Il Bologna e la genesi Palladino. Dopo che il tecnico aveva detto no all'Atalanta per una big
Una settimana fa, dalle parti di Bologna, il tema era uno soltanto: Domenico Tedesco. Restare o salutare? E, soprattutto, chi avrebbe potuto raccoglierne l’eredità? Il nome di Raffaele Palladino, inizialmente, sembrava quasi una provocazione. Interpellando procuratori e direttori sportivi, la risposta arrivava pressoché identica: perché mai il tecnico avrebbe dovuto scegliere il Bologna dopo aver detto no, appena sette mesi prima, all’Atalanta? Una domanda legittima, considerando anche il momento attraversato dai rossoblù e una rosa che, nel frattempo, aveva perso qualcosa.
Il sì dopo i 'no' all'Atalanta
Per capire la scelta di oggi bisogna tornare alla primavera scorsa. L’Atalanta, reduce dall’impresa in Champions contro il Borussia Dortmund, aveva individuato in Palladino l’uomo giusto per aprire un nuovo ciclo dopo Gian Piero Gasperini. Luca Percassi gli aveva messo sul tavolo un triennale più opzione per un quarto anno. Palladino, però, aveva rifiutato. Secondo le ricostruzioni di allora, avrebbe chiesto clausole per potersi liberare in caso di chiamata da parte di un top club: una richiesta che non avrebbe trovato l’apertura della società.
Poi il ribaltone. Palladino ha scelto il Bologna e ha firmato un contratto triennale. "Mi ha convinto il progetto", ha spiegato al momento della presentazione. La dirigenza rossoblù ha creduto fortemente nell’allenatore, tanto da accelerare l’addio a Tedesco per evitare di perdere l’occasione. Sette mesi dopo quel rifiuto all’Atalanta, Palladino ha cambiato prospettiva. E il Bologna è diventato, evidentemente, il progetto giusto.






