La Rowesciata del destino: Johnny come Orso e Koné, adesso provarci è obbligatorio
Dal Dall’Ara al Maradona, da una rovesciata all’altra. Un anno e ventidue giorni dopo, il filo rosso che lega il Bologna al destino del Napoli si è riannodato ancora una volta in modo spettacolare. Il 20 aprile 2025 la sforbiciata di Riccardo Orsolini contro l’Inter spalancò di fatto le porte dello scudetto agli azzurri; ieri sera, al Diego Armando Maradona, la “Rowesciata” di Jonathan Rowe ha invece congelato – almeno per ora – la qualificazione aritmetica del Napoli alla prossima Champions League. Karma, par condicio o semplice poesia del calcio: chiamatela come volete. Di certo, il Bologna ha firmato una delle vittorie più belle e simboliche della stagione.
Perché il 2-3 del Maradona non è soltanto un successo esterno prestigioso. È una fotografia improvvisa di ciò che questa squadra avrebbe potuto essere con maggiore continuità. È un lampo che illumina, inevitabilmente, anche i rimpianti.
La magia disegnata da Rowe nei minuti di recupero ha riportato la memoria a un’altra notte leggendaria in terra napoletana: quella del 16 dicembre 2012, quando il Bologna espugnò l’allora San Paolo sempre per 2-3 grazie alla clamorosa rovesciata di Panagiotis Koné. Due epoche diverse, stesso risultato, stesso gesto tecnico destinato a rimanere negli occhi dei tifosi rossoblù. Cambiano i protagonisti, resta quella sensazione quasi romantica di un Bologna capace di sfidare e battere chiunque quando decide di giocare senza paura.
Eppure la cosa più sorprendente è che questa vittoria non sa di nostalgia. Non racconta un Bologna lontano, perso nel passato o confinato ai ricordi. Perché, in fondo, non è passato così tanto tempo da quando la squadra di Vincenzo Italiano affrontava ogni avversario a testa alta, trascinata dall’entusiasmo di una stagione iniziata con ambizioni enormi. Proprio il successo contro il Napoli dello scorso novembre aveva dato la sensazione che il Bologna potesse davvero sedersi al tavolo delle grandi, proiettandosi nelle zone altissime della classifica e aprendo scenari quasi impensabili.
Poi, però, qualcosa si è inceppato. I passaggi a vuoto in campionato, le energie fisiche e mentali consumate dall’Europa League, il peso di giocare ogni settantadue ore: fattori che, alla lunga, hanno presentato il conto a una rosa chiamata per la prima volta a confrontarsi con una doppia competizione così logorante. Il Bologna ha continuato a mostrare qualità, ma senza più quella continuità feroce che serve per restare stabilmente agganciati all’élite.
Ed è qui che nascono i rimpianti. Perché guardando la partita di ieri viene spontaneo pensare che sarebbe bastato affrontare un paio di gare in più con la stessa intensità, lo stesso coraggio e la stessa fame mostrata al Maradona per avere oggi il settimo posto pienamente nelle proprie mani. Un pensiero inevitabile, soprattutto alla vigilia di una settimana che può ancora cambiare il finale della stagione rossoblù.
Tra sei giorni, infatti, il Bologna volerà a Bergamo per affrontare l’Atalanta in uno scontro diretto che sa di spareggio europeo. Una partita che, dopo la notte del Maradona, improvvisamente pesa molto di più. Perché questa vittoria ha riportato l’Europa da sogno distante a obiettivo concreto, attuale, possibile. E allora i centottanta minuti finali – Atalanta in trasferta e ancora l’Inter al Dall’Ara – possono davvero trasformarsi in un ultimo assalto pieno di adrenalina.
Il Bologna arriva a questo finale con qualcosa che nelle ultime settimane sembrava essersi perso: entusiasmo. L’urlo liberatorio della rovesciata di Rowe ha restituito convinzione, energia, forse persino un pizzico di follia. E quando una squadra ritrova il gusto di sorprendere, smette automaticamente di avere limiti. Provarci, adesso, non costa nulla. Figuriamoci dopo una notte così.











