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Balogun e Trump, l’Iran, la svendita del Mondiale: così Infantino sta perdendo la FIFA

Balogun e Trump, l’Iran, la svendita del Mondiale: così Infantino sta perdendo la FIFA TUTTOmercatoWEB
© foto di www.imagephotoagency.it
Ivan Cardia
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Ivan Cardia
Oggi alle 21:00Serie A
Il presidente della Federcalcio mondiale è nel mirino della critica: diverse federazioni europee stanno ritirando l'appoggio alla rielezione

La luna di miele è ufficialmente finita. C’è solo da capire se la tempesta intaccherà davvero il potere di Gianni Infantino, presidente della FIFA che fino a poco più di un mese fa, pur non piacendo certo a tutti - ma nessuno piace a tutti -, si avviava pressoché incontrastato alla rielezione alla presidenza della FIFA. Poi, una serie di sfortunati eventi ha cambiato il quadro e ora il dirigente svizzero con cittadinanza italiana e libanese rischia davvero di perdere la guida della federazione mondiale.

L’espulsione “ingiusta”


La goccia che ha fatto traboccare il vaso, anche prima dei recenti avvenimenti, è stata l’episodio più controverso degli ultimi Mondiali. Infantino e la FIFA hanno sempre sostenuto che la grazia nei confronti di Folarin Balogun, che sul campo ha avuto solo l’effetto di accendere per 90 minuti l’altrimenti mediocre Belgio, non sia arrivata per intervento del presidente. Né quello del pallone planetario né quello degli Stati Uniti d’America. Che, però, ha “confessato”: Donald Trump ha ammesso una chiamata, poi la squalifica è stata tolta. Formalmente, senza intervento di Infantino. Nei fatti, non ci ha creduto mai nessuno.

Quel rapporto con The Donald…

La vicenda Balogun, peraltro, si inserisce nel contesto di un rapporto già molto discusso. Alla fine, la premiazione della Spagna non è stata imbarazzante quanto quella del Chelsea al Mondiale per club, ma Trump c’era comunque. Come era accaduto in tanti altri eventi FIFA negli ultimi anni. Come c’era - e non si è mai capito perché - Gianni Infantino alla firma dei patti di Abramo. Il presidente FIFA, che ha aperto anche una sede a New York proprio nella Trump Tower, ha coltivato questo rapporto, anche a costo di indispettire i componenti del consiglio FIFA, per esempio presentandosi in ritardo per aver partecipato a un viaggio in Medio Oriente con Trump. Balogun ha colmato il vaso, appunto.

L’Iran, l’arbitro, l’inquinamento


A far discutere, agli ultimi Mondiali, sono state anche altre cose. I prezzi dei biglietti, polemica smontata solo in parte dal fatto che la percentuale di riempimento sia stata sempre altissima (oltre il 99%, per capirsi, e questo va detto). Ben diversa la gestione dell’Iran, costretto a partecipare da indesiderato, con base a Tijuana pur giocando sempre su suolo statunitense e con diversi problemi logistici, compresa la difficoltà di far viaggiare lo staff. Ai Mondiali non ha potuto partecipare, invece, Omar Artan, arbitro somalo escluso dagli Stati Uniti per l’omonimia con un presunto leader terrorista. I controlli, peraltro, hanno fatto perdere tempo a tante nazionali. E in qualche caso la mancanza di visti ha tenuto lontani dagli stadi i parenti dei calciatori. C’era invece sempre lo stesso Infantino: anche a costo di prendere più voli privati nella stessa giornata, con tutto quello che ne consegue, ha assistito dal vivo a tutte le gare. Ubiquo.

La svendita del Mondiale

L’ultimo atto è arrivato quando sembrava che, tutto sommato, persino il caso Balogun potesse rimanere senza conseguenze. L’idea della FIFA di aprire le quote dei Mondiali a investitori privati ha portato all’intervento di altri leader politici - François Macron, per esempio - e alla levata di scudi dalla UEFA, che piano piano sta ritirando il suo appoggio. Non che in Europa siano stinchi di santo, ma a Nyon, dove Infantino era di casa fino a poco tempo fa, hanno sempre difeso il principio dell’indipendenza del pallone. A far arrabbiare, soprattutto, sono state le modalità dell’accordo e della comunicazione, arrivata solo a giochi fatti. O quasi, dato che Infantino è tornato sui suoi passi. Ora spera di spuntarla grazie ai suoi alleati, lo stesso Trump e, paradossalmente, le federazioni africane, tra le più penalizzate a livello logistico negli Stati Uniti, ma che hanno beneficiato dell’oggettivo aumento dei contributi da parte della FIFA, legato anche all’ampliamento del Mondiale.

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