PAROLA DI DS - D'Agnelli: "Italia non puoi sbagliare! Giovanili Toro? Erano un modello..."
Siamo alla vigilia di una partita determinante per l'Italia, che sensazioni hai?
"Alla vigilia di una partita così, la sensazione – da Direttore Sportivo che ha visto cicli nascere e morire – è duplice: l’Italia è più forte, ma non è più autorizzata a sbagliare nulla e questo può essere un forte condizionamento. Arriviamo da due Mondiali vissuti da spettatori, un fallimento che pesa come un macigno e che rende ogni gara decisiva, un test di maturità, non solo un confronto tecnico. La Bosnia è meno talentuosa, sì, ma porta in campo qualcosa che spesso vale quanto la qualità: orgoglio di una Nazione, appartenenza, identità collettiva. In casa loro, con un popolo che vive la Nazionale come un simbolo, la partita diventa una battaglia emotiva. Il campo poi, piccolo e non in perfette condizioni, fa il resto. E se ti fai trascinare lì, rischi di complicarti la vita. L’Italia deve giocare con lucidità, non con il fantasma del passato. Se accettiamo il caos, ci esponiamo. Se imponiamo ritmo, tecnica e personalità, la differenza di valori emergerà. È una partita da vincere con l’orgoglio, ma con la testa. È il momento di essere umili e dimostrare che abbiamo imparato dai nostri fallimenti".
C'è bisogno di seguire il modello tedesco o francese per rilanciare il sistema giovanile? Perché non riusciamo a fare un ricambio generazionale all'altezza?
"Il problema del nostro sistema giovanile non si risolve copiando Germania o Francia: si risolve tornando a essere l’Italia, quella che per decenni è stata un modello mondiale. Abbiamo vinto Europei, Mondiali, coppe europee, formato generazioni di giocatori intelligenti, completi, tatticamente superiori. Quel passato non va celebrato come un museo, ma studiato come un metodo e integrato. Oggi invece conviviamo con una contraddizione evidente: conosciamo i nostri pregi : scuola tattica, cultura del lavoro, capacità di lettura, ma ignoriamo o minimizziamo i nostri difetti e le nostre mancanze. Il ricambio generazionale non arriva perché il sistema è lento, conservativo, poco meritocratico. I giovani non trovano spazio perché non si ha coraggio e tempo di aspettare, i club non rischiano, i campionati giovanili non preparano al salto. E soprattutto, i vertici federali sono fermi a una logica vecchia, autoreferenziale, incapace di rinnovarsi. Serve svecchiamento, competenze moderne, più dialogo con le realtà da campo, una visione che metta al centro formazione, intensità, Scouting e coraggio. Non abbiamo bisogno di copiare gli altri. Quei sistemi funzionano perché sono coerenti con la loro cultura calcistica, economica e sociale. L’Italia invece ha un problema più profondo: non ha ancora deciso davvero cosa vuole essere nel calcio moderno, abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi, aggiornando ciò che eravamo bravi a fare e correggendo ciò che ci sta frenando. Solo così torneremo competitivi".
Il settore giovanile granata sta dando qualche segnale positivo, vedi qualcuno pronto per il professionismo?
"Il settore giovanile del Torino sta dando segnali incoraggianti, ma va detto con onestà professionale, anche il Toro sta vivendo di riflesso la crisi strutturale del vivaio italiano. Negli anni ’80 e in parte fino ai ’90, il Torino era un’eccellenza assoluta: la Primavera produceva 8-9 titolari da Serie A, giocatori formati, pronti, con identità granata e mentalità da professionisti. Oggi, se uno o due ragazzi arrivano stabilmente in prima squadra, lo consideriamo un successo. Questo dato, da solo, racconta il ridimensionamento del sistema. Ci sono profili interessanti, lasciando da parte Percium e Polikatis che arrivano da campionati esteri, a me piacciono Camatta, Zala e Gabellini che conosco bene perché arriva dal Rimini, zona in cui ho lavorato, già da piccolo mostrava qualità per emergere. Detto questo però devo anche aggiungere che il salto non è più automatico come un tempo, perché il "contesto" non prepara abbastanza. Ritmo, intensità, responsabilità e coraggio: tutto arriva troppo tardi. E il Toro, come molte società italiane, tende a proteggere i giovani invece di metterli presto davanti al calcio vero. Il passato del Toro deve essere un riferimento, non un ricordo nostalgico. Erano un modello perché c’erano idee, progetti, coraggio e soprattutto competenza. Oggi serve lo stesso approccio: metodo, meritocrazia e un club che abbia la forza e il coraggio di lanciare davvero chi lo merita. Solo così torneremo a vedere un vivaio all’altezza della sua storia".






