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Addio allo Zar Igor Protti, il bomber gentile

Addio allo Zar Igor Protti, il bomber gentile TUTTOmercatoWEB
© foto di Federico De Luca
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Redazione TMW
Oggi alle 07:00Altre Notizie

C’è stato un momento, meno di un mese fa, che ha raccontato meglio di qualsiasi altro chi sia stato Igor Protti. Nonostante la malattia e la sofferenza, ha voluto accompagnare la figlia Noemi all’altare, condividendo poi sui social l’emozione di quel giorno. Nell’occasione ha mostrato lo stesso coraggio, la stessa dignità e lo stesso amore che ha sempre messo nelle cose ha fatto nel corso della sua vita, che si è conclusa a Cecina oggi, venerdì 19 giugno, lasciando il calcio italiano orfano di uno dei protagonisti più autentici e amati.

Il commiato lo ha scritto lui stesso e la famiglia lo ha reso pubblico attraverso i social: “Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale. Difficile trovare parole che possano spiegarlo, l’unica cosa che posso fare è ringraziare la mia grande e meravigliosa famiglia che ho adorato. Tutte le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicino, tutti i tifosi delle squadre nelle quali ho giocato per l’affetto e l’amore sempre dimostratomi e totalmente ricambiato. Sperando che sia un arrivederci e non un addio”.

Parole toccanti e dirette che sono servite al goleador gentile di salutare tutti coloro che in ogni parte d’Italia gli hanno voluto bene e lo hanno rispettato.

Nel luglio dello scorso anno, sempre attraverso i social, aveva annunciato che gli era stata diagnosticata una neoplasia e che avrebbe dovuto affrontare un difficile percorso di cure. Lo aveva fatto con il linguaggio che gli apparteneva: semplice, diretto, sincero, arrivando al cuore di chi lo aveva ammirato e stimato come calciatore e come uomo.

Protti ha combattuto la malattia con la stessa determinazione che ha caratterizzato la sua carriera sportiva. Un intervento chirurgico, diversi cicli di chemioterapia e successivamente la radioterapia, poi all’inizio di settembre aveva comunicato che la malattia non si era arrestata. La notte di San Silvestro si era fatto fotografare al tavolo di casa, circondato dagli affetti più cari. Nessuna ostentazione, soltanto gratitudine per la vita e l’augurio di salute e serenità rivolto a tutti, con la promessa di affrontare il futuro al meglio delle proprie possibilità.

Protti è stato uno dei giocatori più rispettati della sua generazione. Nato a Rimini il 24 settembre 1967, cresciuto nelle giovanili biancorosse, esordì in Serie C il 27 maggio 1984 nella gara che il Rimini pareggiò con la Spal. Da lì iniziò un percorso che lo avrebbe portato a indossare le maglie di Livorno, Virescit Bergamo, Messina, Bari, Lazio, Napoli e Reggiana, prima di tornare a Livorno, la città che più di ogni altra lo ha adottato.

L’ultima partita ufficiale, disputata il 22 maggio 2005 e terminata con il pareggio tra Livorno e Juventus, lo vide andare ancora una volta in gol in un’Ardenza in completo visibilio.

Capocannoniere di Serie C e B, protagonista di promozioni memorabili ed autore di reti decisive anche in Serie A, a Livorno è entrato nel cuore degli ultras e di tutti i tifosi. Più dei numeri, sono state le emozioni a consacrarlo: il gol di Treviso del 2002, simbolo di una rinascita sportiva e cittadina, aprì le porte del cielo ai tifosi amaranto, così come le tante reti realizzate insieme a Cristiano Lucarelli, compagno di reparto e gemello del gol.

Ovunque abbia giocato, Protti ha conquistato il rispetto della gente. A Messina raccolse l’eredità di Totò Schillaci senza farlo rimpiangere. A Bari divenne celebre per il “trenino” con cui festeggiava le reti e compì una delle imprese più straordinarie, laureandosi capocannoniere della Serie A nel 1996 nonostante la retrocessione dei biancorossi. Con la Lazio, dove si contendeva il posto con Beppe Signori, entrò nel cuore dei tifosi biancoazzurri grazie al gol segnato allo scadere nel derby contro la Roma del maggio 1997. A Napoli, dove ereditò la maglia che era stata di Diego Maradona, visse una stagione difficile conclusa con la retrocessione, ma il successivo ritorno alla Lazio gli consentì di contribuire alla conquista della Supercoppa italiana.

Lo hanno chiamato Zar, Re Igor, Igorgol, Capo degli Ultrà, Dieci per Sempre. I suoi meriti sportivi sono stati indiscutibili, ma ciò che lo ha reso davvero speciale è stato il modo in cui ha vissuto i rapporti umani. Non è un caso che Bari e Livorno gli abbiano conferito la cittadinanza onoraria.

Emblematica fu anche la sua decisione di chiedere al Livorno che la maglia numero 10, già ritirata, tornasse ad essere assegnata. Da ragazzo sognava osservando Gianni Rivera. Restituire quel numero significava, per lui, rendere un sogno ai bambini ed i bambini hanno bisogno di sognare.

Ripensando alla propria carriera, ricordava talvolta con amarezza l’assenza del padre, scomparso un anno prima del suo esordio in Serie A, e si chiedeva come sarebbe cambiata la sua vita se nel 1985 avesse accettato il trasferimento nelle giovanili del Milan. Erano però riflessioni senza rimpianti, semplici interrogativi di chi sapeva guardare al passato con serenità.

La grandezza di Igor Protti, tuttavia, è stata soprattutto nella coerenza con cui ha affrontato ogni passaggio della sua esistenza, dentro e fuori dal campo. Anche nell’ultima partita, la più dura e ingiusta, ha conservato lo stile che lo ha reso amato da tutti: la capacità di restare a testa alta, con lo sguardo rivolto alle persone che amava. Anche per questo le città di Rimini, Cecina e Livorno gli hanno conferito le rispettive massime onorificenze cittadine: il Sigismondo d’Oro, l’Omino di Ferro e la Livornina d’Oro. E Livorno oggii, sabato 20 giugno, osserverà il lutto cittadino per rendere omaggio a uno dei suoi figli più amati.

Fonte Marco Ceccarini per amaranta.it
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