La Stella Rossa, l'Italia, le punizioni: addio Sinisa, se ne va un protagonista del nostro calcio
"Ho giocato a calcio solo perché ci sono le punizioni, altrimenti avrei preferito il basket". Difficile dargli torto: di potenza o di fino, quel sinistro vellutato è rimasto, anche a distanza di anni, il marchio di fabbrica di Sinisa Mihajlovic. Ex calciatore, poi allenatore, ci ha lasciati oggi il tecnico serbo che l'Italia l'ha avuta nel cuore, nella carriera e anche nella cittadinanza. E le punizioni le ha battute come nessun altro nella storia della Serie A: ventotto centri, soltanto Pirlo è stato in grado di eguagliarlo, nessuno è ancora riuscito a superarlo.
Dalla Jugoslavia con furore. Nato il 20 febbraio 1969 a Vukovar da padre serbo e madre croata, cresciuto nella vicina Borovo, in quella che all'epoca era la Jugoslavia di Tito, in due città che anni dopo sarebbero finite una in Serbia e Croazia, Miha muove i primi passi da calciatore proprio nel club della piccola località croata. Nel 1988 il passaggio al Vojvodina, con cui vince il primo campionato jugoslavo della sua carriera; dal 1990 al 1992 la militanza alla Stella Rossa, non proprio una squadra qualsiasi. A Belgrado, conquista altri due titoli nazionali, ma soprattutto la Coppa dei Campioni 1990/91 - suo il quarto rigore della serie nella finale terminata 0-0 col Real Madrid - e poi la Coppa Intercontinentale. Non c'è più Pixie Stojkovic, ma ci sono lui e Savicevic, Prosinecki, Pancev e Jugovic. Non proprio una squadra normale, appunto.
L'Italia, that's amore. Nel 1992, in quel centrocampista dal piede allo stesso tempo potente e delicato, che nel Bel Paese diventerà un difensore a tutto tondo, vede qualcosa la Roma: è l'inizio di una storia d'amore, col nostro Paese, che non si interromperà in più. Gioca in giallorosso e poi nella Lazio, nel mezzo la parentesi alla Sampdoria, prima di chiudere con l'Inter. Carattere non facile, ma per i tifosi di queste squadre resta un ricordo piacevole, del resto ha vinto qualcosa con (quasi) tutte: uno scudetto con la Lazio e uno con l'Inter, con i biancocelesti anche la Supercoppa e la Coppa delle Coppe 1999 tra gli altri trofei in palmares. Nel campionato di Serie A, 315 presenze e 38 gol. Quasi tutti (28) su punizione, il pezzo di bravura con cui ha deliziato tutti i suoi tifosi. Anche della nazionale. O meglio, delle nazionali: Jugoslavia fino al 2002. Nel 2003, l'unica presenza nella nazionale serba. La ritroverà da allenatore, mentre è proprio in Italia che troverà l'amore di Arianna Rapaccioni, legata a Sinisa dai tempi della Samp ma sposata solo nel 2005: la coppia ha cinque figli, Viktorija, Virginia, Miroslav, Dusan e Nicholas.
Quel carattere fumantino. E qualche polemica. Prima della carriera da allenatore, di Mihajlovic non sarebbe giusto dimenticare il carattere, in campo e fuori. Con la maglia della Lazio, gli capita per esempio di ricevere otto giornate di squalifica per aver calpestato Adrian Mutu in una gara europea, prima di tirare una bottiglietta addosso al delegato UEFA. Sempre in maglia biancoceleste, il brutto episodio degli insulti razzisti a Patrick Vieira. Fuori dal campo, qualche entrata a gamba tesa nel mondo della politica: dichiaratamente nazionalista, ha contestato l'indipendenza del Kosovo e definito "un eroe" la tigre Arkan. Da ct della Serbia ha escluso Ljajic, musulmano e bosgnacco per parte di padre, reo di non aver cantato l'inno nazionale. In Italia, ha espresso apertamente un certo gradimento nei confronti di Matteo Salvini, dividendo Bologna col suo endorsement, ma mettendoci la faccia. Come del resto ha sempre fatto.
Un allenatore "italiano". Proprio Bologna rappresenta la prima e l'ultima tappa della sua carriera da allenatore. Dopo due anni come vice di Roberto Mancini, ex compagno di squadra all'Olimpico e poi suo allenatore all'Inter, nel 2008-2009 la prima stagione in rossoblù, non fortunatissima: subentrato ed esonerato dopo 21 giornate, con 4 vittorie all'attivo. Va meglio a Catania e anche nel primo anno a Firenze, mentre nel secondo incappa in un altro esonero. Dopo una breve esperienza da ct della Serbia, ricco un amore calcistico della sua vita: la Sampdoria. Dodicesimo e poi settimo posto: il campionato 2014/2015 rimarrà il suo miglior piazzamento da allenatore. Dal blucerchiato al rossonero del Milan il salto è così così, esonerato dopo 32 giornate. Alti (la prima stagione) e bassi (la seconda) al Torino, allo Sporting dura il tempo di un cambio di società e una causa che poi vincerà. Infine, appunto, il Bologna: cinque stagioni di luci e ombre, di buoni piazzamenti nella parte destra della classifica e poco più. Cinque stagioni segnate dallo stop per il lockdown, ma soprattutto dal brutto male che alla fine l'ha portato via.
L'annuncio, il ritorno, l'esonero. A luglio 2019, dopo alcune indiscrezioni pubblicate sulla stampa, Mihajlovic ha infatti annunciato di aver contratto una forma di leucemia mieloide acuta. La sua storia e la sua lotta emozionano l'Italia e pure il Bologna, dei tifosi e dei giocatori, che vanno a trovarlo in ospedale. Emilio De Leo e Miroslav Tanjga guidano la squadra nei momenti in cui Miha proprio non ce la fa, quando deve fermarsi per combattere. A dicembre dello stesso anno, il male sembra alle spalle: "Ero un morto che camminava. Ora vedo la luce". Tornerà ad affacciarsi, a marzo 2022, usiamo sempre le parole di MIhajlovic: "In questi anni la mia ripresa è stata ottima, ma queste malattie sono subdole e bastarde. Dalle ultime analisi sono emersi dei campanelli di allarme e potrebbe presentarsi il rischio di una ricomparsa della malattia". Tiene duro, spinto dal sostegno incondizionato del mondo del calcio e degli amici, come Ibrahimovic che avrebbe voluto con sé al Dall'Ara e col quale ha duettato sul palco dell'Ariston. In questo campionato, dopo un avvio di campionato molto complicato, la società decide per l'esonero: piovono critiche, ma in fin dei conti lo stesso Sinisa non ha mai voluto essere considerato un eroe ed è stato trattato da tecnico, non da malato. Eroe chi lo sa, combattente di sicuro sì. Dalle punizioni vincenti col mancino alle conferenze stampa esplosive, mancherà un assoluto protagonista del nostro pallone negli ultimi trent'anni.






