Si è rivisto qualcosa, ma il Cagliari deve tornare ad essere "cattivo". Crisi di crescita dolorosa, ma necessaria. La società sardo-americana sta lavorando per un futuro in grande stile
di Sergio Demuru
Il calcio, è risaputo, vive di cicli e momenti. Quello che sta attraversando il Cagliari è senza dubbio un passaggio stretto, uno di quei periodi in cui la palla sembra non voler entrare e le gambe pesano più del dovuto. La sconfitta interna contro il Lecce aveva fatto male, soprattutto perché arrivata dopo il proibitivo incrocio con la Roma di Gasperini. Ma questo non è certamente il momento dei processi sommari, bensì quello della compattezza. Contro i salentini è sceso in campo un Cagliari che ci ha provato, almeno con la testa, e contro la Lazio alla fine è maturato un pareggio che muove un po’ la classifica. I numeri dicono che al cospetto del Lecce il possesso palla è stato stabilmente nelle mani dei rossoblù (quasi il 60%) e che la squadra ha cercato la via del gol, seppure in maniera disordinata e senza uno schema preciso.
Contro la Lazio è stato un confronto diverso, considerato il valore dell’avversario, certamente superiore a quello dei salentini. Il problema, dunque, non è la volontà, ma la lucidità. L’esempio più eclatante e che è balzato agli occhi è quello di Sebastiano Esposito: in questo periodo sta perdendo molti palloni, è vero, ma è anche l'unico ad accendersi, a saltare l'uomo, a prendersi la responsabilità della giocata difficile. Più che colpevolizzare il singolo, bisogna cercare di supportare una squadra di elementi giovani per aiutarli a gestire meglio il peso della manovra, evitando che la troppa voglia di fare si trasformi in frenesia, come riconosciuto proprio dal tecnico.
Le ultime due sfide casalinghe lasciano in dote una lezione importante: in Serie A la precisione vale quanto la corsa. Se all'Olimpico il gap era dettato dalla cilindrata dell'avversario, in casa contro i salentini, ma anche al cospetto della Lazio, è mancato quel pizzico di cinismo che trasforma una mole di gioco in punti pesanti.
È una crisi di crescita dolorosa, ma necessaria, per un gruppo che sta cercando una nuova dimensione sotto la lente della proprietà americana che non perde occasione di seguire le vicende della formazione cagliaritana. Il Cagliari ha dimostrato in passato di saper esaltare il proprio spirito guerriero proprio quando viene dato per sfavorito. Difendere i rossoblù oggi significa chiedere un sussulto di orgoglio.
La società, con Maurizio Fiori in prima linea al fianco del patron Giulini, sta lavorando per un futuro in grande stile, ma il presente si costruisce partita dopo partita. Non servono miracoli, serve tornare a essere quel "Cagliari" capace di lottare su ogni pallone come se fosse l'ultimo. Mentre i nuovi azionisti americani muovono i primi passi strutturali assestandosi al 49% delle quote azionarie, il campo, impietoso, ricorda che la Serie A non aspetta nessuno.
La sfida con la Lazio è stata vissuta come un’opportunità di riscatto, non come un patibolo. La Sardegna ha bisogno del suo Cagliari ed il Cagliari ha bisogno del cuore dei sardi. Contro il Lecce la squadra è sembrata scarica, quasi "imballata". Poi si è rivisto qualcosa nella gara con la Lazio. Pisacane dovrà lavorare molto sulla testa dei ragazzi. Il Cagliari deve tornare a essere "cattivo", quello che pressa alto e non fa ragionare.






