Moises, lo "Zar" del Brasile: l'uomo che fermò Pelé e unì i giganti del calcio carioca e paulista
Ci sono calciatori che non hanno bisogno di bacheche piene di trofei mondiali per entrare nel mito, ma a cui basta il rispetto eterno delle tifoserie più calde del pianeta.
Moises Matias de Andrade, per tutti semplicemente
Moises
, è stato esattamente questo: il difensore del popolo, il leader silenzioso e roccioso capace di vestire le maglie dei quattro grandi club di Rio de Janeiro e di lasciare un segno indelebile anche a San Paolo.
Nato a Resende il 10 gennaio1948 e scomparso il 26 agosto 2008, Moises ha incarnato l'essenza del difensore brasiliano vecchia scuola: leadership carismatica, senso della posizione d’acciaio e una furbizia tattica che lo rendeva l'incubo di ogni attaccante.
L'impresa del 1974: la gloria con il Vasco da Gama
Il punto più alto della sua carriera arriva nel 1974, quando guida il Vasco da Gama alla conquista del suo primo storico Campionato Brasiliano (Brasileirao). Moises non era solo il guardiano della difesa, ma il leader emotivo di una squadra che schierava il leggendario Roberto Dinamite, in quella stagione, la sua capacità di guidare il reparto arretrato permise al Vasco di trionfare in finale contro il Cruzeiro, consacrando Moises come uno dei migliori centrali del Paese.
Il difensore che unì Rio e San Paolo
La vera unicità di Moises risiede però nella sua incredibile capacità di farsi amare da tifoserie divise da rivalità feroci, è stato uno dei pochissimi eletti a completare il "Grande Giro" di Rio de Janeiro, vincendo titoli statali con Flamengo e Fluminense, le due anime del Fla-Flu.Vasco da Gama e Botafogo, completando il poker delle grandi carioche.
La sua fame di vittoria non si fermò ai confini dello stato di Rio, trasferitosi a San Paolo, divenne una colonna del Corinthians, con cui vinse lo storico Campionato Paulista del 1977, un titolo che interruppe un digiuno di trofei durato ben 23 anni per il Timao.
Lo stile di gioco e il duello con i re del gol
Fisico imponente e temperamento da leader (qualità che gli valsero il soprannome di "Zar"), Moises era famoso per la sua pulizia negli interventi ma anche per la sua spietata efficacia. In un'epoca dorata per il calcio brasiliano, si è trovato a marcare i più grandi di sempre: da Zico a Roberto Dinamite, fino a Pelé.
Di lui si ricorda una celebre massima che riassumeva il suo calcio pragmatico e privo di fronzoli: "Il difensore non deve fare poesia, deve dare sicurezza".
L'eredità scientifica sul campo
Dopo il ritiro, Moises non abbandonò il calcio, dedicandosi alla carriera da allenatore e portando la sua enorme esperienza tattica sulle panchine di numerosi club brasiliani (tra cui lo stesso Bangu, con cui sfiorò il titolo nazionale nel 1985, e il Santa Cruz), la sua scomparsa, avvenuta a Rio de Janeiro a causa di un cancro ai polmoni all'età di 60 anni, lasciò un vuoto immenso.
Oggi, a distanza di anni, il nome di Moises Matias de Andrade risuona ancora negli almanacchi e nei cuori dei tifosi come il simbolo di un calcio romantico, duro e vincente.
Uno dei pochi difensori capaci di conquistare il Brasile un tackle alla volta.
Ecco i tre aneddoti più celebri e curiosi legati alle sfide tra Moises e Pelè:
1. La "teoria" dei dieci minuti
Moises aveva una filosofia di gioco tutta sua riguardo alla gestione dei cartellini e della pressione psicologica. Ripeteva spesso una massima ai suoi compagni di reparto:
"Nessun arbitro ha il coraggio di espellere qualcuno nei primi dieci minuti di partita".
Applicava questa regola soprattutto quando si trovava di fronte il Re del calcio (O Rei), Pelè.
Nei primissimi minuti di ogni match contro il Santos, Moises cercava subito il contatto duro, un tackle al limite o una vigorosa spallata su Pelé.
Non lo faceva per cattiveria, ma per un motivo tattico ben preciso, stabilire subito il territorio e far capire a Pelé che quella giornata, al Maracana o a Vila Belmiro, sarebbe stata una battaglia fisica ed estenuante.
2. "Se passi tu, non passa il pallone"
Durante una sfida accesissima tra il Flamengo (squadra in cui militava Moises) e il Santos, Pelé stava letteralmente facendo impazzire la difesa avversaria con i suoi dribbling nello stretto.
Dopo l'ennesima finta che rischiava di mandare in porta il fuoriclasse, Moises lo fermò con un intervento ruvido, dritto sulle gambe, mentre l'arbitro fischiava il fallo, Moises tese la mano a Pelé per aiutarlo a rialzarsi e gli sussurrò con totale naturalezza in perfetto stile da xerife (sceriffo):
"O Rei, facciamo un patto. Se passi tu, la palla resta qui. Se passa la palla, tu rimani qui. Entrambi insieme non passerete mai".
Pelé, stando ai racconti dell'epoca, sorrise e accettò la sfida.
3. Il Premio "Belfort Duarte" al contrario
In Brasile esiste un premio storico molto prestigioso, il Premio Belfort Duarte, destinato ai calciatori che mantengono una condotta esemplarmente corretta, passando almeno dieci anni di carriera senza mai subire un'espulsione.
Moises, noto per la sua durezza, ironizzava sempre su questo riconoscimento, soprattutto quando doveva marcare mostri sacri come Pelé o Zico.
Diceva che per un difensore centrale vecchio stampo vincere quel premio era quasi un "disonore", perché significava non aver fatto abbastanza pressione sugli attaccanti.
Nonostante la sua fama di marcatore spietato e i duelli ravvicinati con Pelé, Moises andava fiero di un dato statistico, in 18 anni di carriera fu espulso pochissime volte (circa dieci), a dimostrazione che dietro l'aggressività c'era una grandissima intelligenza tattica e temporale.






