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La partita di Diego, di Armando, di tutta Napoli. 2-0 al Rijeka, con gli occhi verso il cieloTUTTOmercatoWEB.com
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giovedì 26 novembre 2020 22:49Serie A
di Marco Conterio

La partita di Diego, di Armando, di tutta Napoli. 2-0 al Rijeka, con gli occhi verso il cielo

Napoli-Rijeka 2-0 al 90'
In Piazza del Plebiscito e fuori dallo Stadio che sarà intitolato a Diego Armando Maradona e dove il Napoli vincerà due a zero col Rijeka, ci sono migliaia di persone. S'assembrano e s'abbracciano, in un epoca dove la ragione direbbe il contrario, dove le regole obbligherebbero a fare altrimenti. Nella manifestazione d'amore napoletana, in una di quelle notti da io c'ero, non c'è però voglia di rompere gli obblighi o di rischiare, di violare anche se poi questo sarà. C'è un'ondata d'irrazionale trasporto, perché il cuore che batte non conosce la ragione, il pensiero s'offusca mentre le lacrime scendono. Non si giustifica, l'uomo che s'abbraccia e che si stringe adesso, e il rischio è che lo scotto da pagare ci sarà. Però sotto pelle, un afflato d'istinto di comprensione c'è anche nel più algido e scientifico degli animi. Diego Maradona è stato primo per gli ultimi, primo tra gli ultimi.

Diego e Armando In campo stasera tra Napoli e Rijeka c'erano Diego e Armando. Il primo Demme, figlio di Enzo, partito con un treno dalla stazione di Crotone verso la Germania, verso Herford, la città dei mobili e delle cucine. L'emigrato per antonomasia, che lascia il sud che è terra bruciata e con poca speranza. Varca il confine come alla ricerca di una luce e la trova in terra tedesca. Però non scorda l'origine, la passione. E l'istinto, il cuore azzurro, dicono a lui e alla moglie Petra di chiamare il figlio Diego. L'altro è Anastasio, napoletano, cresciuto nella scugnizzeria del Napoli, per cinque anni di proprietà del Napoli senza mai esordire. E' del Monza ma è finito in prestito al Rijeka in Croazia in cerca di fortuna. La formazione di Rozman, con fior d'assenze per Covid, lo ha così visto protagonista, in uno strano incrocio e percorso del destino.

Due a zero La partita finirà due a zero, non bella e non spettacolare ma concreta e tanto basta per ritrovare uno spicchio di sereno dopo i tuoni arrivati dopo la gara contro il Milan. Nelle difficoltà serve ritrovar compattezza, anche perché Gennaro Gattuso è l'emblema che la forza sta nel gruppo e poi questo Napoli non ha un Maradona e forse mai più lo avrà. Perché Diego è stato ben oltre il calciatore, di benedetti dal cielo ne nasceranno ancora in futuro, perché la vita è un ciclo che si ripete. L'unicità dell'argentino è stata quella di essere un uomo del popolo, che si è seduto al desco di chi è partito da una stanza senza il pavimento come lui, rifiutando i potenti, osteggiandoli, combattendoli. E' andato a Cuba a ritrovare una vita, si è tatuato un Comandante sulla spalla, ha donato a ciascuno un pezzo di se, senza chiedere niente indietro. Ha peccato e non ha mai chiesto beatificazioni. Non è stato un santo ma un simbolo sì. Del riscatto, della possibilità di farcela anche quando il mondo che hai attorno, dove nasci, cresci, dove hai tutto, è un terremoto e lontano i ponti sono dorati. Su le maniche e giù i calzettoni. E' stata la notte di Diego, del ricordo, della memoria. Di un Napoli operaio che senza voler fare Maradona, ha svolto il compito con onestà, decisione, precisione. Politano, Lozano, non ha segnato Insigne che è figlio di Napoli e che in mezz'ora è stato il migliore in campo. Non ha mai voluto la dieci ma ha giocato da nove e mezzo. A casa sua, a casa di Diego. Dove oggi gli spettatori sembravano i calciatori, il pallone, gli allenatori e l'arbitro. E che sul rettangolo verde ci fosse solo un uomo venuto dall'Argentina, a giocare per gli ultimi. Live is life.
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