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Beneforti: "Lucescu voleva morire sulla panchina di uno stadio, non di un parco"

Beneforti: "Lucescu voleva morire sulla panchina di uno stadio, non di un parco"
Dimitri Conti
Oggi alle 11:48Serie A
Dimitri Conti
fonte Lorenzo Marucci

Il mondo del calcio piange la scomparsa di ieri di Mircea Lucescu. E al coro di ricordi dell'allenatore rumeno, si aggiunge in queste ore il giornalista sportivo Claudio Beneforti, firma del Corriere dello Sport - Stadio, lascia la sua testimonianza in esclusiva a TuttoMercatoWeb.com: "Oltre a essere un amico vero, Mircea è stato una persona meravigliosa. Più di un allenatore di calcio, di un maestro o di un professore: lo definirei un magnifico rettore del pallone, lo ha insegnato alla grande a tutto il mondo, per una vita. Ha allenato dappertutto, l'ho sentito per l'ultima volta a fine ottobre. Si giocava FCSB-Bologna di Europa League e lo chiamai per farmi raccontare la squadra rumena, lui che era tornato a fare il ct della Romania".

Prosegue quindi Beneforti nel suo ricordo di Lucescu: "Gli chiesi quando avrebbe smesso di lavorare ma rispose che non dipendeva da lui, ma da quando sarebbe morto. Non si vedeva su una panchina di un parco, voleva morire sulla panchina di uno stadio e ci è andato vicino. Ha lavorato fino agli ultimi giorni. Lo conobbi a Pisa quando allenava la squadra nerazzurra, andai a intervistarlo nella hall di un albergo. E lì vicino c'era il presidente Anconetani che faceva il pediluvio, quindi ci spostammo. Riempì il tavolo di fogli e capii quanto fosse importante per un allenatore la tattica, la spiegazione e rendere partecipi anche i giornalisti".

Conclude ancora Beneforti, riferendo altri aneddoti che lo legano a Lucescu: "E poi prima di un Bologna-Brescia intervistai Baronio, che era un po' il Tonali di quel tempo, l'astro nascente. Poi il Brescia perse 3-0 e Baronio fu il peggiore in campo, ma lui non mi disse mai che aveva sbagliato a lasciarmelo intervistare, perché sapeva che non era così. Si porterà nella tomba un grande rimpianto, che mi ha sempre confidato: di non aver fatto bene all'Inter, di non aver dimostrato lì la sua grande bravura. Si dispiaceva, perché Moratti era un gran signore. Ma c'era la consapevolezza che comunque Moratti avesse capito quanto valesse, nonostante la stagione sbagliata. E questo in fondo lo rincuorava".

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