché la squadra mancava di equilibrio e subiva troppi gol cosa che ancora oggi persiste, infatti con 42 reti incassate i granata hanno la peggiore difesa della Serie A. E anche l’attacco non è poi così prolifico avendo finora segnato 24 gol, uno è stato un autogol, ed è il 13° della Serie A. Nel frattempo è stato cambiato il direttore sportivo con il ritorno di Petrachi e l’esonero di Vagnati e c’è stato il mercato invernale che ha visto arrivare Obrador, Prati, Marianucci, Kulenovic e Ebosse e andare via Popa, Masina, Dembélé, Asllani e Ngonge, questi ultimi due arrivati in estate.
Dopo la vittoria con il Lecce c’è stata la sconfitta in Coppa Italia con l’Inter per 2 a 1, che sarà anche la prima in campionato e in Champions League è alla fase a eliminazione diretta dovendo disputare gli spareggi, ma che contro il Torino mercoledì aveva schierato parecchie seconde linee e anche giovani dell’Under 23 , una partita che i granata avrebbero potuto gestire decisamente meglio se avessero disputato un primo tempo con maggiore determinazione senza rintanarsi nella propria metà campo permettendo così ai nerazzurri di passare in vantaggio con Bonny (35’) e poi a inizio ripresa con Diouf (47’) e solo dopo il doppio svantaggio è arrivata la sveglia, ma non è bastato il gol di Kulenovic (57’) per pareggiare pur avendoci provato. E infine il pareggio arrivato in pieno recupero, Maripán (95’), con la Fiorentina, che ha problemi ancora maggiori del Torino e infatti staziona negli ultimi tre posti praticamente da inizio campionato e oltretutto c’era stato il vantaggio iniziale grazie al gol di Casadei (25’) seguito poi dalla rimonta con due gol della Viola, Solomon (51’) e Kean (57’), è vero che Zapata (89’) era andato vicino al gol negato solo da una gran parata di De Gea, ma è normale che i portieri avversari provino ad evitare di subire gol. Con la Fiorentina , pur tenendo conto dei rientri dagli infortuni e delle squalifiche di Vlasic e Prati, il Torino doveva e poteva fare una partita migliore, ma si sono visti sempre gli stessi limiti che ci sono da inizio stagione: una difesa colabrodo e un attacco non così prolifico.
A 14 giornate dalla fine del campionato il Torino non ha ancora una precisa identità, la squadra non è equilibrata e troppo spesso appare non sufficientemente determinata in campo, inizi con il freno a mano tirato o cali durante la gara, continuano a vedersi errori in fase difensiva che non sarebbero accettabili neppure all’oratorio per di più non solo individuali, ma anche collettivi segno che non vengono lette bene le situazioni e che non si tiene conto dell’analisi che si fa degli avversari in preparazione della partita. Le occasioni per segnare vengono anche create però poi spesso manca la precisione sotto porta e non solo i tiri nello specchio dovrebbero essere numericamente di più, ma anche maggiormente “cattivi” perché alcuni sono facili prede dei portieri avversari. Il fatto poi di provare fino all’ultimo a evitare un risultato negativo è il minimo sindacale più che prova di grinta e determinazione.
Oggettivamente, il Torino non è né carne né pesce e infatti si barcamena da inizio stagione e si fa fatica a pensare che possa migliorare finora infatti quando sembrava aver fatto un passettino in avanti puntualmente poi ne faceva uno indietro. Per togliersi da questa situazione servirà la voglia di fare cambiamenti radicali.






