Graham Potter e la maledizione dei manager britannici. Dopo sir Alex Ferguson, il vuoto
Riuscirà Graham Potter a spezzare la maledizione che da anni - dall'addio di sir Alex Ferguson al Manchester United - affligge gli allenatori britannici? È la domanda che in tanti si pongono nelle ultime ore, dopo l'esonero di Thomas Tuchel e l'ormai imminente approdo dell'attuale tecnico del Brighton sulla panchina del Chelsea. Le big di Premier, negli ultimi anni, si sono affidate prevalentemente a manager stranieri, mentre i mister locali fanno fatica ad emergere. Un problema di "scuola", di filosofia o solo la sfortuna di trovarsi al punto sbagliato nel momento sbagliato? Per informazioni, per esempio, chiedere a Frank Lampard: la leggenda dei Blues fu chiamata a sostituire Maurizio Sarri, che aveva vinto l'Europa League nel 2018/19, ma fu allontanato senza troppi complimenti a gennaio 2021, rimpiazzato proprio dal tedesco che quattro mesi più tardi avrebbe sollevato la Champions League. Prima dell'ex centrocampista, l'ultimo inglese a guidare il Chelsea fu Glenn Hoddle; parliamo del triennio 1993-1996, il periodo precedente all'avvento di Gullit, Vialli, Ranieri e Mourinho. Praticamente un'era geologica fa, se parliamo di calcio.
Le altre big - Sul Manchester United e sul fallimento di David Moyes, schiacciato dal peso dell'eredità di Ferguson, è inutile soffermarsi, così come sembra pleonastico ricordare che i successi del Liverpool negli ultimi 25 anni sono arrivati grazie a Benitez, Houllier e Klopp, mentre gli autoctoni Rodgers, Dalglish e Hodgson hanno raccolto magre soddisfazioni. Il Manchester City è un caso diverso, perché l'epoca d'oro dello sceicco Mansour bin Zāyed è cominciata con un allenatore italiano, Roberto Mancini, ed è proseguita con Manuel Pellegrini e Pep Guardiola. Per trovare un britannico alla guida dell'Arsenal, invece, bisogna risalire all'ottobre 1996, quando Pat Rice cedette il posto a un certo Arsene Wenger.
La situazione attuale in Premier League, da questo punto di vista, è emblematica. Dei 20 manager in carica, solo cinque sono inglesi (O'Neil, Gerrard, Lampard, Howe e Potter); poi ci sono un nordirlandese (Rodgers), uno scozzese (Moyes) e un gallese (Cooper). Il vuoto generazionale, colmato solo da un paio di "novità" interessanti (su tutti Gareth Southgate, che ha ottenuto ottimi risultati finora con la Nazionale), c'è ed è innegabile che la Federcalcio debba correre ai ripari per impedire un'"invasione" sempre più prorompente. È giusto che ci sia "contaminazione culturale", ma il calcio inglese ha bisogno di preservare la propria tradizione, la propria identità. La sfida di Potter al Chelsea sarà questa: rompere l'incantesimo e restituire credibilità a una scuola letteralmente fagocitata da quelle europee. Battere Klopp, Arteta, Conte, ten Hag e Guardiola potrebbe essere un ottimo inizio.






