Klopp, Xavi e quel desiderio di fermarsi. Gli allenatori sono (quasi) tutti "uomini soli"
Liverpool, Barcellona, Porto, Milan. Cos'hanno in comune questi club così importanti? A luglio si apriranno nuovi cicli e cominceranno nuove storie, con nuovi condottieri pronti a guidare squadre ambiziose e con un obiettivo sempre dichiarato: vincere e convincere.
Jurgen Klopp ci è riuscito e il suo caso è diverso da tutti gli altri: il tedesco ha deciso spontaneamente di lasciare i Reds a fine stagione. Una scelta che deriva - parole sue - dalla necessità di prendersi una pausa dopo tanti anni vissuti a mille all'ora e che ha sorpreso tutti. "Sono a corto di energie", ha dichiarato l'uomo di Stoccarda, uno dei tecnici più amati e vincenti degli ultimi 15 anni. Nessuno, a Liverpool, aveva intenzione di separarsi da una figura diventata iconica per le esultanze, per il modo di trascinare i giocatori, per il rapporto costruito con tutto l'ambiente e ovviamente per i successi. Non ci sono ragioni sportive alla base della separazione (il Liverpool è in testa alla Premier e in corsa su tutti i fronti), solo personali: dietro la grinta e i sorrisi c'è un una persona di 56 anni con tutte le sue fragilità, che ha bisogno di fermarsi e di ricaricare le pile.
L'eredità potrebbe essere raccolta da uno che ad Anfield ha fatto la storia da calciatore, quello Xabi Alonso che sta impressionando alla guida del Bayer Leverkusen. Ma essere stati grandi campioni e avere idee rivoluzionarie non basta per sopravvivere in questa giungla: lo sa bene Xavi, che ha già annunciato la volontà di abbandonare il Barcellona dopo le tante critiche subite negli ultimi mesi, nonostante la vittoria in campionato di appena un anno fa. A differenza di Klopp, l'ex centrocampista non era sicuro della conferma e ha voluto giocare d'anticipo anche per facilitare la ricerca del successore alla società blaugrana. Certo, la stagione non è ancora terminata e il Barça è ancora in corsa in Champions (e potenzialmente potrebbe riconfermarsi in Spagna), ma le batoste subite nelle ultime settimane hanno stretto la morsa attorno al 44enne di Terrassa, che ha deciso di liberarsi di quello che si stava trasformando in un macigno. L'amore per il club che lo ha reso grande e che lui ha contribuito a consegnare alla leggenda resta immutato; le pressioni e le richieste, però, sono diverse, così come i giudizi. "Voglio essere sempre una soluzione, mai un problema. Ero una soluzione due anni e tre mesi fa, adesso non più". Un'analisi lucida e figlia dei tempi, di un calcio che non concede tempo né la minima debolezza, in cui i sentimenti faticano a trovare spazio.
Toccherà anche a Sergio Conceiçao, "esausto e frustrato" perché il presidente non sembra avere a cuore il Porto quanto lui, e a Stefano Pioli, che forse non vorrebbe andare via ma che è stato "scaricato" da tempo dalla stragrande maggioranza dei tifosi rossoneri. E allora, a pochi giorni dall'inizio del Festival di Sanremo, risuonano le parole di una canzone semisconosciuta di Gianni Morandi, dedicata proprio agli allenatori:
"E guardalo l'allenatore
A bordo campo pronto a cominciare
Determinato nel voler cercare
Una vittoria che lo può salvare.
E guardalo l'allenatore
Con la sua grinta irrompe come un tuono
Chiudi gli spazi e segui sempre l'uomo
Ma non ti sembra di vederlo solo".
Forse è semplicemente questo: per motivi diversi, quasi tutti gli allenatori sono "uomini soli" (a proposito di classici della musica italiana), spesso incompresi, che portano sulle loro spalle il peso di una grande responsabilità.






